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LAZZARO JERKO CRONACHE ESPLORATIVE

Vittoria in Caverna Medeot (foto W. Bole)

Pubblicato sul n. 41 di PROGRESSIONE - Anno 1999

I lavori alla Grotta Meravigliosa di Laz­zaro Jerko presso Percedol, ripresi un paio d'anni fa e da allora mai interrotti, stanno dando buoni risultati.

Dopo aver raggiunto nel ramo Est i 123 metri di profondità su di uno sviluppo di oltre duecento metri, ma senza aver trovato la via che conducesse alle acque del livello di base, le operazioni sono ri­prese da quota -12.

Qui uno scavo, notevole per le dimen­sioni e per la situazione ambientale og-gettiva (costruito un pozzo profondo die­ci metri e largo uno per tre, in una frana che è stata puntellata con tubi Innocenti e reti di acciaio elettrosaldate), ha porta­to ad una nuova via - il "Ramo Ovest" -, lentamente approfonditasi: a fine ottobre 1998 si attacca il "Pozzo Bibi" (da -21 a -25), quindi i primi di novembre - sempre seguendo esili fili d'aria - viene aperto il passaggio detto "La ESSE" che porta al "Pozzo Bosco" (dal nome del primo che vi si è infilato), pozzo che viene "costrui­to" fra i massi di frana che sembra non voler finire mai.

II Natale 1998 è festeggiato a metà di questo pozzo, quota -36, fra massi ora molto voluminosi fra i quali sono apparsi speleotemi abbastanza particolari (stalag­miti spezzate e inglobate nell’argilla, for­mazioni sferoidali tipo saldarne, resti di crostelli di concrezione),  quindi avanti seguendo l’aria, scavando, spezzando i massi con mazza e cunei (e sistemandole pietre derivate negli interstizi della fra­ na), mettendo in assetto tubi Innocenti e reti, piazzando scale di ferro, avanzando con la linea elettrica (indispensabile non solo per la luce - più comoda e meno inquinante del carburo - ma anche e soprattutto per far funzionare il trapano demolitore).

Si lavora due giorni fissi alla settima­na - mercoledì e sabato - con una squa­dra numerosa1; altri interventi di Filipas (da solo o con qualche compagno2) negli altri giorni, e il 31 dicembre si è a quota -39; da quota -36 in poi, strisciando fra i massi, a qualche metro dal pozzo si in­contra una parete di roccia che, anche se si presenta non proprio compatta (ha una struttura a fratturazione comminata, "a cassettini"), fa comunque sperare in una prossima fine degli operosi lavori di puntellamento.

Il 12 gennaio 1999 è raggiunta quota -45; siamo all'altezza della caverna che nel ramo Est porta al P. 45, ad una di­stanza spaziale dalla stessa inferiore ai dieci metri. Ma l'aria viene dal basso, per cui scavo dopo scavo, scaletta dopo sca­letta, sempre bloccando la frana con tubi Innocenti e sistemando il materiale nei numerosi vani laterali (spazi fra i massi che vengono prima meticolosamente esplorati da Ciano sempre alla ricerca di una possibile via alternativa), il 24 febbra­io si giunge a quota -60 dove la frana, ora formata principalmente da blocchi molto grossi, appare bloccata fra due pareti.

Dieci metri più sotto - e quindici giorni dopo - s'apre un pozzo vero (cioè non scavato da noi) che porta a quota -73, in una caverna concrezionata seguita da un pozzo di una dozzina di metri, cieco, interessato da notevoli venute d'acqua in caso di precipitazioni; sul fondo della caverna un laghetto di qualche metro quadrato e profondo 30/40 centimetri. L'aria, continuamente spirante, ci informa che il proseguimento si trova dalla parte opposta, manco a dirlo, fra i massi.

Altro scavo il cui risultato, siamo ormai giunti ai primi di aprile, è un pozzo profondo otto metri e largo due x tre, con tre pareti di roccia molto fratturata e la quarta co­stituita dalla solita frana che viene anche qui bloccata con i soliti tubi; sotto viene aperto un pozzo di cinque metri, solo in parte in frana. Pozzi intasati da lame crollate che vengo­no pazientemente vuotati e allargati. Il materiale viene sollevato sino a quota -73 da una catena umana che richiede, via via che ci si approfondisce, sempre più uomini. In mancanza di collaboratori sufficienti (il numero giusto sarebbe otto/ dieci) il materiale viene sistemato in gros­si sacchi di plastica lungo i ripiani e tra­sferito nella cavernetta di -73 il sabato o mercoledì successivo. Una volta alla set­timana il materiale qui accumulato viene versato nel pozzo cieco laterale (che or­mai non sarà più come appare nel rilie­vo); il lavoro è duro ma ben presto si ha la soddisfazione di superare dapprima quota -94 (fondo del P. 45 del ramo Est) e quindi quota -100.

Poco dopo si giunge al "Pozzo Nero", stretta fenditura verticale a quota -110, che deve essere allargato impiegando tutti i mezzi che tecnica e fantasia mettono a disposizione; al suo fondo, quota -113, le pareti si congiungono sotto i piedi e la grotta sembra finire: roccia a destra, roc­cia a sinistra, roccia sotto. Ciano, non convinto che possa finire così infila le dita, il sigaro, gli scalpelli, in tutte le fessure visibili e non visibili, sino a che trova, a un metro dal fondo, un pertugio centimetrico, lungo oltre un metro, in cui i sasso-lini sembrano cadere in un vano sotto­stante.

Altre giornate di patimento (il materia­le di scavo deve essere issato lungo i vari pozzi per 40 metri) e finalmente si riesce ad aprire il passaggio ad un P. 5 che porta in una stanzetta (due metri per uno, ma a noi sembra un salone: ci si può stare anche in tre!) con tre possibili prosecu­zioni. Si affronta dapprima un cunicolo ad ovest (quattro giornate di lavoro creano un vano che sarà successivamente riem­pito), quindi una fessura ad Est (costruita una stanzetta seguita da un cunicolo che termina con una fessura in salita da cui proviene un po' d'aria); il materiale di questi due scavi viene gettato sul fondo, quota -122, che viene riempito completa­mente.

Naturalmente, sarà l'aria di una piena a dirlo a Ciano, la prosecuzione si trova proprio a -123: altri due giorni di lavoro per recuperare e sistemare tutto il mate­riale gettatovi e quindi affrontare il pas­saggio (alto cinque centimetri e largo tren­ta) da cui proviene l'aria.

E' il 26 giugno 1999.

Qualche giorno dopo, aperto il pas­saggio, si scende un piccolo salto giun­gendo a -128: la continuazione ora è data da una fenditura simile a quella superiore (fessura orizzontale alta pochi centimetri che inghiotte l'abbondante acqua di stilli­cidio dando in cambio una notevole cor­rente d'aria). Il suo forzamento richiederà un paio di giornate di lavoro e cambierà completamente l'aspetto della grotta.

                                                                                               Pino Guidi

1 Nel periodo ottobre 1998 - giugno 1999 pre­domina la presenza dei soci più anziani della CGEB, fra cui numerosi pensionati; il gruppo "attivante" i lavori è composto da Luciano FiSipas (Ciano), Franco Fiorii, Libero Boschini (Bibi), Willi Bole. Dal "Libro delle Relazioni" risulta che hanno più di dieci giornate di lavo­ro (in ordine alfabetico) Roberto Barocchi (costruttore di versi), Franco Besenghi (Topo), Bone Natale (Bosco), Edi Brandi, Lucio Comello (curatore dell'impianto elettrico), Pino Guidi (manovale esperto in muretti a secco nonché rilevatore), Giuliano lanini. Hanno inoltre con­tribuito alla costruzione della grotta Furio Cari­ni, Gianni Cergol, Claudio De Denaro (Dede), Luciano Luisa (Foca), Claudio Sgai, Umberto Tognolli, Edvino Vatta, Flavio Vidonis, Nico Zuffi.

2 II più delle volte con Florit o con Willi o Bibi; in mancanza di un compagno Ciano comun­que andava a lavorare (o a controllare l'aria in occasione di forti piogge che potevano aver innescato delle piene) da solo. È così che in occasione di una piena del Timavo ha indivi­duato il sito giusto dove scavare a -123

 

 

NOTA DELLA REDAZIONE

Di seguito doveva trovare spazio la de­scrizione della restante parte della cavità e la cronaca dei lavori e delle fatiche che ne hanno permesso, passo passo, l'esplora­zione. Il raggiungimento del fondo e del grande fiume che vi scorre ha portato il successo dell'impresa a dimensioni non compatibili con lo spazio qui a disposizio­ne. E pertanto stato deciso di dedicare al­l'evento un numero speciale della Rivista, a carattere monografico, di prossima pubbli­cazione. In breve possiamo dire che la pro­fondità della grotta sfiora i 300 metri e che, dopo un grande pozzo dedicato a Federi­co Tietz, allargata l'ultima strettoia, si entra in una grande caverna cui è stato dato il nome di Luciano Saverio Medeot, sul fon­do della quale scorre un ramo del mitico Timavo. Ci scusiamo con i lettori ma cre­diamo che la loro pazienza sarà premiata.

