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Ancora qualche grotta sul Carso

 

pubblicato su " progressione n 51 " anno 2004 

Basta! Devo mettere da parte la lettura delle avventure di Tex Willer, la Settimana Enigmistica, gli album della collezione dei francobolli, libri vari e decidermi di buttare giù qualche riga per il prossimo numero di “Progressione”. Non ho certamente un compito facile da espletare in quanto, nell’arco di tempo di un anno, la vetusta “Squadra Scavi” alla quale già da decenni appartengo, non è che abbia conseguito importanti ed inebrianti scoperte speleologiche. Lavorato e faticato si e molto, per aprire le grotte individuate, oppure per ridurre a più miti consigli qualche ostica e fiera strettoia ipogea. I risultati però sono stati alquanto scarsi. Un paio di lavori poi sono stati sospesi, vuoi per la mancanza di personale altamente qualificato per il proseguimento dei lavori stessi, vuoi per la mancanza di mezzi idonei per la demolizione. Ritorneremo sicuramente in quei siti prima che la Signora con la falce ce lo impedisca, anche perché potremmo incappare in qualcosa di buono, sempre speleologicamente parlando, nonostante la mia ferma convinzione che, a parte qualche raro caso, più si scava e meno si trova.

Nel “prontuario grotte” da me richiesto e come sempre compilato dall’amico, consocio e da una vita compagno di scavi Pino Guidi, dovrebbero esserci in linea di massima le cavità da noi scoperte, aperte, esplorate (sigh). Nell’elenco le cavità citate ci sono soltanto però in linea di “minima”: l’amico ha incluso parecchie grotte e grottine da me già trattate nei precedenti numeri della nostra rivista, e ha tralasciato una parte di quelle che dovrebbero essere il tema del presente articolo. Vuoi vedere che pure lui sta invecchiando? Dopo tutte le centinaia e centinaia di muri e muretti che il nostro ineguagliabile uomo ha eretto attorno agli accessi delle cavità disostruite usando il pietrame issato secchio dopo secchio dai costruendi pozzi o gallerie, ne ha ben diritto.

Così, in mancanza di un elenco dettagliato, mi sono dovuto spremere le meningi per ricordare tutti i lavori (e le schifezze) portati a termine e non, nel citato arco di tempo di un anno, mese più mese meno.

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Nella landa pietrosa e cespugliosa, quasi impercorribile, che si estende verso SE dal paesino di Prepotto, un poco oltre l’abisso Delise (vedi Progressione 48), abbiamo “ereditato” una cavità da tempo immemorabile abbandonata da un noto gruppo speleologico triestino il quale, per la solita mancanza di mezzi adatti per la demolizione, si era fermato con l’esplorazione a quota –13 metri, davanti ad una micidiale strettoia, che quasi tale è rimasta anche dopo il nostro intervento demolitore. Qualche metro più in basso altra strettoia pure lei micidiale che noi, ecc. ecc. Sempre allargando, sacramentando e esultando (?) abbiamo raggiunto una profondità sui 40 metri. Ma di questo scriverà in modo più esauriente l’ultimo acquisto della “Squadra Scavi” il giovanissimo Giuliano Carini nel suo articolo che dovrebbe comparire sul presente numero di Progressione.

A qualche decina di metri più a Sud della grotta testé citata, abbiamo intrapreso il solito faraonico lavoro di disostruzione di un altro buco nel quale ci siamo fermati a quota –10 metri con la solita strettoia lunga e… stretta che fa le bizze. Siamo stati costretti a sospendere i lavori per la carenza, come scritto all’inizio, di personale… qualificato e di mezzi di demolizione adatti.

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Percorrendo la strada provinciale San Pelagio Gabrovizza, a un centinaio di metri dopo la Trattoria Suban, si troverà alla propria destra una comoda carrareccia che si inoltra in leggera salita nella pineta di Prepotto. Seguendo la stradicciola e compiendo qualche deviazione a sinistra, si raggiungerà una conchetta nella quale si apre il già citato Abisso Delise. Prima che la carrareccia compia una brusca svolta a destra, al limitare del suo margine destro si noterà una non indifferente opera di scavo: si tratta della Grotta nella proprietà Slavko Svara. E’ una cavità graziosetta, molto ben concrezionata, nella quale abbiamo conseguito la spaventevole profondità di tredici metri. Ma più che rendere nota la mole di lavoro svolta all’esterno e ovviamente anche all’interno di questa grottina, voglio piuttosto affermare con piacere che i lavori da noi svolti erano improntati da un crisma di ufficialità, ossia svolti con il beneplacito del proprietario del terreno circostante il buco. Anzi, il proprietario stesso, signor Svara, ci ha coadiuvato nei lavori scendendo pure lui alla massima profondità raggiunta. Visto che ogniqualvolta che apriamo una grotta lavoriamo sempre nella clandestinità e nell’ansia di essere cacciati in malo modo da qualche infuriato padrone del terreno nel quale operiamo, questo fatto, quasi più unico che raro, mi ha favorevolmente impressionato.

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Ad una cinquantina di metri in direzione SE dalla Grotta Bongardi (vedi Progressione 49) si trova la Grotta II presso la Bongardi. L’esigua frattura iniziale ci ha impegnato con parecchie giornate di lavoro per ampliarla a sufficienza ed accedere così ad un pozzetto di cinque metri comunicante con una saletta ben concrezionata nella quale abbiamo rovistato in ogni angolo per capire qualche altra prosecuzione, purtroppo però con scarsi risultati.

Sempre in codesta zona ci siamo imbracati in faticosi lavori di disostruzione ed ampliamento fratture che a prima vista ci sono sembrate probanti, poi risultate sterili o troppo impegnative.

