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GROTTA BONGARDI - MITZI ED ALTRE CAVITA' MINORI

Pubblicato sul n. 49 di PROGRESSIONE – anno 2003

 Queste quattro cavità, anzi cinque, in quanto l’amico Pino all’ultimo momento prima di andare in “onda” con questo mio articolo me ne ha rifilato un’altra, sono il resoconto di un anno di lavoro della vecchia (nel vero senso della parola) “Squadra Scavi” dell’intramontabile CGEB. Logicamente per inserire nel catasto le grotte sopraccitate, è stato necessario eseguire un minuzioso lavoro di ricerca sul terreno, seguito poi dal normalissimo e consueto lavoro di disostruzione degli ingressi e delle strettoie inagibili nelle quali si incorre in qualsiasi (nostra) esplorazione.  Se vogliamo fare i dovuti conti delle energie spese, possiamo dire di aver usato il quaranta per cento delle forze nel “fare” le cinque grotte in questione, mentre l’altro sessanta per cento è stato buttato al vento in lavori che hanno dato scarsi o nulli risultati oppure sono stati sospesi in attesa – come solitamente si dice – di tempi migliori. Campa cavallo!  Su di un numero di Progressione di qualche tempo fa ho scritto che per portare a termine tutti i lavori accantonati, dovremmo campare ancora per mille anni. Ma vogliamo confidare nei nostri giovani consoci (mica tanti) che se continueranno a praticare la speleologia prima o poi finiranno per fare loro il nostro punto di vista: “sono preferibili e più soddisfacenti dieci metri di grotta sul Carso che cento e passa sul Canin e zone similari”.  I lettori che scorrono i miei articoli si saranno senz’altro resi conto di quanto mi urta il descrivere la morfologia di una grotta: “si scende in un pozzetto, si risale un camino, si passa una strettoia” e così via.  Dal mio punto di vista tali descrizioni fanno diventare la lettura barbosa perciò mi limiterò a sintetizzare il tutto, anche per ovvi motivi di spazio concessomi dai redattori. 

GROTTA ALESSANDRO BONGARDI

Profondità: m 67 - lunghezza: m 94 - primo pozzo: m 7 - pozzi interni: m 24 / 9,5 / 2 / 9,5.