Targa ricordo in Caverna Medeot (foto L. Comello)

LA TARGA POSTA ALL'INGRESSO - IL LAGO DEL FONDO

Foto U. Tognolli
Foto U. Tognolli

UNA LUNGA STORIA DI ESPLORAZIONI

Pubblicato sul n. 43 di PROGRESSIONE – Anno 2000

 La vicenda ebbe inizio nell’anno 1832 quando un abitante di Rupingrande quando un abitante di Rupingrande tale Lazzaro Jerko, percorrendo la strada che collega Villa Opicina con Monrupino, udì uno strano e rumoroso gorgoglio provenire da una dolinetta adiacente. Sceso nella stessa notò con stupore che la dolinetta era invasa da una copiosa quantità d’acqua che sembrava scaturire con veemenza dal suolo. Credendo, a quella vista, che con pochi metri di scavo si potesse raggiungere una preziosa falda acquifera, informò tramite una lettera il Magistrato civico.

Benché in quel tempo il carsismo era ancora una scienza agli albori, il detto Magistrato non era certo uno sprovveduto e rispose picche, adducendo sicuramente il fatto che a quella quota (+ 302 m slm) e per la natura stessa del luogo non potevano esistere possibilità di percepire delle sorgenti. Il gorgoglio visto e udito dallo Jerko. era dovuto all’aria che fuoriusciva dalle fessure esistenti sul fondo e ai lati della dolinetta e faceva così agitare l’acqua raccolta sul fondo impermeabile di quest’ultima. Acqua piovana, s’intende! Perché a mio avviso, seppure il fiume che scorre in fondo alla grotta fosse stato oggetto di una piena eccezionale, sarebbe assurdo pensare ad un suo innalzamento fino al livello di campagna. Questo fenomeno descritto dallo Jerko (raro, ma non unico) si ripeté nuovamente nel 1910, poi tutto finì nell’oblio.

 Nel 1967 alcuni soci della Commissione Grotte trovavano una fessura soffiante nella dolina e rispolverando vecchi incartamenti, venivano a conoscenza di quanto scritto poc’anzi.

 Confermato che si trattava proprio della famosa dolina hanno potuto in seguito constatare che alcune fessure poste verso il fondo della stessa, in concomitanza con le piene del Timavo, erano interessate da una violenta corrente d’aria in uscita che produceva un sibilo talmente forte da sentirlo a una distanza di 50 metri.

 Con i lavori di sbancamento del tratto iniziale si è ottenuto un pozzetto in viva roccia sui quattro metri di profondità. Quindi si è cominciato un sistematico lavoro di disostruzione di pietrame di ogni sorta di volume e crostoni calcitici, seguendo il limitare di un’unica parete ivi esistente. Cementando con colate di calcestruzzo alcuni tratti pericolanti e continuando a estrarre detriti dal vuoto così prodotto, alla profondità di 22 metri si è aperto un pozzetto concrezionato che ha fatto riattizzare l’entusiasmo in parte sopito. Continuando l’opera di approfondimento si è raggiunto il fondo del pozzetto citato (che segna la fine del fusoide embrionale) interessato da fratture per niente promettenti e da un basso pertugio comunicante con un angusto camino chiuso in alto da un notevole accumulo di massi instabili. In tale sito si è tentato un inutile lavoro di disostruzione riempiendo così con il materiale di scavo una minuscola cavernetta concrezionata che si apriva lateralmente al ramo formato dal camino testé descritto.

 Dopo ben 40 uscite si è raggiunta allora una profondità di 27 metri. Alla cavità ottenuta artificialmente, tranne gli ultimi cinque metri naturali, è stato assegnato il numero catastale 4737 V.G. e l’appellativo, veramente curioso, di “Grotta Meravigliosa di Lazzaro Jerko”.

 Di quel lontano periodo ricordo ben poco, anche perché non ho partecipato a tutte le uscite. Mi viene in mente la gettata di calcestruzzo che abbiamo messo in opera per la chiusura della grotta mediante una grata metallica. E le discese poi, effettuate in arrampicata libera lungo quelle pareti infide dove solitamente mi fermavo su di un’asse di legno incastrata sulla sommità del P. 5 terminale, dove passavo i sacchi di pietrame ai compagni sistemati più in alto. Per tale improbo lavoro si rendevano necessarie non meno di sette persone altrimenti non vi era la possibilità di issare i sacchi pieni di detriti all’esterno. Ovviamente tante persone non sempre potevano rendersi disponibili e visto che i lavori stessi cominciavano a diventare oltremodo onerosi e, quel che più conta, pericolosi, si decise di sospenderli sine die.

 La seconda campagna di scavi ebbe inizio nel maggio del 1987 per un totale di 17 uscite alle quali partecipai in prima persona insieme alla vecchia “Squadra Scavi”.

Constatata la presenza di un filo d’aria che fuoriusciva dalle frane ad una decina di metri di profondità, si è deciso di scavare un pozzo parallelo a quello primigenio e, dato che il personale addetto all’opera era piuttosto scarso, si è optato di gettarlo nel pozzo vecchio. Dopo mesi di duro lavoro per ironia della sorte siamo pervenuti nuovamente nel punto raggiunto negli anni sessanta. Seguendo il sottile filo d’aria che proveniva dai detriti del fondo, anche quella volta si è tentato un timido lavoro di disostruzione subito scoraggiato dagli immani massi in bilico che lo stesso nostro lavoro di escavazione rendeva ancor più instabili. Mi ricordo che stando in silenzio, appiattiti contro l’unica parete di roccia esistente in quel repulsivo vano, si udivano preoccupanti scricchiolii e cadute di pietruzze tra gli interstizi franosi. Non sapendo più dove sbattere il capo, per la seconda volta i lavori vennero sospesi.

 

La botola di ingresso (Foto U.Tognolli)

 Dieci anni dopo Luciano Filipas, compagno di tante avventure speleologiche, prese, come si suo1 dire, il toro per le corna decidendo di “farla finita” una volta per tutte con il problema “Lazzaro Jerko”. Così, dopo aver rispolverato gli ingrigiti compagni delle campagne precedenti, assunto dei nuovi, stipulato il contratto d’affitto col proprietario del terreno, ottenuti dopo vari iter burocratici i permessi necessari, racimolato e in parte acquistato il vario materiale occorrente. si è dato il via ai lavori. Sopra l’ingresso della grotta abbiamo provveduto a sistemare un argano elettrico e poi, per depositare gli attrezzi e avere un tetto sopra la testa in caso di maltempo, è stato eretto un baracchino che dopo qualche mese veniva incendiato da sconosciuti. E stato un duro colpo morale ma soprattutto finanziario. Comunque questo inspiegabile vandalismo non ci scoraggiò e in men che non si dica un altro capanno andò a sostituire quello bruciato. Tra i materiali in parte acquistati e in parte recuperati da vecchi cantieri di lavoro figuravano innumerevoli tubi Innocenti, morsetti per detti, reti d’acciaio, tondini e putrelle di ferro, scalette metalliche, cemento ecc., per poter, nei limiti del possibile, arginare le frane costituite da massi di tutte le dimensioni, pietrame vario e fanghiglia.

Sala a - 20 mt (Foto U.Tognolli)

I lavori di scavo veri e propri sono stati ripresi alla quota della massima profondità raggiunta negli anni. sessanta e ottanta, vale a dire a -27 metri dal livello di campagna, vale a dire che mancavano “soltanto” 250 e passa metri per arrivare nel sito dove si supponeva scorresse il Timavo incavernato.

 A parole il nostro modo di procedere era oltremodo semplice: tramite l’argano elettrico si issavano in superficie grossi buglioli di lamiera pieni di pietrame e man mano che ci si abbassava, si provvedeva a puntellare con i tubi Innocenti e le reti metalliche il materiale instabile che giocoforza non poteva venir estratto. Si provvedeva inoltre alla messa in opera delle scalette fisse e alla stesura dei cavi per l’impianto elettrico che si rendeva necessario per l’utilizzo dei vari trapani demolitori e non. Detto impianto a varie altezze era provvisto di scatole di derivazione, prese e lampade elettriche per non dover ricorrere ai mezzi di illuminazione personale (acetilene). Un plauso va fatto al socio e compagno di scavo Lucio Comello, encomiabile realizzatore di tale opera.

Continuando in profondità con lo scavo e sempre puntellando le pareti con putrelle, pezzi di binario e persino una grossa catena per stabilizzare un macigno di parecchie tonnellate, abbiamo raggiunto alcune brevi cavernette laterali, in parte immediatamente riempite con il materiale di risulta e poi, a quota -40, ci siamo affacciati all’imbocco di un pozzo vero e proprio, al quale seguiva un altro più profondo ancora. “E fatta!” ci siamo detti, però non è stato così. Terminate in varie riprese le esplorazioni e tirando poi i classici remi in barca, abbiamo constatato di aver sprofondato la cavità di ben 123 metri e assegnato alla stessa una lunghezza di 220. Un bel colpo, non c’è che dire, però del Timavo o almeno di una chiara via per poterlo intersecare laggiù, nei fangosi pozzetti terminali, o nelle bellissime gallerie concrezionate, non esisteva traccia.

Giunti a tal punto, ogni persona ragionevole avrebbe detto: “Basta! Abbiamo conseguito in questo malefico buco una discreta profondità e lunghezza e, quel che più conta, senza farci del male! Cosa vogliamo ancora?”.

