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“POZZO DELL’INFARTUATO” PRESSO LA 3886 VG

Bosco Natale Bone (foto A. Stok)

Pubblicato sul n. 36 di “PROGRESSIONE” – Anno 1997

 Questo mio articolo, buttato giù piuttosto affrettatamente, è appena una sintesi di quello che pomposamente avevo in mente di scrivere. Prometto pero di compilarlo per un prossimo numero di “Progressione”. In tale articolo descriverò la zona carsica dove abbiamo, o meglio, dove stiamo ancora operando e le cavità ivi scoperte, tra le quali spicca l’Abisso Zara con i suoi novanta metri di profondità.

Non ho scritto ora codesto articolo perchè mi manca tanto la T.V. (Tempo – Voglia) per cui, chiedendo scusa per la mia pigrizia ai miei quattro lettori e ai redattori sociali, passerò a descrivere, più che la cavità in oggetto, il motivo del suo secondo nome e le terribili esperienze che ho vissuto in prima persona in quel pericoloso, asperrimo e poco invitante fenomeno ipogeo.

La grotta in questione si apre sul margine del fondo di una minuscola dolina situata ad una quindicina di metri in direzione Sud dalla 3886 VG alias “Pozzo della Scure”, esplorata e rilevata negli anni cinquanta dal consocio Fabio Forti. In detta cavità, che è profonda 535 m e si sviluppa anch’essa verticalmente, non è escluso esista qualche comunicazione con la nostra.

Logicamente [come oramai da tempo accade] al momento della scoperta (opera mia) di questa maligna grotta il suo accesso era assolutamente impraticabile. Si sono rese necessarie parecchie uscite con faticosi lavori di mazza, scalpello e trapano demolitore, per rendere agibili l’ingresso, il P.5 iniziale e infine la fessura che si trovava sul fondo di quest’ultimo e che ostacolava il passaggio al P. 10 successivo.

Conclusi i lavori sopracitati Glauco ed io abbiamo effettuato una mini esplorazione di approccio, constatando che la cavità sotto il P. 10 continuava alla grande con un andamento nettamente verticale.

Dato che non avevamo altro materiale d’armo a disposizione, abbiamo fatto slittare l’esplorazione vera e propria al sabato successivo, 23 novembre 1996. Questa data me la posso ricordare benissimo in quanto è segnata sugli incartamenti a me intestati dall’Ospedale Civile di Monfalcone.

Così equipaggiati di tutto punto, con la “Squadra Scavi” al completo, abbiamo dato, con il nostro solito entusiasmo, il via all’esplorazione. Come maestro d’armo si è offerto Roberto e noi lo seguivamo d’appresso, uno dietro l’altro, appesi ai vari frazionamenti che il nostro uomo man mano approntava. Logicamente tale modo di procedere può essere giustificato dal nostro intramontabile entusiasmo, ma viene inesorabilmente condannato dalla più che quarantennale esperienza speleologica che la maggior parte dei componenti la “Squadra”, me compreso, possiede. Infatti, la cavità dopo il malagevole P.5 iniziale, nel successivo P.10 mostrava già la sua grinta e di che pasta B fatta, gettando le prime avvisaglie per una esplorazione carica di “suspence”.

L’aggressività delle acque che lambiscono le pareti dell’ipogeo, hanno creato tutta una svariata gamma di forme di dissoluzione rappresentate da taglienti lame, massi e pareti instabili, fanghiglia ed un’abbondante dose di detriti sparpagliata lungo le cenge ed i cornicioni dei pozzi.

In si fatti ambienti risulta più che ovvio che dovrebbero operare con cautela estrema due o al massimo tre esploratori [non in cinque come eravamo noi], perciò l’incidente che è avvenuto a -50, e che per mera fortuna non è sfociato in una tragedia, va imputato, come detto prima, al nostro entusiasmo ed anche alla nostra eccessiva sicurezza nel procedere, che ci ha fatto prendere un po’ sottogamba i reali pericoli ai quali eravamo esposti. Mentre Roberto era impegnato con un successivo armo, io mi accoccolavo su un diruto ripianetto posto sotto una minuscola cengia del P.40 in fase di esplorazione.

Cinque metri più in basso, appollaiati sopra un masso incastrato fra le pareti, stavano in precaria posizione Pino e Glauco; una decina di metri sopra di me c’era Furio impegnato sull’ultimo tiro di corda. Ad un tratto, dall’alto, un grido d’allarme di Furio seguito immediatamente da una rovinosa e consistente frana di massi e pietrame. Il primo masso l’ho visto saltare a pochi metri da me, sfiorare Pino e Glauco senza che gli stessi si rendessero conto del pericolo corso, per poi infrangersi contro la parete del pozzo sottostante. Fortunatamente Roberto era defilato dalla traiettoria delle pietre. Per farla breve, l’unico ad essere stato interamente interessato dalla frana ero io. La cenetta sotto la quale stavo mi ha alquanto protetto recapitandomi solo le pietre di rimbalzo, una delle quali mi ha sollevato lateralmente il casco mentre la successiva provvedeva ad aprirmi una ferita sul cuoio capelluto. Sentivo il sangue scorrermi dietro l’orecchio sinistro mentre mille stelline di dolore iniziavano a danzarmi davanti agli occhi. La frana continuò a cadere imperterrita ancora per qualche secondo coprendomi letteralmente con il pietrame precipitato. Soccorso subito dai compagni provai ad alzarmi in piedi e, constatando che per mia fortuna, a parte la ferita sul capo e un’indolenzimento allucinante lungo tutto il corpo, non avevo nessuna frattura, sotto l’amorevole assistenza degli amici riguadagnai l’uscita per recarmi quindi all’ospedale dove venni sottoposto alle necessarie operazioni di sutur a della ferita.

