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MERCANTI NEL TEMPIO

Pubblicato sul n. 9 di PROGRESSIONE - Anno 1982

 Tra l'uomo e le bestie vi è questa sostan­ziale differenza: mentre gli animali usano il linguaggio per scambiarsi messaggi di amore o di sopravvivenza, il padrone della terra se ne serve anche per ingannare il prossimo dicendo cose non vere. Tale pra­tica ha molte varianti, una delle quali con­siste nel denigrare i potenziali concorrenti, magari atteggiandosi a paladini dell'intera comunità.

Di questo comportamento proprio del­l'homo politicus» troviamo un esempio nel recente V Convegno di Trieste. Io ho con­siderato sempre la speleologia un'attività «pulita», nella quale non dovrebbe esserci posto per gente che attraverso essa vuole conseguire vantaggi personali, ma d'altronde era inevitabile che il generale deteriora­mento dei rapporti umani avrebbe toccato anche il nostro ambiente e me ne ero fatto ormai una ragione. Un relatore però ha pen­sato di usare per i suoi scopi una istituzione della quale io mi sento in buona parte padre, tutore e depositario, per cui il suo agire mi è odioso ed intollerabile.

Per chi non conosce le nostre vecchie storie è necessario aprire qui un'ampia pa­rentesi dove spiego la mia viscerale diffiden­za verso chi si presenta a «portare avanti il discorso» sul Catasto. Al mio arrivo alla CGEB nel 1953 trovai nel corridoio di Via Milano un canterano con tre pile di cassetti pieni di cartelle: era il Catasto VG, una creatura derelitta segnata dalla clandestinità di due guerre e da requisizioni poliziesche e militari. Nel 1939 suo padre era da poco sotto terra quando vi venne riversata una caterva di grotte con dati disastrosi; altri che portarono via un pacco di rilievi fecero un danno senz'altro minore.

In un'età più adatta ai garruli trastulli decisi di risanare questo disgraziato orfano, in ciò pienamente appoggiato dall'appena in­coronato Re Carlo, l'unico che avesse intuito fin da allora quale importanza esso avrebbe avuto un gioco. Mentre egli ne valutava il peso politico, a me stava a cuore quale strumento di lavoro e lascito del de cuius, ma idea comune era che si doveva metterlo a posto ed al caso difenderlo. L'occasione per farlo si presentò presto: nel 1955 si dichiarò la guerra santa per abbattere il privilegio in base al quale la SAG gestiva il Catasto da 72 anni.

A quel tempo avevamo pochi uomini e pochi soldi e saremmo stati un gruppo come gli altri se dagli armadi solenni, dalle bache­che di petrefatti e dallo sguardo severo di Eugenio Boegan non fosse emanato come un fluido che ci dava una forza superiore e la sensazione precisa di esser spinti e sorretti dalla moltitudine che aveva lavorato in 3800 grotte sotto l'ala del pipistrello in campo azzurro.

La coalizione dei nostri antagonisti aveva il patrocinio della SSI e ritenne di acquisire ulteriore forza di pressione dando vita ad una Federazione, che subito si afflosciò dopo aver enunciato il 21.4.1958 che «le ricerche speleologiche sul Carso triestino sono gra­vemente ostacolate dall'eccessivo numero di inesattezze ed errori contenuti nei dati cata­stali». A reggere l'urto dei confederati Carlo Magno fu solo, ma bastante; da parte mia — 20 anni, ma già alieno alle adunanze in genere — tenevo il fronte del Carso, avendo capito tuttavia che si trattava di una lotta di potere nella quale il Catasto era solo un punto dove tentare di far breccia per rosic­chiare un poco del nostro prestigio. Ancora oggi siamo grati a chi restò fuori da una vicenda nel complesso melmosa.

L'ultima offensiva fu nel 1959, ma la guerra era già vinta perchè il generale ne­mico era finito su una mina da lui stesso lasciata cinque anni prima alla Preta; la salva delle solite inesattezze dei dati VG tornò al punto di partenza con effetto di­rompente. Con ciò la fazione si sciolse.

