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CAMPAGNA DI SCAVI ALLA 87 VG, ALIAS GROTTA PRESSO IL CASELLO FERROVIARIO DI FERNETTI (9A PUNTATA)

2015, 87 VG - Glauco con il Makita a -122(foto F. Feresin)

Per vari motivi non avevo l'intenzione di scrivere questo né altri articoli futuri ma, non volendo deludere gli estimatori delle mie "opere letterarie", eccomi a voi cari lettori per informarvi dei lavori eseguiti nel 2014 nella sempre più famigerata cavità citata nel titolo, ed i successi esplorativi, veramente minimi, colà ottenuti.

Sono quasi nove anni che siamo impe­gnati in quella ostica grotta ad allargare fratture, spostare e sistemare pietrame nei posti più impensabili. Momentaneamente, come coronamento dei faticosi lavori ef­fettuati, si è raggiunta una profondità di m 130 sotto il livello di campagna (che qui è a 321 m slm). Non occorre fare conti di alta matematica per evidenziare la distanza metrica che ancora ci separa dal Timavo o da qualche suo ramo secondario.

Abbiamo iniziato i lavori nella 87 V.G. con tenacia e caparbietà, sperando in cuor nostro che la faccenda si sarebbe conclusa positivamente, ossia la conquista del Timavo, dopo pochi mesi di lotta. Anche i responsa­bili delle varie guerre si crogiolavano con tali previsioni. Purtroppo anche per noi non è stato così. Sul libro delle relazioni riguardanti l'attività degli speleologi della "C.G.E.B." risultano ben 425 uscite attinenti alla grotta in oggetto, dove abbiamo depauperato i migliori anni della nostra "gioventù" (leggi vecchiaia...). In tutto questo tempo chissà quante altre grotte avremmo potuto trovare, aprire ed esplorare, superando magari la nostra usuale media metrica di profondità (m 15) e lunghezza (m 10). Ci saremmo senz'altro divertiti maggiormente che in quell'infima 87 V.G.

Ma tiriamo avanti! "Tiremm innanz!", come rispose Antonio Sciesa (1814-1851), patriota italiano, ai gendarmi che portan­dolo alla fucilazione e facendolo passare sotto le finestre della sua casa, gli chiesero se voleva salutare per l'ultima volta i propri cari: "Tiremm innanz!", per l'appunto.

2015, 87 VG - Roberto pronto a scendere (foto F. Feresin)

Nell'ultimo numero di Progressione (il 61) ho descritto le opere di scavo intraprese in uno dei tre punti soffianti indicatici da "no­stra sorella (ma non sarà forse sorellastra o matrigna?) Aria". Dopo mesi di duro lavoro abbiamo in pratica aperto nella viva roccia una gallerietta discendente, abbastanza co­moda, che convoglia le acque di infiltrazione in un successivo pozzetto pure lui allargato con tutti i mezzi a disposizione. La quantità ciclopica di pietrame ivi ottenuta veniva issata ai "piani alti" del pozzo terminale o collettore, che dir si voglia. Il pozzetto di cui sopra era interessato al suo fondo da esigue fessure nelle quali le pietre cadevano solo per pochi decimetri. Vista l'assoluta man­canza di una pur minima circolazione d'aria si è saggiamente deciso di non proseguire ulteriormente a lavorarci.

Esaurita la prima "chance" ne rimanevano le altre due, ossia il famoso orifizio in pa­rete chiamato "l'Oblò" e l'infimo pozzettino sovrastato da poderose e poco rassicuranti lame strutturali. Per comodità operativa (e anche perché vi finiva tutta l'acqua di stil­licidio) si è scelto il pozzettino! Abbattute le lame incombenti, tolto di mezzo qualche muretto di contenimento e gettato il materia­le pietroso nello scavo testé abbandonato, abbiamo iniziato il lavori di allargamento delle millimetriche fessure che esistevano sulle pareti e sul fondo del citato pozzettino.

