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SOGNI, SALE DELLA VITA

 pubblicato su " PROGRESSIONE N 54 " anno 2007

 

                                                          Che cosa succede a un sogno differito?

                                                          Avvizzisce come un chicco d’uva al sole?. . .

                                                         Forse cede soltanto, come un carico pesante

                                                         Langston Hugues, Lenox Avenue Mural

Un vecchio adagio ci ricorda che “i sogni muoiono all’alba”. Per quanto si riferisce alla vita dell’uomo sarebbe forse più corretto asserire che i sogni muoiono al tramonto.

E’, infatti, al tramonto della vita, nel momento in cui è consuetudine fare dei bilanci, che ci si accorge come molte delle cose pensate, sperate, sognate – e talvolta realizzate – negli anni passati siano svanite nel nulla, sostituite da altre – pensate, sperate, sognate, realizzate da altri – più rispondenti alle necessità attuali, quando non semplicemente cassate perché ritenute inutili dalle nuove generazioni. Sogni rimasti tali e sogni diventati opere poi svaporate nel vuoto e tornate alla consistenza dei sogni.

Si passa la vita a sognare e a costruire qualcosa, a cominciare dalla famiglia e dalla realizzazione di sé, per vedere alla fine tornare il tutto nel nulla indifferenziato che costituisce l’essenza stessa della vita. Vuoto destinato ad essere riempito da costruzioni e sogni di altri, a loro volta destinati ad uscire senza lasciare traccia, se non nei ricordi, ombre di quei sogni e di quelle realizzazioni che, nella migliore delle ipotesi, sopravvivranno per una generazione al massimo.

Il discorso potrebbe essere molto ampio, in quanto applicabile un po’ a tutto e a tutti, persone e società, ma qui mi limiterò a riflettere sul destino dei sogni e delle opere degli uomini della Commissione Grotte, ed in particolare di quelli della seconda metà del secolo scorso, fra cui sono cresciuto e invecchiato, e non solo speleologicamente.

Non sono in grado di riesumare i sogni della generazione dei Boegan, Eugenio e Felice, approdati in Commissione nel 1894: qualcosa si potrebbe desumere rileggendo le ingenue pagine della “Mosca”, il giornaletto che per un paio d’anni accompagnò la crescita del Club dei Sette. Nulla sappiamo dei sogni degli uomini degli anni d’oro della speleologia giuliana: forse erano troppo occupati a lavorare sul territorio per avere tempo di sognare e di scrivere. Invece la generazione di Finocchiaro, Medeot, Perotti, Polidori, figlia di un’Italia che sognava di poter conquistare un posto al sole nel mondo, oltre a risollevare nella seconda metà degli anni ’30 le sorti di una Commissione stanca ed esaurita, è stata capace di sognare in grande: l’illuminazione elettrica delle Grotte di San Canziano e la sistemazione nelle stesse di un ascensore per facilitare l’uscita dei turisti, la realizzazione di un Centro Speleologico a Trieste con annesso Museo di Speleologia, una rivista scientifica, una Scuola di Speleologia. Sogni che la guerra ha interrotto ma che, accompagnando la vita di alcuni di questi uomini, si sono in parte concretizzati negli anni della loro maturità.

Poi la generazione del dopoguerra, entrata in scena negli anni ’50 con tanto entusiasmo e tanti sogni. Sogni grandi, con l’aspirazione ad incidere fortemente nella vita sociale; sogni piccoli, destinati a meglio definire e a migliorare lo sfondo della stessa.

Fra i primi con Marino Vianello ha sognato una Scuola di Speleologia che diffondesse la conoscenza e l’amore per le grotte presso un pubblico più vasto e diversificato, soprattutto mirata a portare la speleologia in quelle regioni italiane in cui era pressoché assente. Con Dario Marini, ha sognato l’adeguamento ai tempi nuovi di un Catasto che fosse lo specchio della speleologia giuliana e il deposito delle memorie di generazioni di grottisti: un Catasto che si sublimasse in un novello Duemila Grotte, monumento dedicato a quanti avevano, in 150 anni, lavorato nelle viscere del Carso, nonché ponte che proiettasse le nuove generazioni speleo verso il futuro.

E i sogni di Carlo Finocchiaro e di Fabio Forti di una gestione della Grotta Gigante impostata con criteri aziendali, finalizzata da una parte a far conoscere il magico mondo delle grotte a sempre più persone, dall’altra a procurare all’Alpina i mezzi per sempre meglio proseguire la sua attività. Ed ancora quelli di Fabio Forti e Tullio Tommasini, che prevedevano la creazione di stazioni di ricerca ipogee destinate a svelare, attraverso studi pazienti e protratti nel tempo, alcuni dei misteri del mondo sotterraneo.

In mezzo a questi sogni c’era posto anche per le esplorazioni, primo amore del grottista che gli anni e i nuovi affetti non erano riusciti ad eliminare. Esplorazioni nella regione ma anche in zone lontane, condotte con quei criteri di integralità e completezza – catasto, geomorfologia, archeologia, folklore, speleobiologia – che hanno caratterizzato le ricerche sul Carso casereccio. E quindi quella miriade di piccoli sogni, quasi individuali, concretizzatisi nell’apertura di centinaia di grotte, nella strutturazione grafica e contenutistica delle riviste sociali, in un miglior arredamento della sede, in quelle piccole migliorie ritenute tanto importanti al momento della loro proposizione.

