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ABISSO «MARINO VIANELLO» DESCRIZIONE TECNICA

Pubblicato sul n. 3 di PROGRESSIONE  - Anno 1979

 

L'ingresso misura circa m 1 di diametro ed è situato sul fondo di una piccola doli-netta erbosa sotto un basso larice contorto, al cospetto di un anfiteatro di paretine (al­te circa 7 m) contornate dai folti pini mu­ghi. E' spostato a sinistra (ovest) all'inizio dei «regolari» pianori che portano alla cu­pola dello «Spric». L'ingresso principale è contrassegnato con la sigla rossa «L 18 SAG '75».

Conviene attrezzare i primi due pozzi con un'unica corda da m 120. L'attacco del I (35 m) si effettua sui saldi pini mughi nelle dirette vicinanze dell'orifizio, discesi circa 3 m si fraziona la corda su una solida ed evidente lama. Dal fondo si attraversa una stretta e breve diaclasi e si inizia il II pozzo (m 55) su uno spit sulla parete opposta.

Dopo circa 20 m, vicino ad una larga fessura verticale, spostato di alcuni m a sinistra, si scende su di un secondo spit, fino a giungere (a circa 15 m dal fondo) su un comodo terrazzo dove (a discrezione di chi arma) si può effettuare un III fra­zionamento su 1 chiodo nascosto in una nicchia. Dopo appena 3 m si pendola an­cora verso sinistra, ad intercettare un terzo spit che porta al fondo.

Nello stretto sprofondamento di un bre­ve meandrino inizia il III pozzo (42 m); si attacca su di un evidente spit sull'orlo della fessura; dove questa comincia ad allargarsi considerevolmente si fraziona su di un ul­teriore spit leggermente spostato a sinistra. Se c'è molta acqua, dal fondo si traversa sulla larga cengia e si attacca la corda su di un chiodo a circa 2 m d'altezza che per­mette di scendere il II saltino di 5 m evi­tando così una copiosa cascatella. Dal fondo ciottoloso della prima serie di verticali si risalgono 5 m in spaccata, fino a raggiun­gere una breve condotta del diametro di circa 1 metro: ignorandone la logica prose­cuzione [che porta alle diramazioni più vec­chie e meno profonde del sistema (vedere gli Atti del Congresso di Perugia «Abisso I a SW del M. Spric»)] dopo appena un paio di metri si discende un salto di 3 m aprentesi sulla destra e ci si immette nello stretto e viscido «Meandro dei tormenti».

Dopo circa 105 in il soffitto si allarga e si dirama in due cunicoli perpendicolari; infilarsi in quello di destra che porta, dopo 60 m superando l'orifizio di un pozzo cieco di 42 m, in una cavernetta in salita che consente la posizione eretta. Raggiungere uno stretto budello che si apre sul soffitto del punto più alto e percorrerlo per 10 m, fino a nuova posizione eretta.

Saltare la fessura profonda circa 10 me­tri che si apre sul pavimento e immettersi in un comodo meandro che prosegue dopo un breve salto in arrampicata e un'ampia sala, abbassandosi sempre più per giungere in una piccola stanza sovrastata da un am­pio e altissimo camino. Proseguire per il cunicolo che si apre sulla parete opposta e scendere in arrampicata circa 4 m (evitando il meandro che parte sulla destra). Giunti ad uno slargo battuto da abbondante stilli­cidio e caratterizzato da un masso in bilico sull'orlo di un salto, innalzarsi sulla con­dotta di un evidente meandro stretto sul fondo; dopo 80 m (fare attenzione ad ab­bassarsi nei punti più comodi) questo si sprofonda in una fessura che si apre sulla parete sinistra (in ordine di discesa) di una stanza, dando origine al pozzo di 85 m. At­taccare la corda (95-100 in) su di un sicuro chiodo infisso sull'orlo della stretta fessura e frazionare dove questa si allarga sul pozzo su di uno spit; dopo circa 40 na si pendola circa 4 in sulla sinistra e dove il pozzo si restringe permettendo la sosta in pressione (3 in al disotto di un piccolo ripiano) si fraziona ancora su di uno spit infisso nella parete più solida e si scendono gli ulteriori 40 m a campana.