Il calcare in loco appartiene al Membro di Rupingrande; una denominazione, a mio avviso poco felice, per distinguere i vari orizzonti e facies delle rocce che formano il nostro Carso. Detto calcare, di primo acchito, si presenta poco fossilifero e scarsamente fetido alla percossa, mentre di secondo acchito si rivela oltremodo ... fetente. Mi spiego: se un calcare mazzettato sprigiona quel caratteristico odore è a causa delle impurità che contiene. Se il calcare, come nel nostro caso, si rivela "fetente" (non cercatelo nei trattati di geologia, non lo troverete mai) è a causa della sua compo­sizione strutturale interna che non permette una fratturazione a blocchi o lastre, ma si disgrega a scagliette e lamine concave di sottilissimo spessore. Cosa che si traduce in più fori nella roccia, più dispendio di energie con mazza e cunei.

Ultimamente abbiamo messo in pensione, dopo trentacinque anni di onorato servizio (avete capito bene: sono proprio trentacinque anni), il trapano "Makita", sostituendolo con un altro della stessa famiglia, nuovo di zecca, elettronico, con tante lucine colorate di fun­zionamento, come si addice ad ogni attrezzo moderno. Ad onor del vero se con il trapano precedente per praticare un foro nella roccia si impiegava tot tempo con questo se ne impiega meno di un terzo: almeno questo gioca a nostro favore! Evviva la tecnologia.

2015 - 87 VG, Pino all'uscita (foto F. Feresin)

Tornando a bomba sui calcari, dolomie, arenarie e loro derivati, sorge nel mio pro­fondo un altro motivo per esiliarmi dal Carso. Di tali rocce ne ho fin sopra i capelli! Vorrei andarmene in qualche luogo dove la parte rocciosa del suolo sia granitica, cristallina. Sfrutterei gli ultimi anni che mi restano da vivere nella ricerca di minerali, quarzi, ametiste, granati ecc., per me molto più affascinanti delle solite rudiste e nummuliti. In parole povere (sic) vorrei lasciare Nettuno e raggiungere Plutone.

Così ridendo e scherzando, ma più faticando e sacramentando, abbiamo tra­sformato le già citate millimetriche fessure dell'infimo pozzetto in una gallerietta inclinata lunga un paio di metri terminante in uno stretto (ti pareva! ...) pozzo impostato su frat­tura terminante in un "meandro", ovviamente stretto e quindi allargato che, dopo un paio di metri, termina su di un incrocio di fratture dalle quale proviene l'aria (e da cui gridando si ottiene un certo rimbombo). In questo modo ci siamo abbassati di una decina di metri, seguiti da un vivace rigagnolo che, dopo aver ben bagnato gli addetti ai lavori, si infiltra gorgogliando nelle fratture del fondo. Appena è stato possibile il nuovo pozzetto è stato armato con le solite scale fisse che non solo garantiscono una rapida e sicura progressione, ma permettono di ottenere, fra le stesse e la parete, uno spazio prezioso ove depositare il materiale di scavo.

Dall'inizio dei lavori, nella nostra 87 V.G., molto spesso siamo stati ingannati dai falsi movimenti d'aria e dai rimbombi più o meno pronunciati. Pure ora, alla massima profondi­tà raggiunta, l'ampiezza degli ambienti rima­ne sempre una chimera o un miraggio. La circolazione d'aria, ora scarsa, ora cospicua, ci accompagna e sornionamente incoraggia a proseguire i lavori, come ci incoraggiano i rimbombi che si odono "dietro l'angolo". Nel corso del 2014 hanno prestato la loro opera i soliti Bosco Natale Bone, Fabio Feresin, Pino Guidi, Roberto Prelli, Glauco Savi e gli occasionali Michele Benedet, Furio Carini, Riki Corazzi, Eugenio Driolin.

                                                                                              Bosco Natale Bone