In seguito la CGEB divenne sempre più potente, carismatica, inattaccabile nella sua nuova dogale residenza. La contestazione sull'egemonica gestione del Catasto si ridusse agli starnazzamenti di alcuni picareschi per­sonaggi, poi anch'essi macinati dagli ineso­rabili ingranaggi del tempo. Intanto la revi­sione era andata avanti anche grazie alla leg­ge speleologica regionale e nel 1970 si giunse ad un livello ritenuto soddisfacente: tutti i vuoti erano riempiti, trovate le grotte non inventate od invisibili, ririlevata la gran par­te delle vecchie, rifatte le posizioni sul nuo­vo 25000. Io e Dio sappiamo quanto lavoro sul terreno ed a tavolino richiese quest'ope­ra, al termine della quale un senso di sazietà mi indusse a darmi all'alpinismo per qual­che anno.

Chiudo la vasta parentesi, dalla quale risulta che tutti gli interlocutori che dichia­ravano di voler parlare di Catasto volevano solo fare azioni di disturbo o deviare l'ac­qua al loro mulino. Alcuni tra i più stizzosi sono giunti all'espediente di portare si i loro rilievi, ma senza la relazione, pensando così di farci dispetto. Il prossimo Duemila Grotte farà giustizia di tali puerilità.

Adesso è chiaro perchè al sentire che al Convegno si sarebbe discusso di Catasto avvertii il senso di ripulsione di chi vede riapparire fantasmi esorcizzati per sempre, ma il movente del semerariano «discorso sul Catasto» (Kandler mi perdoni) non era chiaramente interpretabile. Letto nella do­vuta chiave bizantina si proponevano tre ipotesi:

1)    Nell'auspicare l'avocazione del Catasto da parte della Regione si sperava che a dirigere il servizio fosse chiamato uno che presentasse notevoli meriti accade­mici.

2)    Si contava sullo stanziamento di svariati miliardi per creare ex-novo una struttura in grado di dare qualunque «risposta» del più alto livello tecnico-scientifico.

3)    Si riesumavano vecchie maldicenze affin­chè enti, società e privati bisognosi di dati speleologici «affidabili» si rivolges­sero a chi potesse offrire garanzie di vera professionalità, piuttosto che usu­fruire delle strutture del Catasto.

I primi due punti cadono da soli: per l'1 è prevedibile che la Regione — ente burocratico — richiamerebbe il Conservatore nominato con decreto giuntale e qualificato da pubblicazioni specifiche; per il 2 — a parte lo spassoso aspetto finanziario — nessun operatore veramente serio elaborerebbe studi e progettazioni in base a dati raccolti da altri, sia pur più preparati ed attrezzati del grottista con la cordella metrica e le braghe rotte. Resta il 3 e qui ci siamo. Biso­gna però dare ai non addetti una spiegazione senza la quale la faccenda resta oscura: fi­nora a Trieste si andava in grotta per tanti motivi, sempre però gratis. Il Nostro invece ha aperto il nuovo corso della speleologia professionale, con studio s.n.c. registrato alla Camera di Commercio e segreteria telefonica.

Si è verificato dunque un fatto nuovo. Finora i detrattori del Catasto perseguivano mire di potere o la nostra disgrazia, mentre ora è sorto all'orizzonte l'occhio aureo del dio soldo. A questo punto bisogna che ognuno si qualifichi e sui principi decou­bertininani si formino due schiere. Da chi fattura le fratture ed emette parcelle con numeri catastali non si possono accettare prediche, nè inserzioni pubblicitarie presen­tate sotto forma di «lavori» a Symposii e Congressi speleologici.