 Logicamente lo speleologo non è una persona ragionevole, altrimenti non andrebbe in grotta. lo personalmente amo definire i miei compagni e me stesso, quando ci ritroviamo fuori da una cavità bagnati fradici, infangati da capo a piedi e abbruttiti per la fatica: eroi della deficienza mentale!

 Per non lasciare nulla di intentato siamo nuovamente andati a rovistare le frane “alla ricerca dell’aria perduta”. Un punto abbastanza promettente è stato localizzato una decina di metri più in basso dell’ingresso (sic) e, pertanto, come detto poc’anzi, per non lasciare nulla d’intentato, abbiamo iniziato a scavare un pozzo parallelo (il terzo). Col solito sistema di vuota, issa, puntella e sacramenta siamo nuovamente capitati alla fatidica quota -27 metri, leggermente più spostati ad Ovest del precedentemente descritto Ramo Est. Il pietrame estratto dal Ramo Ovest veniva ridotto a colpi di mazza in misura ottimale per essere convogliato, tramite un toboga all’uopo costruito, nel primo pozzo-caverna del Ramo est.

 Grazie ad una piena timavica abbiamo “recuperato” I’aria che ancora una volta ci indicò la via da seguire. Se I’aria con alti e bassi continuava ad essere presente, quello che ci mancò di colpo erano le pareti. Ci muovevamo in un ambiente costituito solamente da massi di tutte le dimensioni che, procedendo con lo scavo verso il basso, eravamo costretti, come oramai era consuetudine, a puntellare. Il luogo era talmente infido, ostile e repulsivo che per qualche settimana disertai i lavori.

Durante la mia assenza i compagni si sono aperti una via che li ha portati qualche decina di metri più in basso e dopo aver oltrepassato alcuni grossi macigni hanno raggiunto l’imbocco di un pozzetto comunicante con una graziosa cavernetta interessata sul suo fondo da un bacino d’acqua e da un pozzo laterale, cieco, profondo m 16. Com’era da aspettarselo la continuazione venne individuata nella parte opposta della cavernetta in questione, e cioè sempre nel cuore della frana che, rinserrata tra due pareti oltremodo erose, occludeva il pozzo che la ospitava. Per liberare almeno in parte il pozzo dalla frana stessa abbiamo dovuto compiere un faticoso lavoro di demolizione massi, a volte grandi come armadi. Il pietrisco così ottenuto veniva issato, secchio dopo secchio, e quindi sistemato nella cavernetta soprastante. Ho battezzato quel provvidenziale vano “Caverna della Salvezza”, perché se nel nostro avanzamento verticale non l’avessimo intercettata, i lavori si sarebbero definitivamente interrotti a quota -73 metri per la mancanza di spazio atto a contenere il materiale di scavo.

Finalmente, a novanta metri di profondità, la frana si è esaurita. Davanti a noi, allora, si stagliarono lame di dissoluzione incombenti su pozzi strettissimi ed intensamente erosi. Dato che non era più necessario puntellare pareti e massi, i lavori di ampliamento strettoie proseguirono abbastanza spediti: il materiale detritico continuava ad essere issato nella “Caverna della Salvezza”, si mettevano in opera le scale metalliche fisse e si proseguiva lo stendimento della linea elettrica.

A quota -103 metri abbiamo aperto l’accesso di un pozzo angustissimo il quale è stato denominato “Pozzo Nero”. Questo perchè si apre in calcari di colore nerastro il quali fanno da interstrato tra l calcari grigi veri e propri e le sottostanti dolomie.

 Inutile dire che a volte l’aria faceva la dispettosa facendoci scavare nel punto sbagliato e riempiendo cosi di pietrame il punto ottimale. Un’altra piena ci inviò l’aria giusta, quella vera, che ci indicò chiaramente la via da seguire.

 Un bel momento con l’amico Luciano, dopo aver forzato un’ennesima strettoia, ci siamo calati in un bel pozzetto concrezionato, ampietto, con fondo orizzontale costituito da roccia, ricoperto da una spanna d’acqua. Quest’acqua più o meno velatamente ci accompagnerà lungo i Sala a -20. (Foto U. Tognolll) pozzi e meandrini successivi fino alle caverne terminali della cavità. Mi sono molto stupito nel notare un fondo di pozzo roccioso. Solitamente il fondo dei pozzi nelle grotte carsiche fossili è formato da detriti, o terriccio, o argilla, oppure da colate calcitiche, ma mai di roccia. Non so perch8 ma questa anomalia, sotto sotto, mi fece ben sperare.

Nel vano sopra citato ci siamo guardati attorno individuando cosl alcune fratture orizzontali intasate da crostoni calcitici e fanghiglia, derivata quest’ultima dalla dissoluzione delle dolomie (raggiunte in tale tratto della grotta). Dette dolomie. compatte. molto tenaci, cristalline. con la loro disgregazione formano appunto delle fanghigiie sabbiose altamente abrasive: ne sanno qualcosa le pulegge del nostri discensori.

 A turno, distesi nell’acqua. in un paio di orette di lavoro con mazza e scalpello, abbiamo allargato dette fratture raggiungendo poi un piccolo vano allungato che terminava sull’imbocco di un ampio pozzo profondo 45 metri. Tale pozzo è stato battezzato “Pozzo Milic” in memoria del proprietario del fondo in cui s’apre la Jerko. Si tratta di un pozzo molto suggestivo, interessato da grandi colate di calcite e da nuda roccia. con stratigrafia orizzontale, compatta, di varia potenza, e policroma. Il fondo del “Pozzo Milic” è costituito da dolomie in gran parte ricoperte da banchi di calcite fortemente incisi da un notevole stlilicidio. Da questo punto, con una non facile risalita di una decina di metri, abbiamo raggiunto L’accesso di un gigantesco pozzo (P. 24) laterale sormontato da un immenso camino. La prosecuzione vera e propria però, si trovava alla base del pozzo precedente dove, dopo aver allargato l’ingresso di una piccola cavernetta, ci siamo affacciati su di una frattura allungata la quale immetteva in un altro pozzo (P. 47). Pure questo è piuttosto ampio, in parte concrezionato con colate calcitiche e formazioni stalattitiche, un po’ infido e, in certi tratti, interessato da un copioso ruscellamento di acque lungo le pareti. Tale ruscellamento di acque aggressive ha profondamente inciso le colate di calcite facendo assumere a loro una curiosa forma a creste. Quest’altro pozzo è stato dedicato alla memoria di Federico Tietz, “Birillo” per gli amici, un nostro giovane consocio scomparso recentemente.

 Una ventina di metri prima di raggiungere il fondo del “Tietz” è stata esplorata un’ampia caverna laterale, senza però trovare nella stessa prosecuzioni degne di nota.

 Raggiunto il fondo del P. 47, costituito da sfasciumi rocciosi e crostoni calcitici continuamente dilavati da un incessante stillicidio, si nota l’accesso di un ulteriore pozzo sui dieci metri di profondità che porta in una caverna col fondo in parte roccioso, da dove si dipartono alcune brevi gallerie ascendenti completamente invase da potenti banchi argillosi.

 Abbiamo raggiunto in tale sito la profondità di circa 230 metri e, facendo i conti della serva, dovrebbero mancare ancora una cinquantina di metri per arrivare ai tanto agognato Timavo. Infatti, a onor del vero, i nostri calcoli non si sono dimostrati errati, soltanto quegli ultimi cinquanta metri ci hanno fatto parecchio penare.

 Nella caverna dal fondo in parte roccioso citata qui sopra, l’unica via che restava da seguire era rappresentata da una fessura di pochi centimetri quadri nella quale venivano drenate tutte le acque percolanti nella grotta. Di buona lena abbiamo iniziato ad ampliare tale fessura e quelle seguenti. Dopo parecchie uscite dedicate a questi faticosi lavori abbiamo creato un cunicolo meandriforme lungo una dozzina di metri che, nella sua parte terminale, immetteva dopo un’ennesima strettoia in un pozzetto (P. 9) comunicante con un’ampia caverna echeggiante. Eravamo sicuri di essere arrivati al dunque, ma purtroppo non era cosi. La caverna test6 citata sprofondava con un altro pozzetto (P. 8) terminante in una saletta battuta dallo stillicidio (si tratta sempre dell’acqua reperita prima del Pozzo Milic). Da questo punto si sono resi necessari lavori di ampliamento e disostruzione di due attigui pozzetti per giungere sopra un’angusta frattura allungata, completamente ostruita da pietre e argilla, seguiti dalla sistemazione del materiale di risulta lungo le pareti dei pouetti e nella sala dello stillicidio. Un’altra piena del Timavo ci ha confermato che avevamo imboccato la via giusta. Finalmente. dopo altri onerosi lavori, si è aperto un passaggio verticale, superato il quale, siamo penetrati in una serie di caverne tormentate da alti camini e dal suolo totalmente invaso da argille umide dalla consistenza dello stucco per vetri. In una piccola ma profonda vaschetta colma d’acqua abbiamo individuato dei gamberetti che allignano nella timavica Grotta di Trebiciano. Era un buon indizio: quello che stavamo cercando doveva trovarsi nelle vicinanze.