La cavità in oggetto è stata dedicata alla memoria di Alessandro Bongardi, di antichissima data socio della Commissione Grotte e speleologo degli anni ventitrenta del secolo passato. Ci ha lasciato nel 1981, ottantaquattrenne. Non mi è dato di sapere se “Sandro” avesse combattuto nel primo conflitto mondiale né se, in caso affermativo, in quale esercito avesse militato. L’età, per partecipare a quell’orgia di sangue, comunque l’aveva. Se ben ricordo penso di averlo conosciuto sul fondo della Grotta Gigante, in occasione delle grandi illuminazioni popolari, mentre era intento a vendere cartoline illustrate della grotta medesima ai visitatori che ne facevano richiesta. Con le cartoline vendeva pure i francobolli necessari per l’inoltro della corrispondenza e quindi annullati ufficialmente in situ con un timbro appositamente preparato. Quindi le cartoline venivano imbucate in una“cassetta postale” di legno, che alla fine della giornata, portava fuori per riversarne il contenuto nella cassetta postale del vicino paese. Scomparso Lui è pure scomparsa quella simpatica consuetudine di posta sotterranea.Quando giungeva l’orario di chiusura della grotta, il nostro uomo infilava in un capace zaino il materiale invenduto e con questo sulle spalle e la cassetta della posta sotterranea sotto braccio velocemente guadagnava l’uscita, lasciando a noi giovani il compito di portare fuori le panche e qualche sedia. Giunti all’esterno smontavamo la baracca che costituiva la biglietteria, caricandola poi con le altre suppellettili su di un carro agricolo e trasportavamo il tutto in un caseggiato (un vecchio fienile) nel vicino paese di Borgo Grotta Gigante. Altri tempi…A volte “Sandro” si accorgeva che qualche burlone gli infilava di nascosto delle pietre nello zaino, ma lui non lo dava a vedere e, per dimostrare di che pasta era fatto, portava fuori il tutto, deridendo poi l’autore dello scherzo, dicendo che per fiaccare Lui ci voleva ben altro. Dicono che gli piacevano di più i libri e la bicicletta che andare in grotta, ma anche come speleologo non era da buttare.  Infatti, solamente nel circondario di Borgo Grotta ha esplorato e rilevato una decina di cavità. Non ho mai avuto l’occasione di scendere in grotta con Lui, anche perché ormai aveva passato la sessantina e già da tempo il suo elmetto era appeso al classico chiodo. Una volta è venuto a trovarci mentre eravamo impegnati, non ricordo più per quale lavoro, nella Grotta Romana situata tra i paesini di Sgonico e Gabrovizza. Avevamo armato il pozzo d’accesso (un P. 8) della suddetta con una scaletta e nel caso (improbabile) per chi volesse la sicura anche con uno spezzone di fune. “Sandro”, per dimostrare nuovamente di che pasta era fatto, si tuffò letteralmente oltre l’ingresso (ampietto: m 4 x 2) per afferrare al volo la corda di sicura e a mani nude si lasciò scivolare sulla stessa raggiungendo così il fondo in pochi secondi. I suoi vecchi compagni di grotta gli avevano affibbiato come sopranome “Giardinetto”, storpiandolo dal suo cognome originale di “Baumgartner”, italianizzato poi in quello attuale. Per me, comunque, era sempre il signor Bongardi. Un’altra sua singolare specialità era quella di imitare alla perfezione il miagolio del gatto selvatico. Qualche volta, per celia, ne faceva il verso sul fondo della Grotta Gigante, facendo stupire i visitatori che meravigliati si chiedevano come quel raro felino sia potuto penetrare sino a lì disertando il suo habitat naturale. Classica infine è la foto che lo ritrae in camicia nera con sopra ricamato il pipistrello della “Commissione Grotte” in posa un po’ – diciamo così – mussoliniana, all’esterno dell’abisso di Verco sull’altopiano della Bainsizza, rinomata località di villeggiatura durante la Grande Guerra, come quell’altra, una delle tante, situata un po’ più a nord, in fondovalle, che i nostri soldati ne decantavano i pregi con una breve ma eloquente poesio la: “Di là del fiume Isonzo, ci stà Santa Lucia, se stanco sei di vivere, ti insegnerò la via.” Chiedo scusa dal più profondo del cuore, alle anime dei Caduti e di tutti quelli che hanno sofferto in quei tragici luoghi, per queste mie dissacranti frasi.

Dov’ero rimasto? Ah, già! Alla grotta dedicata a “Sandro”. È una belloccia e interessante cavità dove merita la pena di fare un giretto. Molto bello è l’ampio P. 24, e graziose le pur brevi diramazioni laterali che si incontrano man mano proseguendo la visita. Concrezionata, ma non all’eccesso, erosa ma non all’eccesso, offre una discesa priva di fattori angoscianti. Logicamente, come tutte le grotte di questo mondo non bisogna prenderla sottogamba e come tutte le grotte di questo mondo non è terminata sul più bello; il futuro visitatore più smaliziato di noi (difficile) potrà persino individuare qualche altro proseguimento da noi volutamente trascurato.

Grotta Bongardi. (Foto G. Carini)

GROTTA MITZI

Profondità: m 33,5 - lunghezza: m 87 - pozzo d’accesso: m 21,5.

“Abisso Figaro”, “Abisso Zar” ed ora “Grotta Mitzi”. I nomi assegnati a queste cavità non hanno nulla a che fare con il Barbiere di Siviglia di A. C. de Beaumarchais, nè con gli zar di tutte le Russie, e neanche con l’attrice cinematografica statunitense degli anni cinquanta Mitzy Ginor.