Sogni condivisi da amicizie nate sull’orlo dei baratri e cementate dalle comuni fatiche – la sicura sui pozzi profondi, il trasporto dei grevi carichi di materiali, le lunghe attese su umidi ripiani – che la speleologia di allora imponeva.

Il sole ha proseguito nel suo cammino ed è giunta la sera per la generazione dei grottisti degli anni ’50 e ’60, i cui ultimi rappresentanti si trovano, assieme a qualche sodale più giovane (anche se non di molto), i sabati a scavare alla ricerca di nuove vie per il profondo.

Cosa è rimasto di tutti quei sogni, di quelle iniziative che l’entusiasmo giovanile aveva spinto a cercar di concretizzare con grande dispendio di tempo, energia, denaro (e, per qualcuno, dissapori e liti in famiglia, la salute e in alcuni casi perfino la vita), di quelle amicizie che sembravano dover essere imperiture? Sono rimaste le realizzazioni di alcuni, i ricordi e i rimpianti di altri.

La Scuola di Speleologia è nata qui, e crescendo e sviluppandosi ha raggiunto la maturità, come è nella natura delle cose, perdendo per istrada i legami con i genitori e la casa avita: si è adeguata ai tempi, cosa che i genitori pare non riescano mai a fare.

Il Catasto speleologico – Venezia Giulia e Friuli – ha figliato, dando vita al Catasto Regionale che, nel solco della tradizionale lotta tra figli e padri, ne ha preso il posto relegandolo fra le anticaglie destinate, nella migliore delle ipotesi, al museo; il nuovo Duemila Grotte, dopo una gestazione tanto lunga quanto sofferta e inutile, è stato accantonato dall’informatica, con gaudio di qualcuno (si sa, la mamma degli imbecilli è sempre incinta).

L’impostazione aziendale alla Grotta Gigante ha portato da una parte al distacco affettivo dei soci per questa struttura e dall’altra a tutti i problemi – sindacali, economici, tecnici – che il cambiamento ha prodotto. Sono lontani i tempi in cui una dozzina di domeniche all’anno tutta la Commissione si trovava alla Grotta per fare servizio gratuito in occasione delle “Illuminazioni popolari”, con ritrovo finale nell’osteria Milic, ove la giornata si concludeva con canti e frizzi, ma anche con la pianificazione delle attività future.

Accantonate le ricerche alla Doria e alla 12, per scarsità di soci in grado di proseguire gli studi, nella Grotta Gigante hanno preso pianta stabile un centro di ricerche geofisiche che fa capo all’Università di Trieste ed uno di sismologia dell’Osservatorio Geofisico Sperimentale. Centri di studio eccellenti cui diamo con piacere ospitalità, ma che conducono ricerche al di fuori del nostro mondo e dei cui risultati solo casualmente veniamo a conoscenza.

Sui massicci carsici a noi vicini si sono esplorati e topografati chilometri di gallerie, superando pure, un paio di volte, i meno mille, mentre sul Carso di casa è stata aperta una nuova via al Timavo sotterraneo: imprese che parevano notevoli, allora. Abbiamo fatto parecchie campagne all’estero, ma il sogno di poter effettuare quel tipo di ricerca integrale applicata con successo nel Carso si è dimostrato velleitario: sono mutati i tempi, le tecniche, gli uomini. L’iperspecializzazione ha reso obsoleti e quasi inutili i volonterosi autodidatti che per più di un secolo hanno costituito l’ossatura della ricerca scientifica nelle grotte. Sottolineo il “quasi” perché c’è ancora qualche piccolo spazio per gli ultimi epigoni di questa classe di studiosi, ma di norma ora la ricerca è fatta soltanto da squadre di specialisti, non sempre disposti a sobbarcarsi le fatiche, i rischi e le spese che le spedizioni comportano.

Il tempo ha pensato poi a ridimensionare le belle, eterne, amicizie nate sull’orlo dei baratri: a molti l’esperienza acquisita con gli anni ha aguzzato la vista, permettendo quindi di scorgere negli amici quei difetti che gli entusiasmi giovanili avevano trascurato. La ricerca di amici perfetti porta però ad una perfetta solitudine, e forse fra i sogni infranti l’incapacità di accettare i compagni di strada con i loro difetti è quello che lascia una ferita più profonda.

                                                * * *

La speleologia, locale e nazionale, è cresciuta, un po’ grazie anche al contributo sognato e voluto in quei decenni lontani. Qualcosa certo è rimasto: il cammino del progresso è fatto sì di grandi scoperte, ma soprattutto di una miriade di piccole invenzioni e realizzazioni senza padri o madri, ma figlie e patrimonio di tutti. E questo vale anche nel nostro campo.

Ma se misuriamo le nostre realizzazioni non con il metro di quanto si poteva fare con i mezzi di quel tempo, ma con quello utilizzato per costruire i sogni – e le speranze e gli ideali – di quelle generazioni di grottisti, il bilancio non soddisfa, e il tramonto ne sanziona l’essenza. Sogni, appunto.

Ma senza i quali la nostra vita sarebbe stata vuota.

                                                                                               Pino Guidi