Sempre seguendo l’aria nelle fangose caverne raggiunte. abbiamo nuovamente recepito la stessa proveniente da una centimetrica fessura posta tra una parete e l’argilla che colà vi si addossava. Iniziati febbrilmente i lavori di scavo, dopo alcune ore siamo riusciti a forzare il passaggio in questione e penetrare cosi in un paio di cavernette dalla volta rotondeggiante e col suolo costituito dall’immancabile argilla. A tal punto non rimaneva che scavare un cunicolo tra la volta diventata bassissima e le argille malefiche. Si è trattato di un lavoro faticosissimo, sia per la tenacità delle argille. sia per la presenza di un bancone di roccia inserito tra le argille stesse.

 Un bel giorno, stando in silenzio per tirare il fiato durante i lavori e per fumarci una sigaretta. abbiamo sentito uno scorrere di acque in lontananza. Eravamo al settimo cielo!

Ancora un paio di uscite e alla fine, col cunicolo scavato, siamo sbucati in un’ampia sala dove, una ventina di metri più in basso, ora tranquillo ora tumultuoso, tra ripide pareti e declivi di sabbia, scorreva il mitico fiume.

 Dopo più di trent’anni di alterne vicende si è conclusa vittoriosamente la lotta contro le frane, le rocce, l’argilla, per non menzionare poi quella contro l’elettricità. Lavorare in quegli ambienti saturi di umidità con una tensione di 220 volt passante per i cavi, ogni tanto maneggiando il trapano o le prolunghe delle lampade portatili, si provavano degli inequivocabili brividi lungo il corpo.

Ora inizierà la lotta contro l’acqua, ma io non vi parteciperò.

 Dopo ben 158 anni è stato nuovamente raggiunto il Timavo! Per me che ormai mi sto avviando lungo la china discendente della speleologia attiva è stata un’immensa soddisfazione.

 Non posso chiedere altro.

                                                                                             Bosco Natale Bone

LAZZARO JERKO. CENNI DESCRITTIVI IL PRIMO FONDO (-27)

 Il pozzo d’accesso, il cui ingresso attualmente è protetto da una inferriata, è stato scavato interamente nella roccia. Largo un metro e profondo quattro, è servito da una scala di ferro rigida; subito sotto la botola si trovano le scatole di derivazione della corrente elettrica e gli interruttori. La cavità prosegue in direzione SW con due saltini di un paio di metri scarsi ciascuno, aperti in una frana (pietre del diametro massimo di 30 cm frammiste a terra) che è stata puntellata con tubi Innocenti, reti elettrosaldate e qualche tavola; dietro alla scala di ferro del secondo saltino (quota -8) un muro a secco nasconde il passaggio che portava al primo fondo: un pozzo ora ostruito di tre metri, in parte reso solido con un muro di cemento, terminante su di una strettoia (quota -1 1,5) oltre la quale s’apre il pozzo naturale, dalle pareti in roccia erosa, a suo tempo oggetto di accurate esplorazioni e tentativi di scavo sul fondo (quota allora raggiunta -27 metri).

Riprendendo da quota -8 lo scavo è proseguito nella frana, ora formata da massi più grossi, un po’ meno terrosa e in vari punti cementata da sottili strati di concrezione, sempre bloccata da tubi Innocenti; a quota -13 si biforca: sulla verticale prosegue verso il Ramo Ovest, a SE inizia invece il Ramo Est.

IL RAMO EST (DA -13 A -123)

Un pozzo naturale di otto metri e mezzo, la cui discesa è resa agevole dalla presenza di tre scale di ferro fissate alla parete porta alla cosiddetta “X”, base operativa cui ora si perviene anche direttamente da quota -13; è impostato su frattura orientata secondo NW-SE, parzialmente concrezionato. Sul fondo da un arco naturale piuttosto sconnesso riappare la frana abbandonata a quota -13; per metterla in sicurezza sono state eseguite opere di contenimento con lamiere metalliche, ferro, cemento. Verso il fondo di questo pozzo, fra i massi dislocati della parete NE, si intravedono delle fessure che un tempo comunicavano con il pozzo portante al primo fondo.

 Dalla “X” si scende per un paio di metri sino al “Monolite”, masso voluminoso assicurato alle pareti con una grossa catena di ferro; di fronte allo stesso s’apre in direzione SW una cavernetta dalla pianta triangolare larga al massimo due metri e lunga quattro, impostata su di una serie di fratture orientate secondo NE-SW, con la parete SE concrezionata mentre quella di fronte si presenta dislocata e intensamente fratturata, come il soffitto; nell’estremo vertice SW, alla base di grosse colate calcitiche si apriva fra i sassi del fondo un pertugio, ben presto trascurato in quanto privo di movimenti d’aria degni di nota. Quest’ambiente ricavato trasportando all’esterno il materiale lapideo che lo occludeva, è stato usato per parecchi mesi come officina campo base ed ora è riempito con il materiale proveniente dallo scavo del primo pozzo del Ramo Ovest.

 Sotto il Monolite il pozzo prosegue per ulteriori dodici metri, questa volta fra la parete e la frana bloccata da tubi Innocenti e tavole, attrezzato con scale metalliche fisse sino a quota -37; a quota -32 è stata aperta ad Est una breve diramazione costituita da due camerette concrezionate collegate da un basso passaggio formanti una gallerietta dal fondo argilloso (presenza d’acqua nella stagione piovosa) e sormontata da stretti camini, il primo dei quali termina nella frana in cui s’apre il pozzo; sul lato sud ovest un angusto passaggio conduce ad un pozzetto non transitabile, molto eroso. Un paio di metri più in basso del “Monolite” e di fronte ad esso si apre una finestrella, ora ostruita, che immetteva sul fondo del pozzo iniziante a -8 e che aveva permesso, ancora negli anni ‘60, di penetrare nel piccolo vano successivamente trasformato nella prima caverna officina.

 A quota -37 la frana finisce e uno stretto passaggio dà inizio ad un pozzo, a forma di budello verticale che dopo quattro metri si allarga notevolmente terminando in una caverna di metri 4 x 3 orientata secondo NW-SE. La parete NW della stessa è formata da un compatto deposito di argilla mista a pietre, quella SW si presenta concrezionata mentre le altre pareti appaiono piuttosto dislocate e interessata da una evidente azione dissolutiva.

 Al momento della prima esplorazione il fondo del pozzo, profondo in tutto dodici metri, era costituito da un cono di detriti in pendenza verso SE, terminante su di uno stretto passaggio (quota -52) sboccante, dopo un allargamento che ha portato via alcune giornate di lavoro, sul P. 41 (suo fondo quota -93); attualmente è pressoché orizzontale a causa del materiale incoerente (pietre, argilla) proveniente dagli scavi eseguiti nel Ramo Ovest, e l’imbocco del pozzo successivo si è alzato di un paio di metri in virtù di un muro a secco (forse non troppo sicuro). Sopra l’ingresso del P. 12, a destra dello stesso, era stato esperito uno scavo nel tentativo di individuare una via migliore per raggiungere le quote sottostanti; alla fine dei lavori si era ottenuto un piccolo ambiente da cui i sassi lanciati in una fessura posta sulla parete sembravano cadere direttamente nel grande pozzo che porta alle gallerie finali. Ora questo ambiente è riempito con materiali di scavo.

 Tornando nella sala alla base del P. 12 e superato un minuscolo ponte di roccia si scende una verticale di 14 metri, seguita subito da quella maggiore di questo ramo (30 metri); entrambi i pozzi si presentano con le pareti interessate da notevoli fenomeni di erosione, ma mentre il primo mantiene dimensioni ridotte, il secondo ben presto si allarga raggiungendo la larghezza massima di metri 3 x 5. La discesa lungo questi due pozzi richiede una certa attenzione a causa del pericolo di caduta pietre. Dal fondo si prosegue verso SE lungo una ripida china che in breve conduce ad una caverna riccamente concrezionata, dal soffitto tappezzato di stalattiti, avente nella sua parte centrale una larga e tozza stalagmite.

 Da qui si può scendere in direzione SW, meglio se con I’ausilio di una fune, lungo un ripido scivolo, in una sottostante cavernetta inclinata dalla quale, attraverso un cunicolo e superata una strettoia, si perviene al pozzo finale, sdoppiato nella sua parte inferiore, che porta alla massima profondità di questo ramo (quota -1 23). Dal fondo della cavernetta si diramano un paio di cunicoli uno dei quali, orizzontale e ricoperto di stalattiti, si addentra in direzione WNW e termina (quota -1 07) con una fessura che risulta essere distante una ventina di metri dal Pozzo Nero (Ramo Ovest, stessa quota).

 Dalla grossa stalagmite, arrampicando per circa otto metri lungo una colata sita sul lato Est della caverna, si raggiunge una galleria in salita il cui pavimento è costituito da depositi calcitici scintillanti, con vaschette piene d’acqua e suggestivi gruppi colonnari; sulla parete Sud si apre I’imbocco di un pozzo cieco terminante con una vaschetta. Dopo una decina di metri la galleria si trasforma in un corridoio terminante in un cunicolo in salita che sbocca in una caverna circolare, sormontata da un alto camino.

 La prosecuzione è data da una strettoia fangosa in discesa, posta sul lato Ovest, che finisce su un P. 7 dalla cui base parte una galleria riccamente concrezionata che termina con un pozzo-meandro caratterizzato dalla presenza di alcuni vani sovrapposti divisi da colate calcitiche. Ad un terzo circa di questa galleria si apre un pozzo profondo una decina di metri dal cui fondo, occupato da uno specchio d’acqua, parte una breve diramazione in salita arricchita, al pari di tutti gli ambienti di questo tratto della Lazzaro Jerko, da stalattiti e stalagmiti.

