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87 VG, OVVERO DEGLI SCAVI ALLA CIECA

 

pubblicato su " PROGRESSIONE N 53 " anno 2006

Il gruppetto di soci della Commissione che da oltre un trentennio batte il Carso triestino alla ricerca di nuove grotte ha intrapreso molte campagne di scavo – alcune protrattesi per mesi – talvolta intestardendosi in imprese dai risultati che sarebbe generoso definire modesti. Fra le tantissime di quest’ultima categoria si possono ricordare quella al Pignatòn di Gropada, 273 VG, in cui le troppe giornate di lavoro con l’impiego di compressore e fioretto ad aria compressa hanno prodotto un meandro di pochi metri (vedi progressione 32), la Cavernetta a nord dell’Alce, xxx VG, nove uscite fra dicembre 1999 e aprile 2000 per una grottina di sei metri, la non grotta presso la Nera in cui quattordici uscite diluite fra aprile ed agosto 2001 non hanno portato a nulla. E le tantissime giornate di scavo in buchi infimi, ostici, scostanti; in pozzetti di pochi metri, spesso poi chiusi e dimenticati. Ma checché ne dica l’amico Bosco, che vorrebbe un compenso migliore per quelle fatiche, non sono stati lavori inutili. Lasciando da parte il fatto che al resto del mondo non gliene frega niente se in catasto viene inserito un buco di 5 metri o uno di 50; non prendendo in considerazione che l’aver trascorso alcune ore con degli amici in un’attività accomunante è già di per sé appagante, rimane il fatto che ogni grotta che apriamo diventa una porta al mondo che c’è sotto i nostri piedi. Una porta in genere solamente accostata, e che sta in noi grottisti trovare il modo di schiudere completamente. Come è stato per la Fessura del Vento, 4139 VG, che dai pochi metri aperti da A. Diqual e soci nel 1957 ha raggiunto il chilometro nel 1966 grazie a R. Ambroso del GST, ed in cui dieci anni dopo i giovani della SAS hanno superato i due chilometri e mezzo di sviluppo. O come il Cunicolo dell’Aria, 5640 VG, scavato per sette metri da G. Zanini nel 1991 e quindi portato da una squadra di anziani della Commissione (Zanini compreso) a quasi xxx chilometri di lunghezza. O come ancora – e qui finisco l’elenco – la Lazzaro Jerko, infido pozzo di una trentina di metri, affrontato a più riprese dalla Commissione, che la determinazione di L. Filipas e l’impegno di un nutrito gruppo di soci ha portato al Timavo, trecento metri più sotto.L’ultimo grosso impegno della Squadra Scavi (in ordine di tempo, ma forse anche l’ultimo in senso assoluto, considerato che l’età media è di 59 anni e dieci mesi e che il 50% dei suoi componenti si avvicina pericolosamente alla settantina) è l’87 VG, Pozzo presso il Casello Ferroviario di Fernetti (casello che non c’è più da oltre mezzo secolo), un pozzo di 6/8 metri (a seconda dei rilevatori) un tempo fortemente soffiante. Verifiche fatte nella seconda metà del secolo scorso, non avendo più riscontrato la presenza di correnti d’aria, avevano fatto pensare che qualche accidente avesse interrotto la comunicazione con la parte in collegamento con il Timavo ipogeo. Ciononostante all’inizio del 2006 venne deciso di dedicare un certo periodo di tempo – almeno fino a Natale – a un tentativo di disostruzione.I lavori – sui quali relaziona ampiamente Bosco su questo stesso numero – prendono l’avvio il 16 aprile, con la bonifica dell’ingresso da rami, sterpi, arbusti; il 6 maggio viene sistemata l’impalcatura e si iniziano gli scavi, che proseguono tutti i sabati successivi, recuperando una media di 60 bidoni per giornata lavorativa. Fessure soffianti incoraggianti gli scavatori non ci sono, o sono minime. A metà agosto lo scavo ha raggiunto a quota -14 una serie di fratture, fra parete, argilla e massi, debolmente alitanti.La mattina di Ferragosto una squadra ridotta (Furio Carini, Glauco Savi e lo scrivente) va a Debela Grisa per scavicchiare in una futura grottina trovata tempo prima. Dato che nei giorni precedenti era piovuto abbondantemente i tre vanno prima a controllare l’ingresso della non lontana Lazzaro Jerko: il soffio timavico si avverte distintamente sulla mano a due metri di altezza. Quindi di corsa a Fernetti a verificare la situazione all’87; armati con una scaletta i 14 metri di pozzo, uno dei tre scende e risale poco dopo con la notizia che le fessure (cm 10 x 50) soffiano fortemente, l’aria si avverte, quasi come alla Lazzaro, ad oltre un metro e mezzo di altezza. Inoltre, accostando l’orecchio alla fessura si ode un sordo rombo continuo. Era la prova che si aspettava, l’87 è tuttora una “grotta timavica”, lì sotto il fiume c’è (e quel giorno evidentemente in fase di piena).Come se non bastasse qualche mese dopo mentre sull’impalcatura provvedevamo al recupero dei maxi bidoni di materiale da vuotare nella vicina dolina (a tutto dicembre sono stati 1069, pari a 64 metri cubi) è venuto a trovarci Zoran Malalan, un conoscente di Glauco, pure lui vicino alla settantina, abitante ad Opicina. Interessatosi ai nostri lavori ci ha raccontato che da giovane – anni ’40 e primi anni ’50 del secolo scorso – veniva spesso a pascolare le mucche nei prati vicini e che era anche sceso nella grotta, che però lui ricordava profonda pochi metri, che più volte ha trovato “soffiante”. Soffiante al punto che in alcuni casi l’aria uscente dal pozzo muoveva le fronde degli alberelli che crescevano sull’imbocco.A fine dicembre 2006 si sono superati i 60 metri di profondità. La cavità, che è intenzione degli scavatori dedicare alla memoria di Giorgio Coloni, non si presenta facile, ma promette al suo fondo il Timavo. Non si tratta, ora, di essere ottimisti o pessimisti: si tratta soltanto di avere costanza. E pazienza.

Pino Guidi