Si tratta invece di bestiole appartenute all’amico Glauco che da qualche tempo si trovano nel loro paradiso. Con quest’ultima frase avrò fatto inorridire qualche cattolico  convinto, ma, se come dicono esiste un paradiso per gli esseri umani, tanto più dovrebbe esserci un altro per gli animali, di gran lunga più meritevoli di accedervi che la grande maggioranza delle persone.  Oddio, chiamarle bestiole può andar bene per “Mitzi” che era una graziosa gattina europea, ma le altre due erano dei mastodontici cani di pura razza San Bernardo, vincitori – tra l’altro – di numerosi premi alle mostre canine. Ci accompagnavano, prima l’uno e poi l’altro, nelle nostre escursioni speleologiche sabatine, dividendo con noi il caldo, il freddo, la pioggia e il nostro magro spuntino mattiniero, attendendo poi con pazienza il nostro ritorno in superficie. Una storiella che a Glauco piace raccontare è quella che ha come protagonista il suo primo cagnone, Figaro. Un giorno Glauco ed altri soci della CGEB avevano accompagnato una numerosa scolaresca a visitare una grotta sul Carso triestino. Inutile aggiungere che con loro c’era pure Figaro, coccolato a più non posso da tutti i ragazzini e ragazzine che continuavano ad imboccarlo con bocconcini delle loro merendine che avevano già iniziato a piluccare, stuzzicando così il suo celebre appetito. Poi, tutti in grotta! Escluso Figaro, naturalmente: a lui era stato assegnato il compito di guardiano degli zaini. Potete star certi che non vi era persona estranea che poteva permettersi di entrare nel raggio d’azione della corda alla quale era legato. Quando sono usciti dalla grotta i grandi e i piccoli hanno avuto la sgradita sorpresa di vedere i loro zaini sparpagliati attorno e vuotati del loro contenuto: ci sono stati i ladri? Di ladri ve ne era stato uno solo che in quel momento se ne stava placidamente a dormire all’ombra di un albero. Figaro, e chi altri? Cogliendo l’occasione dell’assenza dei proprietari, ha vuotato tutti i loro zaini e divorato le merende di grandi e piccini. Solamente lo scatolame era rimasto. Con lo Zar, invece, ho avuto un poco piacevole incontro ravvicinato. Mi trovavo nel cortile antistante l’officina-carrozzeria di Glauco per un ennesimo problema con la mia macchina. Mentre l’amico si recava a procurare il pezzo di ricambio per il motore, mi sono seduto su una sedia con ai piedi il cagnone che sonnecchiava. Non mi pareva che fosse di buon umore. Gli allungai una ruvida carezza sul muso che lui contraccambiò con un feroce ringhio mettendo in mostra tutto il suo poderoso e impressionante apparato masticatorio.  Si avventò contro la mia mano che però non morse (me l’avrebbe staccata di netto) continuando a ringhiare sordamente.  Grazie al cielo in quel momento passò nelle vicinanze un gattino che distolse l’attenzione di Zar nei miei confronti. Poi volse indietro la testa e si mise a mordicchiarsi una zampa. Rapido come una saetta mi tuffai nell’automobile parcheggiata lì vicino. Mi chiusi dentro e non ne uscii fino all’arrivo di Glauco. Quel gattino, a sua insaputa, mi tolse da una situazione, a dir poco, molto scabrosa. Ci sono tanti gatti e gattini nel cortile di Glauco, ma loro per essere il più discreti possibile non si fanno mai vedere più di due o tre per volta, nemmeno quando è l’ora di colazione, approntata quest’ultima in numerose ciotole disposte un po’ ovunque.  C’è il micio che si lascia accarezzare, quello che non si fida troppo, poi c’è quello che non mangia nella ciotola come gli altri ma si infila direttamente nel sacco dei croccantini per servirsi a sazietà. Non ci sono solo gatti nello spiazzo antistante l’officina ma anche svariati tipi di uccelli che approfittano del buon cuore di Glauco. Ci sono passeri, fringuelli, ghiandaie, gazze e per ultimo un grosso gabbiano con un’enorme apertura alare, l’unico uccello che può tranquillamente ed impunemente mangiare nelle ciotole dei gatti. Mi sono nuovamente perso per strada!  Forse sto invecchiando e comincio a perdere i colpi, forse. Forse in me sta scemando la passione per la speleologia, forse. Forse questo è l’ultimo articolo che scrivo, forse. Grotta “Mitzi”! Cosa posso scrivere per non cadere nel banale? È una graziosa cavità con ambienti molto ben concrezionati.  Bello è anche l’ampio pozzo d’accesso, pure questo scevro di fattori angosciosi che solitamente sono presenti nelle nostre esplorazioni. Splendide le diapositive ottenute. Bella forza! Quel giorno si è unito alla nostra squadra l’amico e consocio Umberto Tognolli, alias “Jumbo”, grandissimo fotografo specializzato per di più nella ricerca  di particolari che un profano non avrebbe mai notati. Il nostro uomo non ritrae solamente la classica cortina di stalattiti, ma anche l’intima essenza di una concrezione  facendola poi risaltare in maniera superlativa sullo sfondo bianco di uno schermo di proiezione. Sono sicuro che se portassimo “Jumbo” in un tetro sottoscala oppure in una miniera di carbone, con le sue macchine e con i suoi flash eseguirebbe un servizio fotografico di prim’ordine. Anche in questa grotta abbiamo frugato nei più reconditi angoli per carpire alla stessa qualche altro proseguimento. I risultati però sono stati scarsi: una concrezionatissima cavernetta laterale con relativo camino rimbombante, molto concrezionato pure lui che con la sua morfologia ci ha tratto in inganno (speravamo di trovare qualche continuazione alla grande della cavità) e una disadorna caverna terminale dove, particolare curioso e insolito, a ben 25 metri di profondità tra gli interstizi della roccia si sono individuati numerosi filamenti radicali della vegetazione esterna. Come ho scritto poc’anzi per la Grotta Bongardi, altrettanto vale per la Grotta “Mitzi”: come tutte le grotte di questo mondo ecc.