 Gli ambienti finali di questa galleria risultano essere ubicati in prossimità dei pozzetti che dalla caverna della tozza stalagmite portano a -1 23, con cui però non risultano attualmente essere in comunicazione.

IL RAMO OVEST PARTE PRIMA: LA FRANA (DA -13 A -82)

Pozzo Milic (Foto U. Tognolli)

 Dal ripiano di quota -13 inizia il ramo che porta alla massima profondità il primo tratto è costituito da un pozzo di poco più di otto metri, aperto artificialmente fra grossi massi e una parete di roccia non molto compatta. armato con tubi Innocenti, reti metalliche e tavole e servito da tre rampe di scale di ferro; a meta del pozzo alcune putrelle d’acciaio bloccano una frana incombente.

 A quota -21, corrispondente alla “X”, i due rami si uniscono per dividersi poi immediatamente; lo svuotamento del pozzo sovrastante ha permesso l’eliminazione di tutti i blocchi pericolanti che occhieggiavano dall’arco naturale nella descrizione del Ramo Est rendendo possibile Io scavo spostato in direzione Ovest. fra massi voluminosi (dimensioni medie oltre il metro cubo), scendendo sino a quota -26 (Pozzo Bibi), da dove parte una sorta di cunicolo (definizione impropria, in quanto èsempre soltanto un passaggio fra grossi massi) conosciuto come la “Esse” che va prima a NW e quindi gira verso SW. Qui, a quota -27, è stato aperto un passaggio secondario in salita che prosegue per un paio di metri in direzione SW per poi girare verso NW sempre fra un caos di massi incastrati e finire in un piccolo ambiente in cui, fra le fessure del pavimento, le pietre cadono per qualche metro; l’ambiente & stato parzialmente riempito con i materiali estratti nello scavo del pozzo successivo.

La prosecuzione si trova a quota -27 ed è costituita da uno stretto passaggio in discesa che sbocca in un pozzo di sei metri (il Pozzo Bosco), sempre in frana consolidata su quattro lati; subito sotto la cavità prosegue fra massi ora molto più grandi, presentanti interstizi transitabili con un po’ di attenzione per qualche metro e passaggi che sono stati utilizzati in buona parte per sistemarvi il materiale lapideo proveniente dagli scavi. A quota -36 uno di questi passaggi, addentrantisi in direzione SW, ha permesso di raggiungere, per la prima volta in questo ramo, una parete di roccia (che si presenta molto dislocata. con morfologia a ‘cassettini”).

 Ulteriori ricognizioni fra i massi a quote più basse hanno confermato la continuità della parete di roccia, che appare via via più sana, anche se sempre ben lontana dal potersi considerare sicura; a queste quote è possibile stabilire un collegamento vocale con il pozzo parallelo del Ramo Est, distante alcuni metri. oltre la frana. il percorso da quota - 40 a quota – 45 è articolato fra grossi blocchi di roccia fra i quali si trovano depositi di argilla molto plastica, pezzi di stalagmiti, nuclei di saldame.

 Da -45 a -55 si prosegue costantemente fra massi, nuovamente messi in sicurezza con armature in ferro; anche qui, come nei tratti superiori, il materiale di scavo è stato sistemato nelle varie nicchie e anfrattuosità presenti fra i blocchi di roccia; da -55 il percorso prosegue fra blocchi di roccia dilavati e parete sino alla profondità di 70 metri ove un pozzo di quattro metri porta nel primo tratto naturale di questa parte della cavità. A -73 si apre una caverna (Caverna della Targa) orientata secondo NW-SE, lunga otto metri e larga, nel punto massimo, quattro; molto ben concrezionata (colate sulla parete di fondo, festoni di stalattiti sul soffitto, un tozzo gruppo stalagmitico sul lato NE), con un bacino d’acqua di qualche metro quadrato nella parte SE, presentava alla base della parete NE l’imbocco di uno stretto pozzo sondato per una decina di metri.

 Sul lato Nord della caverna, a poco meno di un metro di altezza da terra s’apre una finestra che dà su di un pozzo, sormontato da un camino inclinato, profondo dieci metri; concrezionato nella sua prima parte, con le pareti dilavate nel tratto rimanente, ha il fondo costituito da crostello stalagmitico sfiorito e in via di disfacimento e grossi banchi di argilla bruno-giallastra molto liquida e appiccicosa. L’imbocco del pozzo una fessura lunga un metro e larga non più di mezzo è sormontato da un camino stretto e inclinato.

 Alla base della parete Nord, fra l’ingresso del P. 10 e il fondo del saltino che mena alla caverna, è stato aperto I’imbocco di uno stretto pozzo (10120 cm di diametro per almeno un paio di metri) sondato per una decina di metri; altri due pertugi, meno promettenti, sono stati individuati nel vano posto sotto il ripiano a quota -73.

 In questi ambienti, molto belli (soprattutto rispetto ai settanta metri sovrastanti), l’aria si è sempre dimostrata priva di movimenti degni di nota, con fenomeni di condensa dopo una permanenza anche breve, per cui la ricerca della prosecuzione si è spostata nella frana, stretta fra due pareti, al vertice ESE della caverna, frana che è stata sminuzzata e trasferita nella caverna (che ora presenta un cono detritico che dalla base della scaletta di ferro, quota -73, scende sino al fondo ricoprendo anche il gruppo stalagmitico).

 Ora il vano risultante dopo gli scavi appare come un pozzo dalla sezione triangolare di metri due per tre, profondo otto metri e impostato su fratture orientate secondo WNW-ESE, con due pareti di roccia intensamente fratturata ed una (quella WNW) formata da grossi massi di frana, messi in sicurezza con impalcature metalliche.

 IL RAMO OVEST PARTE SECONDA: I POZZI STRETTI (DA -82 A -128)

 Alla base della parete Sud di questo pozzo (quota -81,5) è stato aperto uno stretto pozzetto, profondo cinque metri e mezzo, in cui si scende fra due pareti (la scala fissa è ancorata alla parete Sud) che a Ovest racchiudono la parte terminale della frana fra i cui interstizi i sassi cadono per qualche metro, mentre a Est si aprono con pertugi che sboccano sul salto sottostante; ai suoi piedi si trova un piccolo ripiano (ora in parte occupato da un muro a secco) sormontato da un camino da cui, in tempi piovosi, cade un intenso stillicidio.

Segue quindi un pozzo in roccia compatta, profondo sette metri e mezzo, impostato dapprima su una frattura NW-SE e quindi SW-NE che dopo un laminatoio sbocca nel pozzo successivo (8 metri) terminante su di uno stretto ballatoio. Sia questo salto che quello subito dopo (il Pozzo Nero, m 9,5) sono aperti lungo fratture orientate secondo SW-NE, spesso non completamente chiuse alle estremità, e sono stati, in pratica, “costruiti” demolendo pareti, lame e quinte di roccia. il più delle volte anastomosando strettissimi vani paralleli.

 Tutto il materiale di risulta è stato issato sino a quota -73 e quindi versato nel pozzo laterale alla Caverna della Targa (il cui aspetto non corrisponde più, quindi, a quello del rilievo).

A metà dei Pozzo Nero un marcato restringimento della sezione rende difficoltoso il passaggio, mentre al suo fondo, a SW, una fessura inclinata conduce alla successiva verticale, di cinque metri scarsi, che si presenta un po’ angusta all’inizio ma che ben presto si allarga sino a sboccare in una saletta ampia un paio di metri, ora in parte intasata dal materiale proveniente dallo scavo del salto seguente, tre metri scarsi fra colate di concrezione ormai sfiorite e muretti edificati con il materiale di risulta. Dalla base di quest’ultimo saltino un cunicolo scavato in direzione SE fra la roccia e i depositi di concrezione mista ad argilla, lungo ora poco più di un metro. sbocca sulla volta di una saletta concrezionata e interessata da notevole stillicidio, presente anche nella stagione asciutta.

 Al suo fondo, cinque metri più sotto. un ulteriore cunicolo. scavato questo (sempre fra concrezione, argilla e roccia) in direzione Est, sbocca siamo a quota -128 sulla prima grande verticale della grotta. il Pozzo Carlo Milic.

IL RAMO OVEST PARTE TERZA: I GRANDI POZZI (DA -132 A -230)

Imbocco del pozzo Tietz (Foto U. Tognolli)

 Questo pozzo che  è stato chiamato Carlo Milic. dal nome del proprietario del terreno che per oltre trent’anni ha seguito con simpatia i lavori dei grottisti impegnati negli scavi è orientato secondo NW-SE: largo alla base metri 7 x 3appare piuttosto complesso per la presenza di nume rose finestre sul lato NW; è soggetto ad una intensa azione di ringiovanimento dovuta ad un copioso stillicidio presente soprattutto sulla parete NE.

La copertura concrezionale delle pareti è scomparsa quasi ovunque nei primi 20/25 metri di discesa, mentre appare ancora consistente verso il fondo, particolarmente lungo la parete Sud. interessata da una poderosa colata.

 Le due prosecuzioni sono state trovate non sul fondo, ove in un pertugio fra i sassi si raccoglie e scompare l’acqua di stillicidio, ma qualche metro più in alto.