Il discorso si fa ora molto delicato e deve essere spinto fino ad una obiettiva introspezione. La speleologia è giunta in­dubbiamente ad un momento critico della sua esistenza: nata per assistere l'idrologia in certe sue problematiche carsiche, essa ha proseguito sulla spinta di motivazioni esplo­rative che le consentono tuttora una certa vitalità, peraltro viziata dalle vecchie sugge­stioni metriche. Oggi però qualcuno denun­cia: la speleologia usurpa il suo suffisso, vive di profondità ma in effetti è superficiale, scarsamente metodica, restìa agli inviti della scienza. C'è del vero in questo, ma bisogna analizzare nel bene e nel male il metabo­lismo che regola i suoi processi vitali; essa è fatta essenzialmente da giovani che come tali sono animati da desiderio di scoperta e di avventura. Cercare di vincolarli a programmi di ricerca sarebbe andare contro natura.

Più avanti — quando maturità amplia gli interes­si — arrivano gli impegni del lavoro e della famiglia che li portano su altre strade. I pochi che imboccano carriere scientifiche non hanno all'inizio autonomia di azione per svolgere le ricerche che starebbero loro a cuore e quando ciò diviene possibile i le­gami con il gruppo grotte sono rotti, l'effi­cienza fisica è diminuita, la mentalità è cam­biata. Cercando di riprendere i rapporti con il mondo speleologico essi trovano una gene­razione nuova, diversa, indecifrabile, sempre gelosa della sua indipendenza operativa. L'in­contro sotto l'insegna della reciproca diffi­denza porta raramente a qualcosa di con­creto per la malcelata sufficienza con la quale lo studioso è solito abbordare indi­vidui che potrebbero essere suoi allievi, mentre l'aggancio richiederebbe doti psi­cologiche, calore umano e pazienza, tutti requisiti che egli spesso non ha. Trattati alla stregua di manovali ai quali non occorre nemmeno spiegare le finalità dei compiti loro affidati, i giovani si ritirano dietro lo scudo della loro superiorità atletica e la porta si chiude. Sono appunto le allocuzioni cattedratiche e prive di scepsi ad approfon­dire il solco esistente in Italia tra uomini del sottosuolo e scienziati (o sedicenti tali), i quali in altri paesi devono avere maggiore diplomazia od umiltà, perchè le cose vanno meglio.

Un'alternativa viene proposta nell'inter­vento che Fabio Forti ha fatto nello stesso convegno, auspicando la creazione di un cen­tro autosuffiicente di ricerche carsiche ad elevata specializzazione. Il progetto è teori­camente perfetto, avulso però dalla congiun­tura dell'attuale tracollo economico che ha messo in crisi settori di gran lunga più im­portanti della speleologia. Il suo appello ed altri che sollecitano una maggiore conside­razione — e quindi quattrini — da parte delle forze politiche difettano di realismo: la speleologia per alcuni di noi è una ra­gione di vita, ma in un'ottica spassionata essa è solo una parente di secondo grado della geografia fisica ed ha una utilità so­ciale piuttosto scarsa.

Quale posto essa occupa nei carnets de­gli amministratori pubblici lo si è visto in occasione della prima riunione del Comitato Regionale preposto istituzionalmente a coor­dinare e promuovere iniziative in campo speleologico. All'atto pratico invece ci è sta­to chiesto di rivedere il piano di riparto dello stanziamento 1981, dopo di che siamo stati congedati per far posto ad un'altra commissione in attesa. Abbiamo avuto la impressione di avere e di aver fatto spre­care tempo. Eppure la Commissione Regio­nale ha, per compito istituzionale, facoltà di intervenire, sia pure in veste consultiva, su problemi ben più interessanti che quello di spartire equamente una magra torta.

Mi accorgo di aver alquanto deviato dal proposito originario di mettere Semeraro al posto che lui stesso si è assegnato. Per ultima tessera del mucchio egli è proprio nostro, ma secondo la sua convinzione lo studioso puro non ha una collocazione fissa, è un itinerante che vola di gruppo in gruppo per ricavare dai migliori pollini l'essenza, il sapere, la verità che agli altri sfugge. Pen­sandoci bene però il Nostro è da compassio­nare, perchè si è ridotto a lavorare dove noi ancora ci divertiamo. Più o meno come acca­de ai ginecologi.

                                                                                                        Dario Marini