Concrezione stalattitica nella Grotta Mitzi. (Foto U. Tognolli)
Concrezioni nella Grotta Mitzi. (Foto U. Tognolli)

CAVERNETTA A NORD DELLA GROTTA BONGARDI

Profondità: m 9 - lunghezza: m 24.

L’ingresso è ubicato ad una ventina di metri più a nord della sopraccitata. Sono bastate poche ore di lavoro per rendere agibile il pertugio iniziale e accedere così a questa simpatica grottina senza pretese, però abbellita da un cospicuo concrezionamento della volta e delle pareti.

POZZETTO A NORD OVEST

DELLA GROTTA BONGARDI Profondità: m 5,3 - lunghezza: m 2,5.  L’imbocco di questa modestissima cavità si apre ad una decina di metri in direzione NO dalla grotta sopra menzionata.

L’ingresso è stato allargato con un’oretta di lavori d’ampliamento. L’ambiente interno è molto angusto, in parte concrezionato e col fondo ingombro di detriti calcarei e crostoni calcitici. Non si è tentato alcun lavoro di disostruzione in quanto il pozzetto in questione è sicuramente comunicante con la vicina Grotta Bongardi, con la quale, in epoche remote, faceva parte integrante.

GROTTA 18ª DI CAPODANNO Profondità: m 10,4 - lunghezza: m 4.

Dalla relazione catastale di Pino Guidi: si tratta di un pozzo ben concrezionato con un primo salto di cinque metri, interrotto a metà da uno scivolo terroso e da una strettoia (allargata), che porta ad un vano sormontato da un camino. Uno scavo sul fondo ha permesso di accedere al pozzo interno, piuttosto stretto, che termina su di un fondo argilloso … (omissis). Lo si è voluto inserire nel presente numero di Progressione unicamente per proseguire con la nostra vecchia consuetudine di rilevare topograficamente un nuovo buco ad ogni capodanno.

                                                                                        Bosco Natale Bone