 La prima. sui lato NE, è data da un ampio pozzo, molto ben concrezionato (Pozzo Libero Boschini senior) cui si perviene risalendo un’erta colata calcitica sormontata da un ampio camino. Detto pozzo finisce con un meandrino decimetrico che inghiotte l’acqua di stillicidio.

 La vera prosecuzione si trova invece a NW: un pertugio, allargato sino a renderne agibile il transito, sbocca su di un breve scivolo che termina sulla seconda grande verticale del Ramo Ovest, il Pozzo Federico Tietz, di 48 metri.

 La discesa dei primi cinque metri avviene lungo una stretta fessura quindi il pozzo si allarga notevolmente e prosegue ingentilito dalla presenza di festoni di stalattiti e colate calcitiche, mantenendo una sezione media di tre-quattro metri; finestre e ripiani ne movimentano l’aspetto sino ad una quindicina di metri dal fondo. Qui un’ampia finestra aperta sulla parete Sud immette in una diramazione in salita, lunga una ventina di metri, percorribile lungo cenge molto fangose e terminante con due pertugi non transitabili ed in cui non sono stati notati movimenti d’aria. Questo tratto della cavità è caratterizzato dalla presenza di notevoli accumuli di argilla e da un pozzo profondo una decina di metri che comunica alla sua base, attraverso fessure non transitabili, con il Pozzo Tietz.

 Un’altra finestra degna di menzione si apre una quindicina di metri sotto la fessura iniziale del grande pozzo; un ampio portale dà accesso ad uno scivolo in salita terminante, dopo pochi metri, in un cunicolo dal fondo argilloso, ben presto intransitabile; al di sopra di alcuni ponti naturali uno stretto camino, non risalito, pone fine a questa breve diramazione.

 Dal fondo del Pozzo Federico Tietz (quota -220) si prosegue scendendo un P. 8 che dopo tre metri in fessura sbocca sulla volta di una sala in cui confluiscono, da NE e da SW, due brevi gallerie in salita aventi il soffitto orizzontale e larghe in media un paio di metri; il pavimento di ambedue è costituito da argille sabbiose, con quelle del ramo NE incise da un piccolo solco, scavato dall’acqua, che si perde in un cunicolo ubicato alla base della parete Nord della caverna; mentre le pareti della caverna appaiono interessate da marcate forme di erosione quelle delle due piccole gallerie si presentano scabre; qualche isolata formazione stalattitica ingentilisce l’imbocco di quella che si addentra verso NE.

                                                                                               Pino Guidi

LAZZARO JERKO. DESCRIZIONE TECNICA PARTE SECONDA

Pozzo Birillo ( Foto U. Tognolli)

 Dalla sala sita alla base del P. 8 si prosegue in quello che risulta essere un cunicolo allargato (o, più correttamente, “costruito”), sub-orizzontale, dalla sezione media di 80/90 cm x 40 cm, che si addentra in direzione nord ovest, per poi inclinarsi fino a sprofondare, dopo circa 18 m in un salto di 11 m, di discrete dimensioni. Atterrati sul comodo fondo del pozzo si nota un grande innesto proveniente dall’alto della parete ovest. Si scende il salto successivo attacchi come prima su fix/spit e si raggiunge un altro comodo ripiano di più modeste dimensioni e battuto dallo stillicidio. Sulla destra, imboccando una stretta fessura verticale, leggermente inclinata e terrazzata, si scendono ulteriori 15 m; raggiunto il fondo, particolarmente angusto ed umido (nonché fangoso), con abile contorcimento a livello dei piedi si imbocca un pertugio che immette direttamente in quello che possiamo considerare I’innesto con la parte più importante della cavità e cioè quella interessata, anche se probabilmente in periodi di piene eccezionali, dal corso sotterraneo del fiume Timavo. Dal pertugio si perviene in una sala di modeste dimensioni che si trasforma subito in una galleria (quota -265), procedente in direzione sud ovest presentante sulla volta notevoli segni di grosse escavazioni freatiche; il pavimento è costituito essenzialmente da cospicui depositi di sedime fine, limo e sabbia di chiara origine fluviale. La morfologia di questo tratto è caratterizzata da una sezione allargata, mentre il suolo formato da un deposito alluvionale è un continuo saliscendi per cui spesso si e costretti a strisciare in trincee scavate nel deposito, per superare dei tratti che originariamente risultavano completamente chiusi.

Ritornando alla saletta un breve tratto una decina di metri in direzione nord est, (opposta alla galleria che porta al fiume) conduce ad una piccola pozza sospesa interessata da notevole presenza di vita sotterranea. Le pareti in questa parte della grotta sono concrezionate ed il pavimento è invaso dal fango. Giunti alla fine della bassa galleria di sud ovest ci si infila in un ultimo passaggio, un laminatoio in cui il morbido fango del fondo è stato asportato per far passare gli speleologi, e improvvisamente si entra in una nuova dimensione. La volta di colpo sfugge mentre il pavimento s’inclina. Ci sbuca ortogonalmente sulla volta di quello che sappiamo essere I’alveo sotterraneo del fiume Timavo, un fruscio di acque, lontano ma inconfondibile giunge all’udiio, grande sinfonia per la speleologia. Una musica costante, a tratti monotona anche se sempre diversa, che più volte abbiamo sentito percorrendo grandi grotte sui fianchi dei Pirenei, sugli altopiani sloveni, sui monti Alburni. Un fruscio sordo che affascina e contemporaneamente inquieta. Rimane da scendere l’ultimo salto, un p. 15 (comprensivo della rampa inclinata e fangosa della parte superiore). Subito la parete sfugge e scendendo paralleli ad una levigata lavagna nera si atterra sul culmine di una duna sabbiosa. Ora la musica è molto forte, sotto la duna, non molto lontano, scorre un fiume: ad essere sinceri non è il solito rumore, ma qualcosa di pih. Un’occhiata all’altimetro per constatare che il livello di base non e molto distante (siamo giunti a quota -282,10 metri). Siamo nell’alveo sotterraneo del fiume Timavo. Questo primo tratto di grande galleria, con asse E/W che si configura in una grande sala, viene intitolata ad un grande della speleologia triestina, a LucianoSaverio Medeot, recentemente scomparso (socio della Commissione dal 1935, compì grandi imprese con Finocchiaro, Perotti, Gabersi, Polidori). Tutto il lato destro del salone è invaso da depositi di sabbia, sul fondo il fiume scorre tra grossi massi, neri e viscidi, e costeggiarne il bordo non è sempre agevole, anche perché i massi sono spesso molto instabili causa il continuo lavorio dell’acqua. La corrente in certi tratti strozzati, accelera in “rapida”. Sulla destra orografica, scendendo, la parete è liscia nera viscida ed aggettante. Il fiume si divide in due rami visibili (con regime medio), e scorre a ridosso delle pareti laterali. Nel mezzo rimane una collina di crollo costituita da maclgni di ogni dimensione e sabbia. La si raggiunge saltando tra due massi più vicini tra le due rive. Dalla cima di questa collina detritica dopo poco viene raggiunta la riva del lago-sifone a valle (+4 m slmm); da una mini spiaggetta, tra i sassi si può intrave(Foto U. Tognolli) dere dove la parete chiude sul sifone già individuato dallo speleosub Luciano Russo. In questo tratto della caverna nei periodi di forte magra (marzo e giungo 2000) il livello dell’acqua si abbassa di altri due metri, permettendo di percorrere la galleria allagata per ulteriori 30140 metri. Ritornando sui propri passi, o lungo il corso d’acqua, o lungo il fianco sabbioso e molto inclinato di destra della collina (sinistra orografica), si raggiunge il passaggio acquatico, una galleria alta due metri, larga sei e lunga dodici, che porta al grande lago sotterraneo della caverna intitolata a Polley, commerciante di Sesana che nei primi anni del secolo indagò con acume di studioso e passione di speleologo sul presunto percorso del TimaVO. Da qui inizia il grande bacino sotterraneo la cui capacità si aggira, in periodo di secca, sui 16.000 mc; sulla destra (sinistra orografica, stiamo risalendo la corrente), è stata installata una tirolese o teleferica con la corda ancorata a dei fix, a facilitare soprattutto le operazioni di esplorazioni subacquee lungo le frastagliate pareti a picco sulle acque del grande lago sotterraneo. Il bacino occupa praticamente tutta la grande sala il cui soffitto si intravede circa quaranta metri più in alto. Percorso il lago per un centinaio di metri si “approda” ad una ripida spiaggia che si può eventualmente risalire scalinando il piano inclinato come si fa sui pendii nevosi e che conduce ad una saletta parzialmente concrezionata ed invasa dal fan90. Il passaggio al lago Polley, non risulta sempre percorribile in quanto anche il semplice disgelo sul bacino della Reka o Timavo Superiore, o brevi acquazzoni sugli altipiani sloveni, provocano I’innalzamento dell’acqua, causando la chiusura del passaggio “basso” iniziale che mette in comunicazione le due caverne. Osservazioni sul posto durante le esplorazioni hanno dimostrato che tali innalzamenti risultano alquanto rapidi, tanto che in una fase esplorativa invernale, effettuata nonostante la constatazione che il pelo dell’acqua era già alto, l’uscita degli esploratori dal lago fu possibile soltanto grazie ad un’ardua manovra nella galleria ormai invasa dalle acque, utilizzando una stretta fessura verticale sul soffitto che ancora rimaneva a pelo libero; questa manovra mise a dura prova la tela del canotto, compresso e deformato tra il peso degli uomini, la parete della fessura e l’acqua, e i nervi degli speleologi che videro il passaggio chiudersi alle loro spalle. Ora le esplorazioni sono rallentate causa il regime idrico primaverile e di inizio estate che ovviamente non permettono l’accesso ai grandi vani inondati, una lunga arrampicata al centro della sala Medeot attende pazientemente il nostro ritorno, mentre le cupe acque del lago ed i relativi sifoni, di cui quello a monte non è stato ancora individuato, verranno esplorati durante le massime secche estive.

