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CAMPAGNA ESTIVA '77 SUL CANIN

Stracci, masserizie e speleologi al bivacco D.V.P. (Foto S.Serra)

Pubblicato sul n. 1 di PROGRESSIONE - Anno 1978

E' il momento più silenzioso e magico della giornata, quando le ombre sono più corte e l'aria è assopita nella tranquillità limpida del pomeriggio alpino; ma gli incantesimi, come in ogni fiaba che si rispetti, sono stati brevettati per essere spezzati, e un tuono rabbioso colpisce le pareti e rim­balza sui nevai, tagliando l'aria ed espan­dendosi per i solchi calcarei. Ma non è un tuono, è una voce scagliata lontano, una bestemmia tremenda; un sacco verde infatti sta scivolando e rimbalzando agile e veloce per le cunette ghiacciate della lunga lingua bianca, dove il panettone del Bila Pec strin­ge la mano alla lunga cresta del Canin. Corre come un ragazzino che, dopo aver rubato la marmellata, sfugge abile al battipanni impla­cabile. Ed ecco che il battipanni arriva, tuo­nando imprecazioni, le unghie piantate nello scivolo, sbatacchiando e rimbalzando a de­stra e a manca in calzoncini da bagno; an­cora una volta l'aureola di tranquillità se ne andrà seccata.

Per dieci giorni il bivacco Davanzo - Vianello - Picciola sarà la nostra base, dove stenderemo le ossa umide e ingurgiteremo qual­che olezzosa brodaglia, scambiando quattro chiacchiere assonnate, fra una punta e l'altra.

Scenderemo un'ennesima volta all'«L 18» (abisso I a SW del monte Spric), per cercare di risolvere quella intricata matassa di cuni­coli e meandri ad andamento esclusivamente orizzontale, cercando una qualche derelitta prosecuzione che ci porti in profondità; e all'«L 33», grotta ancora tutta da scoprire; in più vagheremo alla rabdomantica ricerca di un qualche abisso che placchi la nostra innata e malsana sete di fatica e di freddo.

Partiamo per la prima esplorazione alla volta dell'«L 18», ma le velleità si placano subito perchè impieghiamo più di tre ore per disostruirne l'ingresso dalla neve rimasta dall'inverno, sotto un sole cocente; così esploriamo e rileviamo soltanto una cinquantina di metri di cunicoli nella zona adia­cente alla prima serie di verticali. Intanto un'altra squadra è partita all'«L 33», ed ini­zia a vagare per i primi meandri che si protendono in due direzioni dal primo pozzo di 60 metri, mentre altri due, rimasti al bi­ vacco, iniziano a scendere alcuni pozzi sul Col delle Erbe.

La seconda punta all'«L 18» non tarda il giorno dopo, e partiamo decisi a maturare una vendetta definitiva nei confronti di quella malaugurata serie di meandri malagevoli e stretti cunicoli che fin qui ci ha fatto tribolare. E la fatica è in parte ripa­gata; dopo aver raggiunto le prosecuzioni più considerevoli in fondo al ramo «N - W», superiamo di slancio un largo meandro che dopo una sessantina di metri si sprofonda in una fessura che rimbalza per circa 80 me­tri, ma non abbiamo corde sufficienti e non ci resta che proseguire. Subito dopo una grande caverna ci dice che siamo sulla strada giusta, e ricambiamo il carburo seduti fra i grandi massi, quasi specchiandoci stupiti sul­la umidità leggera che ricopre un gigantesco specchio di faglia che fa da parete Est. Un breve cunicolo e poi qualcosa, luccicando nella galleria, ci carica ancora di più: sono le prime colonnine di ghiaccio che, a questa profondità e così lontane all'ingresso, ci fanno pensare ad un'uscita imminente che si affacci sulle scoscese pareti della vai Raccolana, creando così una gelida e continua corrente d'aria che stringe in una morsa lo stillicidio. Ora anche le pareti brillano di mille cristalli trasparenti, e ci gettiamo co­me pazzi giù per un meandro largo in media un metro e in continua discesa, che il fondo ricoperto da una spessa coltre di ghiaccio trasparente ha trasformato in una pista da «bob» sotterraneo, e i capitomboli non si contano.