Per un paio di settimane (oltre la ferita al capo avevo anche le mani escoriate). I’esplorazione continuo senza di me portando i compagni alla definitiva profondità di 76 m sotto il livello di campagna.

È naturale che nonostante venga raggiunto il fondo in una grotta restano sempre tante incombenze da risolvere: rilievo topografico, esplorazione minuziosa e conseguente rinvenimento di fessure più o meno promettenti, che giocoforza bisogna forzare, fotografare, ecc.

Pertanto, finita la convalescenza ero nuovamente sulla breccia e per essere sincero, dopo i brutti momenti vissuti un paio di settimane prima, provavo una certa qual repulsione a ritornare in grotta. Repulsione che poco a poco ho vinto, altrimenti non mi sarebbe restato che appendere l’elmetto al chiodo

Comunque, nonostante quanto sopra, iniziai la discesa nel pozzetto posto sotto I’ingresso in uno stato alquanto ansioso. Come detto prima, questo pozzetto è piuttosto malagevole e per raggiungere il pozzo successivo bisogna fare qualche contorcimento. Fatto sta che a un certo punto mi trovai completamente incastrato tra le pareti e la base del pozzetto senza la possibilità di scendere ulteriormente o risalire. L’ansietà di prima si trasformò quindi in rosso furore per la situazione nella quale, come un novellino, mi ero venuto a trovare. Dopo due o tre minuti di sforzi inauditi riuscii a sbloccarmi. Ero madido di sudore, tremante di rabbia e ansante per la fatica spesa per liberarmi da quel punto critico.

Come se tutto ciò non bastasse, quando mi lasciai scivolare lungo la corda con il discensore, non mi accorsi che la lampada ad acetilene che tenevo a tracolla avesse scavalcato l’ansa del frazionamento per cui, dopo un paio di metri di discesa, rimasi nuovamente bloccato. Altre “preghiere”, altra fatica sprecata e con i nervi ormai a fior di pelle continuai la discesa fino al punto nel quale avevo subito l'incidente della frana. Oltrepassai quel punto velocemente, senza soffermarmi,per poggiare quindi i piedi sul famoso masso incastrato dove stavano, nel momento in cui era precipitata la frana, Pino e Glauco. Mi attaccai all'ultimo frazionamento che mi divideva dai compagni che stavano più in basso ed iniziai a scendere. Ad un tratto, a circa metà 'percorso", mi assali un dolore tremendo alla gola come una mano gigantesca fosse in procinto di strozzarmi. Raggiunsi il ripiano sottostante, mi staccai dalla corda e, barcollando, mi avvicinai agli amici. Al dolore che provavo alla gola improvvisamente subentrò un lancinante dolore al petto e il mio primo allarmante pensiero fu: infarto! Sto per avere o sto subendo un dannato e, dato il luogo in cui mi trovavo, sicuramente micidiale infarto! Nonostante le mie pessimistiche previsioni però, assistito dai compagni, forse più divertiti che preoccupati dal mio stato, dopo alcune ore di gemiti e lamentazioni ritornai alla normalità.

Dopo quest'altra poco simpatica vicissitudine tornai ancora un paio di volte in quella cavità per me decisamente malefica. I dolori al petto si risvegliarono per un brevissimo momento nella visita successiva e in quella finale, e dopo, nonostante sforzi e fatiche inaudite in altre grotte, non sono più comparsi.

Eseguiti gli opportuni esami e visite mediche,i luminari in questione non mi hanno diagnosticato nulla d'allarmante, se non altro quello di smettere di fumare.

MORFOLOGIA DELLA CAVITA

La grotta si apre nei calcari compatti tenaci del Turoniano [Cretaceo Sup.] che variano alternativamente le gradazioni cromatiche dal grigio al grigio scuro fino al nerastro. La stratificazione ben distinta ha un angolo d'immersione inferiore ai 20" con una potenzialità in banchi da decimetrica a metrica. In alcuni punti, e in special modo nella parte mediana dell'ipogeo, si possono osservare resti di Radiolari messi bene in evidenza dall'opera di dissoluzione tuttora in atto. Tale processo ha pure demolito l'antica sedimentazione calcitica preesistente ed approfondito maggiormente il pozzo terminale ora nettamente in fase giovanile. L'approfondimento sussiste ancora, in quanto, almeno in tempi piovosi, vi è un arrivo d'acqua che sgorga da un foro situato al livello del fondo. Il ruscelletto colà formatosi ha scavato un minuscolo meandrino che attraversa serpeggiando gran parte dell'anzidetto fondo, che senza dubbio deve essere di natura rocciosa. I detriti che lo ricoprono, infatti, provengono in gran parte dai lavori di ampliamento che sono stati effettuati nella parte mediana della cavità e sono stati quindi fatti precipitare nei pozzi paralleli a quello principale.

Concludendo, trascurando pure il fatto dell'incidente, la grotta in questione è estremamente pericolosa per la gran quantità di materiale pietroso piuttosto instabile che ospita lungo le pareti ed i ripiani, perciò se ne sconsiglia la visita.

                                                                             Natale Bone

POZZO DEL L 'INFARTUATO, 6034 VG CTR 7:5000 Sgonico 110051 - Pos. 73"43' 76' 4 - 45" 44' 28' E; quota ingr. m237; lungh. m 74; prof. m 74; pozzo est. m5; int. m 9,42-7 5-26-34

Ril. Bone Natale,Glavina Maurizio, Savi Glauco, SAG 25-7-97 e 7-2-97