                                                                                                         Louis Torelli

Ultimo salto sul Salone Medeot (Fotop U. Tognolli)

OLTRE LA FRANA

 Verso la primavera del 1999, dopo due anni dall’inizio dei lavori, finalmente entrammo in una serie di pozzi “veri” (nel senso di pozzi tra due pareti di roccia) lasciandoci alle spalle circa 90 metri di grotta dove per una buona parte è meglio passare evitando di guardarsi troppo attorno.

 Fino a quel momento avevamo sempre lavorato nel mezzo di una frana, facendoci strada tra massi che venivano ridotti in pezzetti prestando la massima attenzione a non compromettere l’equilibrio di quelli circostanti che, prudentemente, venivano puntellati anche se apparentemente non davano segni di pericolo. Chi adesso percorre quel tratto di grotta rimane inorridito da quanto si vede attorno, ma chi vi aveva lavorato per mesi ci aveva fatto l’abitudine e non si preoccupava più che tanto.

 Comunque l’entusiasmo era enorme perché non si aveva più l’impressione di trovarsi in una miniera e, fatto più importante, finalmente non erano più necessarie tutte quelle opere di puntellamento con travi, tubi e quanto altro materiale di recupero poteva essere trovato dal direttore dei lavori (leggi Ciano) tra i vari rottamai della provincia. Ma il lavoro non era per questo più facile di prima, perché i pozzi, anche se solidi e compatti, erano purtroppo molto stretti. Spesso erano appena transitabili e dopo averci fatto avanzare per pochi metri chiudevano puntualmente su un fondo di detriti sotto i quali, con dei sondaggi fatti praticamente alla cieca, si individuava la prosecuzione consistente in fessure larghe appena pochi centimetri.

 Ci furono dei momenti in cui, mancando la consueta corrente d’aria seguita fin dalla superficie, si erano avuti dei seri dubbi se quella era la giusta via da seguire. Non solo. Si era sfortunatamente in un periodo privo di precipitazioni e conseguenti piene “timaviche” (causa della caratteristica corrente d’aria della grotta) per cui la completa ostruzione dei pozzi impediva spesso il passaggio della flebile aria barometrica tanto che in alcuni momenti, a seguito dei lavori, l’atmosfera diventava pesante e quasi irrespirabile. Insomma, a volte c’era da rimpiangere i tempi della frana quando almeno la traccia da seguire era sempre ben evidente e i problemi si risolvevano con una manciata di tubi e putrelle.

 Ora bisognava allargare le pareti dei pozzi (o meglio, delle strette fessure verticali) e l’uso dei cunei era molto più faticoso di quando si frantumavano i massi della frana, ma il problema più grosso che si presentò era lo smaltimento del materiale di scavo. Lungo i pozzi non vi era il posto dove sistemarlo (nella frana erano stati utilizzati tutti gli spazi disponibili tra un masso e l’altro, contribuendo così anche al suo consolidamento) e allora, dopo aver stivato provvisoriamente in tutti i minimi anfratti delle pareti le pietre più grosse ed aver riempito dei grandi sacchi di plastica con il materiale minuto, si dedicavano delle uscite per il solo recupero. Mano a mano che si scendeva I’operazione era sempre più complessa, richiedendo sempre più persone e logicamente tempi sempre più lunghi. Si era arrivati al punto che erano necessarie almeno ottonove persone e si recuperava in due tratte, dal fronte dello scavo ad una minuscola cavernetta (una rientranza della roccia, più che altro) a -88 e da là alla caverna del Picchio (-72), usata come discarica. Protraendosi questa situazione fino alla quota di -1 15, ci si è trovati alla fine a dover coprire un dislivello di circa 50 metri.

 Usciti dalla zona dei pozzi (quella che prenderà il nome di “Pozzo Nero”, per i calcari neri che la caratterizzano), alcuni vani laterali di una modesta cavernetta lasciavano sperare in una più veloce prosecuzione. Il materiale di scavo fu gettato sul fondo di quello che sembrava un pozzo cieco, ma dopo alcuni sondaggi fatti in varie direzioni che sembravano più promettenti ma che non portarono ad alcun risultato, si riprese ovviamente sul fondo. Dopo averlo vuotato di quanto gettatovi (non era la prima volta che si faceva una tale operazione in questa grotta), si individuò la solita fessura larga pochi centimetri. Allargato anche questo passaggio, si entrò in una cavernetta (-130) sul cui fondo, oltre uno stretto cunicolo interessato da un fastidioso stillicidio e con un notevole ristagno d’acqua sul pavimento, si sentiva un’eco che indicava finalmente la presenza di ambienti di notevoli dimensioni. Era il pozzo “Milic”, con il quale la grotta cambiava completamente aspetto. Alla base del pozzo però, una strettoia impraticabile smorzò l’entusiasmo che ci aveva preso, ma questa è una storia che lascio ad altri.

 Mentre continuava lo scavo sotto il pozzo “Milic”, bisognava però provvedere a sistemare il tratto compreso tra le quote di -88 e -130. Qui i lavori erano stati molto faticosi, più che nella frana, dove era richiesto forse più ingegno che fatica per risolvere i problemi di stabilità e di sicurezza dei grossi massi attraverso i quali bisognava continuamente infilarsi. Sul fronte della scavo poi vi era lo spazio per una solo persona, e pertanto ci si era limitati ad allargare i pozzi quel tanto che bastava per passarvi (e spesso a misura di Ciano, praticamente sempre in prima linea), lasciando una serie di pertugi che, se anche non erano delle strettoie, rendevano un calvario il transito lungo tutto quel tratto di grotta. Non da ultimo, bisognava anche attrezzarlo con delle scale fisse.

 Si formò allora una squadra composta dal sottoscritto, dal comandante Brandi e da Pino, cui spesso si aggiungevano Bibi, Barocchi e Ciano (quando non era impegnato sul fondo) per allargare tutto quel tratto di grotta, il cui punto più impegnativo era il “Pozzo Nero”. Dopo aver raccolto vari attrezzi sparpagliati in giro per la grotta e aver organizzato una mini officina su un piccolo ripiano a -105, si iniziò con la parte più stretta del “Pozzo Nero”, una decina di metri posti nella parte centrale del pozzo e che richiese molte giornate di lavoro. Per frantumare la roccia venivano usate le solite caviglie scoperte da Ciano (cono di acciaio del diametro da 10 a 20 mm in un foro di 14), semplici da usare ma richiedenti molta forza di braccia.

Si passò poi all’ingresso della cavernetta soprastante il pozzo “Milic”, che oltre ad essere molto angusto era (e purtroppo lo è ancora) interessato da un forte stillicidio. Qui si lavorò forse più del necessario, ma più agevole sarebbe stato il passaggio, minore sarebbe stato il tempo di percorrenza con conseguente minore assorbimento di acqua. E meglio trascurare lo stato delle nostre tute dopo alcune ore di lavoro in quella zona.

 In genere la difficoltà principale era data dalle esigue dimensioni dei pozzi, dove, in uno spazio appena sufficiente a muoversi, era molto arduo l’uso della mazza. Bisognava inoltre fare molta attenzione a non danneggiare, oltre alle scalette e alle corde, anche i cavi dell’impianto elettrico. Va ricordato qui un piccolo incidente occorso alla sommità del “Pozzo Nero”: allargando quella che era la strettoia d’accesso, un masso di alcuni quintali che doveva essere demolito a piccoli pezzi si staccò improvvisamente dopo i primi colpi, precipitando nel pozzo sottostante ed incastrandosi poco più sotto, senza recare alcun danno a scale, corde e cavi finiti fortunatamente tra due spuntoni del masso stesso. Non fu facile eliminarlo, poiché bisognava demolirlo evitando di farne cadere i pezzi nel sottostante pozzo; purtroppo non si riuscì ad evitare completamente la caduta di alcuni massi, con danni che furono però limitati alla rottura della parte finale della scaletta posta sul pozzo.

Terminato il lavoro di allargamento, si passò alla posa delle scale fisse. Queste erano composte da elementi lunghi due metri che, per prima cosa, furono portati alla quota di -88 con un’uscita alla quale partecipò una decina di persone. Nella successiva posa in opera le scale venivano agganciate tra di loro con dei bulloni e fissate poi alla roccia con staffe e piastrine. Per sistemarle, però, bisognava spesso adattare le pareti dei pozzi, eliminando spuntoni e strozzature che ne impedivano una corretta posa in opera, riprendendo il lavoro di allargamento. In certi tratti poi solo dopo averle fissate ci si accorgeva che restava ben poco spazio per il passaggio, per cui, sistemate le scale, si riprendeva a lavorare di mazza.