Dal fondo della grande caverna ci si in­fila (non lontano dall'arrivo della corda) fra i grandi massi di crollo per scendere un salto di 9 m dalle pareti alquanto instabili; attacco su un chiodo infisso tra gli strati. Scendendo si prende ancora un meandro in discesa che porta su di un salto di m 10: rimando su chiodo ad anello mobile e at­tacco su una lama a picco sul salto. Attra­versata un'ampia caverna di crollo ci si immette ancora in un meandro cosparso di massi e abbassandosi progressivamente si scende ancora un salto di 8 m: attacco su ponte di roccia; dal fondo si attraversa una stretta fessura per giungere sull'orlo insta­bile del salto di 7 m: rimando su lama e at­tacco su spit infisso sulla solida e liscia pa­rete sinistra. Dopo ancora una grande sala con massi, ancora un meandro umido e molto alto dcl qxalc bisogna raggiungere il fondo co:i 15 m di abbassamento nei punti più comodi. Con due salti consecutivi di 10 e 18 m (corda unica di 45 m) il meandro si getta ancora in una caverna; attacco su ponte naturale - ansa abbondante per superare il lungo ripiano - spit spostato di circa 4 m in fuori sul meandro sulla parete sinistra.

Un tubo di roccia a circa 2,50 m dal fondo, nella parte più bassa della caverna, dà su di un ulteriore meandro; con vari abbassamenti raggiungere il fondo e superare l'ostacolo dei massi crollati in salita e discesa, dopo due brevi salti si giunge ancora sull'orlo di un salto da 23 m (che viene in parte evitato) rimando su lama e attacco su spit, dopo 6 m spostarsi dalla verticale su massi incastrati e discendere ancora 5 m su chiodo a espansione: grandi massi conducono in una caverna parallela nell'apice di una china di pietre (fondo della verticale originaria). Da qui scendere un breve salto e prendere una stretta diaclasi sulla sinistra; al secondo slargo scendere in verticale una stretta fessura, impraticabile nella sua parte superiore, e aggirarla scendendo lo stretto c scomodo «by-pass» che sbocca su tre salti successivi di 3, 6 e 6 m che si risaliranno in arrampicata (25 m di corda, attacco su ponte naturale).

Si scende l'ampio pozzo di 40 m su uno spit al disopra di una breve cengia che si spinge in fuori sulla sinistra (rinvio su masso incastrato); a 9 m dal fondo frazionare su di un chiodo a lama spostato di 1,50 m a sinistra. Dal fondo ci si infila in uno stretto meandro che conduce a un ulteriore salto di 7 m (attacco su chiodo a lama); si raggiunge con 4 m di viscida arrampicata la spaccatura che dà inizio al «pozzo dei Pendoli» (70 m); si effettua l'attacco su 2 chiodi da roccia vicini e si fraziona sull'orlo del pozzo su di uno spit. Scendere obliquando sensibilmente verso sinistra fino a girare un grande angolo di roccia; obliquando ancora, frazionare (a circa 30 m dall'attacco) su di una lama (che permette alla corda di non toccare il «tetto» sottostante), collegandola al chiodo ad espansione che si trova 1,50 m alla sua destra (nelle prime esplorazioni il pozzo era armato con due pendoli di 5 e 8 m circa che portavano lo speleologo da una parete all'altra del grande pozzo). Un ripiano semicircolare interrompe a circa 50 m la discesa; percorrerlo sulla sinistra e frazionare ancora su di uno spit al cospetto di un colatoio; a circa 10 m dal fondo effettuare un ultimo frazionamento su chiodo ad espansione.

 Dal fondo di massi scendere 2 salti di 9 m (attacco su due chiodi a circa 2 m di altezza sulla parete destra) e 15 m (attacco su di una grande lama e frazionamento su spit spostato di alcuni metri dall'orlo sulla parete sinistra). Dalla grande pozza d'acqua alla base dell'ultimo salto (-550) imboccare l'agevole «meandro amico» e prendere la prosecuzione di destra al I bivio; proseguendo direttamente per il meandro si sbuca sull'ultimo salto (14 m) che si getta sul I sifone (-580). Dopo 220 m, ci si può innalzare invece nella condotta trovandosi a un trivio; imboccare le gallerie di centro o di destra (evitando quella di sinistra che è cieca) e, giunti ad una grande spaccatura che taglia perpendicolarmente la galleria, girare a destra fino ad arrivare ad un lercio sifone di fango nero. Risalendo la corda fissa che sovrasta quest'ultimo saltino (6 m) ci si immette nella «Galleria del Braille» che, dopo circa 160 m, si getta, con un saltino di profondità variabile a seconda del regime idrico (15 m all'ultima esplorazione), nell’ultimo sifone a -585 m di profondità.

                                                                                                     Sergio Serra