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INSEGUENDO L'ARIA NELLA GROTTA

Pubblicato sul n. 47 di PROGRESSIONE – anno 2002

Era la metà di febbraio e, con Giuliano, c’eravamo trovati a Draga senza un pro­gramma ben definito. Alla Martina, non avevamo più nessun punto particolare da verificare ed avevamo ormai completato tutti i lavori preliminari per la ricerca dell’aria da eseguire con i ventilatori. La giornata era fredda e soffiava la bora. Proposi quindi a Giuliano di verificare l’aria nel ramo Cos­siansich della Grotta delle Gallerie, 420 VG, dove avevo partecipato allo scavo effettua­to alcuni anni prima, e di farmi vedere quel­lo iniziato da lui ed altri soci nel ramo del pozzo. Il ramo Cossiansich soffiava in ma­niera notevole, ma questa non era una no­vità. La precedente campagna di scavi era stata impostata proprio all’inseguimento di quest’aria.

La sorpresa l’abbiamo avuta invece allo scavo nel ramo del pozzo. Nel poz­zetto scavato precedentemente (circa un metro e mezzo) si sentiva, sia pure ad intermittenza, il fischio dell’aria provenien­te da strettoie nascoste. Non occorreva altro per invogliarci a riprendere lo scavo abbandonato alcuni anni prima.

 Al primo appuntamento ci troviamo in sei. Si comincia con la pulizia dello scavo precedente ed anche se le condizioni at­mosferiche sono cambiate il flusso d’aria permane. Durante la pulizia qualche pietra passa attraverso i pertugi e la si sente ro­tolare per un paio di metri. Questo è inco­raggiante e lo scavo prosegue con facilità. Il materiale è tirato fuori con l’ausilio di una carrucola e scaricato nella caverna. I metri di profondità aumentano ed il problema più grosso è dato dall’acqua che il tempo piut­tosto piovoso convoglia nel pozzo. Il pro­blema è parzialmente risolto deviandola con teli di nylon e Luciano ne approfitta per versarci dietro un secchio di colorante ros­so. L’idea è di poterlo ritrovare nella sotto­stante Martina. Si lavora seguendo i pertu­gi che si aprono man mano che si avanza con lo scavo. Questo in sostanza è vertica­le e facilita l’evacuazione del materiale con la carrucola. I metri aumentano ed il pozzo è attrezzato con staffe di ferro.

Sono trascorsi ormai tre mesi quando, a -9 metri, il pertugio assume le dimensio­ni di un oblò attraverso cui s’intravede un vano di alcuni metri, Il rumore delle pietre lanciate attraverso è contrastante: q ualcu­na cade per un paio di metri mentre altre sembrano rotolare per molto di più. Biso­gna allargare quest’ultimo tratto poi si vedrà.

Oltre si sbocca in una caverna il cui pavimento è costituito da un crostone pen­sile di calcite. Sotto si apre un pozzo di sei-sette metri che prosegue con un cunicolo fangoso. Dalla caverna poi, quasi a forma­re una Y rovesciata, si diparte un pozzo inclinato che scende per una decina di metri e in fondo è chiuso da calcite con alcune fessure. Le condizioni atmosferiche non sono ideali e la corrente d’aria è inesisten­te. Prosecuzioni evidenti non ci sono e non rimane che provare ad allargare il cunicolo sotto al pavimento che sembra il più pro­mettente. Dopo un paio di uscite di scavo in questo cunicolo, però, le difficoltà incon­trate sono tali che c’è bisogno di una con­ferma prima di proseguire.

E il momento di applicare il metodo Zanini. Prepariamo quindi una sagoma di legno per chiudere il pozzo artificiale e su cui applicare il solito ventilatore. Quan­do tutto è pronto, oltre al ventilatore, ci sgobbiamo dietro due accumulatori da auto per farlo funzionare. Ne vale la pena. La forzatura mostra sì un leggero flusso d’aria nel cunicolo già scavato, ma il ru­more della corrente d’aria innescata tra la calcite dell’altro pozzo non lascia dub­bi su dove scavare.

Si riprende a lavorare. Nuove e giovani leve (i figli di Feresin) si aggregano al grup­po. Ci ritroviamo a scavare insieme anche in tre del gruppo dei cento anni1 a confer­mare un’amicizia che continua dal 1958. Si scava velocemente ed il problema più gros­so è la sistemazione del materiale. Non c’è più spazio e siamo costretti a terrazzare il pozzo inclinato utilizzando grigliati e lamie­re. Quando stiamo già valutando la cubatu­ra del terzo terrazzino per verificare quanto materiale potremo ancora accumulare, l’au­mento evidente dell’aria circolante ci fa capire che abbiamo raggiunto l’ultimo dia­framma. Sfondare questo non è semplice perché non ne va bene una. Pur disponen­do di due trapani, vanno in panne ambe­due. Alla fine però anche questa strettoia cede e, dopo un mese e mezzo (durata di questo secondo scavo) entriamo in una galleria impostata in direzione NO e SE.