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“Pozzo strettissimo”. Ubicato nella pineta a Nord di Trebiciano. Dalla relazione catastale di Giuliano Carini: una fessura verticale, allargata con alcune ore di lavoro di sbancamento, immette in un pozzo molto stretto e reso accidentato dalla presenza di un ponte naturale e spuntoni vari. Sul fondo, costituito da massi incastrati, un esiguo orifizio lascia intravedere ulteriore ¾ metri di proseguimento verticale.

Non ho un buon ricordo di questo pozzetto malefico (la classica schifezza) nel quale a quota –3 metri, mentre tentavo la discesa, sono rimasto incastrato. Sono occorsi alcuni minuti di contorcimenti per liberarmi e guadagnare nuovamente l’uscita, esausto e ansante. L’esplorazione la ha effettuata subito dopo il mio tentativo andato a vuoto l’amico Giuliano, di qualche chilo più magro di me.

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Un’alta cavità nella quale abbiamo sospeso per il momento i lavori è situata sulle pendici meridionali del Monte Franco (Trebiciano). L’ingresso della stessa è stato aperto al lato d’accesso di un bunker senz’altro reminiscenza del secondo conflitto mondiale.Si sono rese necessarie parecchie giornate di lavoro per poter aver ragione di quel minuscolo foro alitante, individuato dall’amico Roberto durante una battuta di zona. Siamo in tal modo penetrati in un vano di forma triangolare, ben concrezionato, con fondo cosparso di detriti poggianti su di un compatto manto terroso. Il soffitto del vano raggiunto è completamente chiuso da massi incastrati, dai quali si può dedurre che la cavità in oggetto, in tempi remoti, era beante. Ad avvalorare questa tesi sono le numerose ossa, sicuramente resti di pasto, venute alla luce durante le opere di scavo, unitamente a cocci di vasi di impasto nerastro indubbiamente risalenti al periodo dei castellieri. Sono pure venuti alla luce due oggetti a forma di mezzo guscio d’uovo, uno dei quali integro. Si può avanzare l’ipotesi che si tratti di piccole lucerne visti i forellini praticati nelle minuscole anse per poterle appendere.

Scavando e allargando siamo scesi ad una profondità di circa dodici metri, dove un’ennesima strettoia, comunicante con un P. 8, ci ha momentaneamente fermato con i lavori. Ad un centinaio di metri in direzione SO da questo posto abbiamo eseguito un altro notevole lavoro di disostruzione, senza però ottenere alcun risultato.

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“Grotta presso Repen”. Ecco un altro esempio, ma questi sono numerosi, che cavità anche molto interessanti dal punto di vista speleologico, vengono individuate da chi speleologo non è. Infatti, l’accesso della grotta sopra menzionata, è stato segnalato a Roberto Prelli da un suo collega di lavoro abitante sul Carso. Logicamente l’ingresso allora era assolutamente inagibile, ed era rappresentato da una ghiotta frattura concrezionata nella quale le pietre lanciate “battevano” per auliche metro. E’ da non credere che tale frattura, già a prima vista molto promettente, sia sfuggita all’occhio delle orde di speleologi che da innumerevoli decenni battono sistematicamente ogni tratto dell’altopiano carsico.

Nel “prontuario grotte” fornitomi da Pino ho letto a piè di pagina una sua postilla a riguardo di questa grotta: Vedi descrizione dettagliata nella nota di Bone”. Con quella voglia saltami addosso che ho per descrivere una cavità, stà fresco! Ma andiamo avanti con le menzionate descrizioni attingendo a piene mani dalla SUA relazione catastale.

Per rendere transitabile la fessura iniziale sono occorse un paio di mattinate di lavoro col Makita, come pure ha chiesto il nostro intervento la strettoia che dà accesso al P. 39 interno. Il primo pozzetto che si può scendere in arrampicata, finisce su di una frattura allungata che costituisce la sommità del pozzo interno. I primi otto metri di questo sono alquanto angusti, ma poi l’ipogeo si allarga assumendo l’aspetto di un pozzo circolare di un paio di metri di diametro; continuando però la discesa alcuni restringimenti ed allargamenti gli conferiscono un aspetto piuttosto irregolare.

A circa quindici metri di profondità un portale concrezionato, sito sulla parete opposta del pozzo, immette (traversata di quattro metri) in un ramo laterale composto da una breve galleria che termina sull’imbocco di un P: 6,5. A destra di questo si accede ad una breve ma ampia galleria inizialmente ben concrezionata, ma nella sua parte terminale molto erosa causa l’aggressività delle acque d’infiltrazione che vi percolano da due alti camini che ne forano la volta. Alla base del P. 6,5 la cavità prosegue ancora, sempre ben concrezionata, per alcuni metri, con un fondo argilloso costellato da pozze d’acqua.

Proseguendo la discesa lungo il pozzo principale si sfiorano alcune nicchie e rientranze e, tramite una finestra posta ad una decina di metri dal fondo, un ramo laterale sormontato da un alto camino. Tale vano è in comunicazione col pozzo principale tramite alcune fessure che si aprono tra i massi concrezionati che costituiscono il fondo del vano stesso. Ancora una decina di metri di discesa e quindi si pone piede sul fondo cosparso di detriti poggianti su argille compatte. Qualche assaggio di scavo a ridosso delle pareti, per individuare altre prosecuzioni, come pure le arrampicate ivi effettuate, non hanno dato risultati positivi.

Questo è tutto, cari lettori, e con la speranza di un futuro migliore, sempre speleologicamente parlando, vi saluto affettuosamente.

 

Bosco Natale Bone