Azzurre e trasparenti, stalagmiti di ghiac­cio come coniati siciliane, si affacciano al balcone e guardano e discutono di ciò che sta succedendo in fondo al pozzo, che forse è più profondo di cento metri, nel tempio di colonne di lucido metallo che sostengono la cupola della volta; proiettando le loro om­bre sul mosaico antico di cristalli d'argento.

Ma ormai è tardi, e le operazioni di rilievo ci ruberanno molto tempo nella risa­lita; dobbiamo tornare.

Intanto giù all'«L 33» il labirinto comin­cia a rivelarsi agli speleologi, che comunque si tuffano a capofitto, macinando meandri e gallerie per centinaia e centinaia di metri.

Torniamo ancora due giorni dopo, per la terza volta, all'«L 18» fino all'ultimo grande pozzo, che purtroppo dovremo limitarci a traversare per raggiungere una galleria che si intravvede dall'altra parte, perchè non disponiamo di materiale sufficiente per scenderlo, un'altra sorpresa però ci attende; la bel­lissima pista di «bob sotterraneo» si è tra­sformata in una serie di pozze d'acqua, an­che molto profonde, che ci costringono ad ardue spaccate per evitare di caderci dentro. Eppure, il giorno prima, il ghiaccio compat­to e resistente non si era nemmeno incrinato al nostro passaggio! E' incredibile come la sola presenza umana possa, nel giro di 24 ore, rompere un magnifico incantesimo di freddo; temo per le grandi colonne e per le bellissime stalagmiti, ma esse ci aspettano eleganti e disinvolte, sapendoci fedeli all'ap­puntamento.

La traversata si rivela subito molto diffi­cile perchè il ghiaccio ricopre ogni piccola asperità, ma alfine giungiamo dall'altra parte constatando che la galleria conduce, dopo una quarantina di metri, a un altro ma­stodontico pozzo ampiamente terrazzato da grandi cumuli di neve, anche lui molto pro­fondo e probabilmente comunicante col pri­mo. Veloce rilievo, e definitivamente rag­giungiamo la luce del pomeriggio.

Questa volta abbiamo più di una ragione di essere soddisfatti: abbiamo esplorato ol­tre 1000 metri di nuova cavità e i grandi pozzi rinvenuti lasciano ben sperare per le esplorazioni future.

Anche le esplorazioni all'«L 33» sono finite; in cinque punte di esplorazione di circa 15 ore l'una, si sono portati alla super­ficie circa 1000 metri di cavità nuova, ad andamento ancora una volta orizzontale.

E' l'ultimo giorno; questo pomeriggio torneremo a casa, ma laggiù in basso, sul monte Spric, è stato ritrovato un grande pozzo nascosto dai mughi fittissimi che, dal­le prime timide esplorazioni nei giorni pre­cedenti, sembra profondissimo. Partiamo al­lora con 100 metri di scale e altrettanta corda alla volta dello Spric per dare una occhiata veloce a quello che denominere­mo «T 8».

Dopo circa 40 metri il gelo ci attanaglia, il grande pozzo è leggermente inclinato su un fianco, dove un'enorme colata di ghiac­cio molto spesso ricopre abbondantemente la parete; forse ho sottovalutato un po' troppo la situazione e sono sceso in calzoncini da bagno e tuta impermeabile + casco, stivali e cordino in vita; sono fritto dal freddo e preferisco lasciar proseguire il mio compagno che, raggiunto il termine della scaletta, garantisce la prosecuzione della ver­ticale per almeno altrettanto. Ritorniamo volentieri nelle calde braccia di mezzogiorno.

Un che di misterioso ci accompagna an­cora una volta sulla via del ritorno, insieme alle nebbie della lontana val Resia, dense di leggende e miti perduti, che danno alle cime una saggezza severa, portandoci ancora un saluto di questi luoghi magici.

                                                                                         Sergio Serra