Finalmente, dopo un paio di mesi, le scale erano a posto ed i pozzi comodamente transitabili. Vi era ancora qualche punto da rendere un po’ più comodo, ma eravamo tanto stanchi che rinviammo le operazioni ad altri tempi.

 Finiti i lavori nella zona del “Pozzo Nero”, si decise di passare ad altri meno faticosi, dedicandoci alla parte di grotta da -80 all’ingresso. Questo tratto non richiedeva interventi particolari se non una migliore sistemazione di alcune scale e di alcuni passaggi un poco scomodi. Si cominciò così a percorrere più volte questa parte di grotta, in un senso e nell’altro, trascinandoci dietro attrezzi, tubi e pezzi di scale, sistemando ora una scala, ora dei tubi, ora delle staffe, oppure allargando i punti più stretti, lavorando in maniera quasi chirurgica su massi prima non toccati perché poco rassicuranti e da non prendere a mazzate.

 Finalmente, dopo un altro mese di lavoro, avevamo finito. La grotta ora è facilmente agibile dall’ingresso fino alla sommità del pozzo “Milic” (-130). Certamente si potrebbero fare degli ulteriori miglioramenti, ma ciò richiederebbe dei lavori molto impegnativi e che per il momento non è il caso di affrontare. Non appena possibile si provvederà invece ad allargare l’imbocco del pozzo “Milic”, che se anche non è particolarmente stretto è alquanto disagevole, dovendo strisciare per un cunicolo alto meno di mezzo metro e che molto spesso ha sul pavimento una decina di centimetri d’acqua

                                                                                              Franco Besenghi

Salone Medeot (Foto U- Tognolli)

LAZZARO JERKO: IL POZZO BIBI

Salone Medeot ( Foto U.Tognolli)

 Ormai eravamo alla frutta. Dopo più di due anni di affannosi scavi pericolosi e dopo la delusione dell’ermetico Ramo Est, da dove si era constatato non proveniva l’aria uscente. Ridotti dai 12-1 5 entusiasti scavatori iniziali a due, talvolta tre, raramente quattro, stanchi e feriti nello spirito e nel corpo, estremamente litigiosi e conflittuali, stavamo allargando (a quota -20) la base del quarto pozzo scavato per raggiungere da nord ovest la “X”, ultimo punto in cui si notavano movimenti d’aria.

Ciano e Franco insistevano verso est, sicuri di percepire aria uscente, io e Pino, terminato di frantumare un grosso masso, liberato antecedentemente, eravamo indecisi. Poi spinto da un impulso innato m’infilai in un breve cunicolo fra i massi verso nord, scavando a talpa per proseguire. Dopo circa un metro orizzontale sembrava che sempre fra i massi iniziasse un pozzo con il fronte concrezionato.

 I primi due insistevano col dire che la loro via era la migliore e ci prendevano in giro, ma Pino un bel momento gridò che avevamo trovato la via migliore (un sasso era caduto per qualche decimetro fra i massi incastrati) e che il pozzo (che avremmo scavato) sarebbe stato chiamato “Pozzo Bibi”. Fu così, e anche se dopo meno di quattro metri il pozzo finì, con esso si apriva la strada per la “S”, critico passaggio che ci avrebbe portato al pozzo “Bosco” e alle profondità.

Probabilmente non è la via migliore, che del resto non è stata ancora trovata, ma nonostante i grossi problemi dati dallo scavo, l’allargamento e il trasporto dei materiali per il contenimento della frana, la “S”  è stata un punto fondamentale per il proseguimento, soprattutto avendo trovato al suo termine (e in pratica sopra il “Pozzo Bosco”) una caverna laterale che fu riempita dal recupero dei materiali di scavo, la cui quantità ci avrebbe creato grossi problemi di trasporto e stivaggio oltre la “X.

                                                                                  Libero Boschini (detto Bibi)

Sosta in cima alla duna più alta. (Foto L. Torelli)

 21 novembre 1999: siamo ancora a Trieste ospiti di Roberto nella sua favolosa casa speleo; la notizia è arrivata ormai da qualche giorno: sono passati.

 Il diaframma che separava quell’ultima galleria dal mitico Fiume dove avevamo scavato l’altra volta e da dove si sentiva quel rombo che mi fece dire che al di là c’era la stazione ferroviaria di Trieste, era stato abbattuto.

 Con straordinaria gentilezza Ciano e compagni ci hanno invitati a calpestare, con i primi uomini, le sabbie e a bagnarci nel Timavo sotterraneo.

 Per l’emozione Cinzia ed io non abbiamo riposato molto la notte, ma di buon mattino siamo pronti e quando Roberto arriva per accompagnarci alla baracca, ci accorgiamo che anche la natura fuori è pronta. Ma a respingerci.

 È come se (anche Roberto lo scrive nel suo poemetto) la natura tutta volesse respingerci; con un mese di anticipo mette in moto il grande inverno che con neve, ghiaccio e bora tenta in tutti i modi di farci tornare al caldo sotto le coperte.

 Ma la baracca, con all’esterno nel secchio l’acqua per le lampade tutta ghiacciata, ci apre la sua porta e a turno ci si veste in un silenzio quasi mistico, consci della fortunata occasione che ci permetterà di calpestare luoghi ove all’uomo non è mai stato concesso l’andare.

Scendiamo veloci, siamo fra gli ultimi, provo la macchina fotografica del mio gruppo (GSM) e “cazzo” non funziona più. Bestemmie colorate, ma non ci si può fermare, gli altri vanno e noi dobbiamo raggiungerli; d’altronde nel gruppo c’è Jumbo (presidente della Boegan) che, anche se un po’ tumefatto il giorno prima ha preso sul viso un cassonetto dell’immondizia trasformato dalla bora in jet è un ottimo fotografo ed ha una attrezzatura di prim’ordine.

 In poco tempo siamo giù dai pozzi. Strisciamo in silenzio nella galleria che ci ha visti scavare fango a iosa, lasciandoci a destra quello scavo che, preso dall’entusiasmo, mi fece dire una boiata pazzesca “ragazzi vedo un pozzo di cinque metri e più e dopo aver superato il muro di fango costruito da Lucio ci infiliamo nell’ultimo laminatoio che ci separa dalla galleria che porta al fiume.

Passato.

 Lucio dice che ci possiamo alzare tranquillamente. Il soffitto si alza a tre quattro metri sopra la testa e di fronte il nulla.

 Nero, profondo, pesante nero. Ci diamo da fare per accendere il faro che abbiamo portato giù, attaccandolo con prolunghe al cavo elettrico prima steso. Puntiamo il fascio di luce di fronte. Brividi, non si vede niente, sembra non ci sia la parete. Urli e grida di gioia. Sotto si sente scorrere impetuosa l’acqua, ma non la vediamo. Osserviamo le pareti ai fianchi, sono le uniche a vedersi e di fronte sotto i nostri piedi, uno scivolo di sabbia (mi viene in mente Trebiciano) che sembra ci possa portare al fiume.

 Una jodina da 100 W ci permette di vedere meglio. Siamo su di una finestra sopra un salto.

Angelo si affretta ad armarlo e Ciaspa ne verifica dall’orlo la profondità. Si aggira sui 25 metri, viene calata una scaletta.

 Sono applausi e urla di gioia quelli che accompagnano la discesa di Ciano, primo  uomo fortunato tra i fortunati a calpestare la sottile sabbia e a bagnarsi nelle acque del mitico Timavo.

Scendo la scaletta con la pelle che mi si accappona. Vedo le luci dei compagni che si disperdono in tutte le direzioni di una galleria che mi sembra notevole.

Atterro su di una sabbia soffice e scura. Cinzia è la che mi aspetta, le prendo la mano, trema di gioia, ci stringiamo forte e assieme scendiamo la china che ci porta al fiume.

Maestoso, mai visto una cosa simile. Macché Vidal! Cos’è Trebiciano! Volutamente entro immergendo i piedi nell’acqua, come a volerne far parte.

Stupore negli occhi di tutti.

 Un abbraccio e lo sciacchetrà ci unisce nell’isolotto delle fotografie.

 Poi la nostra voglia di scoprire torna alla luce, si scatena e la galleria si vede allora percorsa in lungo e in largo, a monte e a valle da 11 scatenati ed euforici speleo.

 Sifona a valle e a monte il fiume e sembra si trasformi in lago, un milione di supposizioni ci riempiono la testa.

Usciamo; fuori aspettano notizie.

Gli amici fuori, anche se morti di freddo, ci fanno festa. Si ribrinda.

La bora, la neve, il ghiaccio non ci fanno più paura; noi là sotto abbiamo toccato il mitico Timavo.

Grazie, grazie amici triestini per averci dato la possibilità di provare e vivere questa esperienza unica per degli umani speleologi.

 Grazie Lazzaro Jerko per il tuo intuito e per aver scritto quella lettera all’Imperial Regio Magistrato Civico Economico lasciando così una pista indelebile per la scoperta del Timavo.

                                                    Cinzia Lucchini e Galliano Bressan

                                                     Gruppo Speleologi del CAI di Malo.

 

Con il gagliardetto al sifone di uscita ( Foto . U. Tognolli)

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                                                                                  Pino Guidi