La galleria NO, larga in media 3-4 metri ed alta dai cinque ai sei, prosegue con una serie di saliscendi in ambienti ben concre­zionati. Una prima strettoia a livello del soffitto è superata senza difficoltà e dopo un altro tratto di galleria si sbocca in una caverna ornata da alcune vasche. Un poz­zo di una quindicina di metri si apre in un angolo, ma non avendo a disposizione nessuna scaletta, si tenta di forzare una strettoia promettente alla base di un’alta colata di calcite che sembra chiudere la galleria. Il proseguimento è trovato però du­rante l’uscita successiva. Lo trova Luciano non alla base, ma alla sommità della colata dove una seconda strettoia porta in un’al­tra galleria. Un pozzo valutato una decina di metri interrompe il pavimento, ma è sca­valcato senza problemi. La galleria prose­gue fino ad uno stretto passaggio con il quale si raggiunge un ballatoio che si af­faccia alla sommità di una grande galleria. Raggiunto il fondo con quindici metri di scala, la galleria prosegue in ripida disce­sa. Un corridoio laterale porta in una caver­na ad imbuto sul cui fondo si apre un altro pozzo. Sul fianco della caverna, attraverso alcuni blocchi di frana, è possibile raggiun­gere il fondo del pozzo dieci metri più in basso. Qui una caverna sembra segnare la fine della grotta. In un angolo però è indi­viduato un pozzetto di alcuni metri di facile discesa. Un cunicolo prosegue per altri metri fino ad una polla d’acqua che chiude la grotta. La profondità approssimativa è di un centinaio di metri quindi potremmo es­sere al livello degli ultimi laghi della Martina.

L’esplorazione del pozzo nella caverna delle vasche non dà risultati di rilievo men­tre quello oltre la seconda strettoia si affac­cia sulla grande galleria sotto il ballatoio. Di fronte a questo però si apre una finestra che sembra il proseguimento naturale del­la galleria anche se raggiungerla non è sem­plice. Pochi metri più in basso un’altra fine­stra è raggiungibile più facilmente ed è a questa che ci si dedica. Immaginabile la delusione quando, attraverso la prima, si raggiunge la seconda finestra con un tratto di galleria in salita che le collega. Solo un piccolo pertugio soffiante a metà del pozzo oltre la seconda strettoia potrebbe riserva­re altre sorprese.

La galleria SE, delle stesse dimensioni dell’altra, risulta lunga una quarantina di metri e termina con una caverna sovrastata da un camino promettente. Nel pavimento alcuni fori richiedono ulteriori indagini. Que­ste sono effettuate in più riprese installan­do un nuovo e più potente ventilatore con motore a scoppio all’imbocco della Marti­na. Sono così individuati tre punti di aspi­razione: due nella caverna terminale ed uno nella stessa galleria SE. Nessun punto spe­cifico nel ramo NO.

 Un primo tentativo di scavo nel punto al centro della caverna, è presto abban­donato in favore del pozzetto che si apre nella galleria. Dopo alcuni metri, scavati nella direzione sbagliata, anche questo è tralasciato ed inizia lo scavo nel punto posto all’estremità della caverna. Lo sca­vo è tuttora in corso.

Dall’inizio dello scavo nel febbraio 2002 fino all’ingresso nella galleria principale nel luglio dello stesso anno, hanno collaborato i soci e simpatizzanti: Roberto Barocchi, Franco Besenghi, Natale Bone, Lucio Co­mello, Federico Da Ponte, Augusto Diqual, Diana, Enrico e Fabio Feresin, Luciano Fi­lipas, Franco Florit, Pino Guidi, Gianni Scri­gna, Claudio Sgai, Giuliano Zanini.

                                                     Augusto DiquaI

 

1)  Natale Bone, Augusto Diqual, Luciano Filipas e Dario Marini si incontrano in CGEB nel lontano 1958. Da quella data continuano, tranne Dario che negli ultimi anni si dedica ad altro, a scavare nuove grotte sul carso. Vedere Progressione 11, pag. 16, “cento anni di amicizia a sfondo speleologico’.