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ABISSO ENRICO DAVANZO, 1982: NUOVE ESPLORAZIONI E NUOVI INCIDENTI

Ab. Davanzo - Questa volta la discesa è stata veramente più facile e rapida della risalita. (Foto S. Serra)

Pubblicato sul n. 11 di PROGRESSIONE - Anno 1983

 Sempre il solito numero telefonico che ormai sono stufo di comporre, sempre la solita frase «Scratapo, fra 10 minuti passo a pren­derti!» - «Va bene» CLIC.

Dopo varie dimenticanze da parte mia e notevoli bestemmie di Scrat, riuscimmo a par­tire per Nevea; appuntamento con Kekez e Fossile in bivacco. Grazie alla nostra prover­biale fortuna la pista si fa a piedi e, giunti al rif. Gilberti, troviamo i due compagni che ci atten­dono visibilmente annoiati per il nostro leggero ritardo di circa 6 ore (aspettavano che portas­simo il cavo telefonico per stendere la linea fino al campo a —500). Rapida camminata fino in bivacco e poi ad ognuno quel che si merita: a noi una «comoda» branda, a loro l'abisso con un condimento di 8 rotoli di piattina ed i rispet­tivi sacchi da bivacco per stendere il filo d'Arianna modello SIP.

Mi aspettavo una bella dormita, invece abbiamo passato una notte insonne aspettando ad ogni mezz'ora la voce gracchiante di Kekez che provava il funzionamento della linea. Ulti­me parole di Kekez «Scendete e raccogliete tutto il materiale che è sparso per la gtottal».

Morale della favola: al mattino entrarono due speleo normali con quattro sacchi e arriva­rono dopo 12 ore al campo con 8 sacchi e gli organi genitali notevolmente ingrossati. Ci ac­coglie una risata di Vasco che era sceso la mattina prima con Penel per allestire il campo.

Le squadre si dividono di nuovo; Kekez e Fossile verso il fondo, Vasco e Penel verso casa e Spattaco con il sottoscritto tra le braccia di Morfeo, con il proposito di continuare il giorno dopo l'esplorazione oltre il fondo vecchio. Dopo 8 ore rumori di sacchi sbattuti ed impre­cazioni ci risvegliano e la voce delusa di Kekez ci comunica che la nuova esplorazione finisce su tre sifoni a circa —780 m e che avevano già rilevato il tutto. Restava solo il recupero: toc­cava a noi.

Marek (un componente della spedizione polacca che operava sul Canin contemporane­amente a noi) ci prega telefonicamente di aspettarlo; si cambia obiettivo e andiamo a cercare prosecuzioni nella fessura sotto il pozzo da 60 m del ramo attivo. Torniamo ben presto al campo sconsolati per il nuovo esito negativo, in una grotta dalla quale ci aspettavamo qualche soddisfazione in più.

Arrivato Marek, Spartaco parte con lui per il recupero dal fondo, cominciamo intanto a preparare i numerosi sacchi per il recupero definitivo. Un po' di ore di riposo per Scrat e Marek, poi si smonta il campo e si riparte in cinque con circa 14 sacchi alle 10 di venerdì.

Spartaco resta indietro per recuperare mentre noi perdiamo molte ore nel trasporto oltre lo stretto «by pass» che collega il ramo fossile con quello attivo. Alle 19 Kekez mi indica una possibile prosecuzione: risalgo 3 m ed entro in un comodo meandro fossile, che dopo 50 m circa viene tagliato da una galleria bassa con molte lame che rendono arduo il transito. Torno indietro e subito sento la voce concitata di Kekez che mi grida di affrettarmi perché Spartaco si era fatto male: scendo velocemente e dopo diversi sacchi abbandonati, delle tracce di sangue e finalmente Scrat che, disteso a terra, mi sorride. La paura di quegli istanti sva­nisce, non si trattava di un incidente grave!

Gli prestiamo i primi soccorsi mentre Kekez e Marek si precipitano all'esterno per chiamare i soccorsi dato che il telefono si era fuso a causa di un fulmine. Per Spartaco, Fos­sile ed io, invece comincia la lunga attesa, ci apprestiamo a passare la notte; Scrat letteral­mente sepolto da duvet, sacchi piuma e teli termici, Fossile ed io nei sacchi vicino a lui come delle brave crocerossine.

Alle 5 di sabato suona il telefono, nel buio totale comincia la gara alla ricerca del telefono per sentire finalmente una voce dall'esterno; la vinco: «Pronto, qua Clanfa! Come va?»; «Qua Mauro, abbastanza bene»; «adesso entra la prima squadrai». Poche parole che ci hanno dato molta sicurezza, sapendo che è solo que­stione di ore ormai, poche o molte che siano.

Arrivano due componenti della spedizione polacca, Roman - medico chirurgo - e Peter, studente in medicina. Roman, espertissimo membro del soccorso alpino polacco (questo era il suo 58° intervento in grotta o in monta­gna), capisce subito che non è una frattura grave, ma è assolutamente necessario inges­sare sul posto per garantire l'immobilità del­l'arto durante la risalita. Nel frattempo è arriva­ta la prima squadra composta da Vasco, Zope­ta, Pero, Stefano, Tonazzi (medico di Udine), mentre una squadra di Udine provvedeva al riarmo dei pozzi.

Verso le 12 arrivano finalmente le bende gessate portate da Pene] e Guido. Asciugato il gesso nel modo più rapido (con fornelli ed aceti­lene) alle 8 si inizia il recupero.

Aiutato lungo i pozzi con una seconda corda e lungo i meandri con tappeti umani e varie altre comodità, in 16 ore Scratapo ha rivisto la luce.

Vorrei ringraziare a nome di tutti i compo­nenti della spedizione e soprattutto a nome di Spartaco, i ragazzi polacchi che si sono prodi­gati, disinteressatamente e per pura amicizia, per aiutare le squadre di soccorso, meraviglian­domi che in nessun articolo apparso sui giornali siano stati menzionati, pur avendo svolto un ruolo di vitale importanza e avendo la notizia occupato buona parte dei quotidiani di quei giorni.

                                                                                                     Mauro Drioli

Hanno partecipato all'esplorazione: Savio Spartaco (Scratapo), Andrea Benedetti (Kekez), Paolo Pezzo-lato (Fossile), Paolo Vascotto (Vasca), Daniela Michelini (Pene!), Mauro Drioli (io)