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Paesaggi carsici nel Friuli Venezia Giulia

La bellezza del paesaggio carsico è frutto di un ambiente capace di mille commistioni tra massicci montuosi spettacolari, come quello del Canin, e impressionanti formazioni ipogee; tra pietre affioranti in mezzo alla vegetazione e minuscole piante colonizzatrici aggrappa te al calcare alle quote più elevate; tra sfondi marini e collinari incorniciati da essenze legnose e l'intreccio di tetti e muretti a secco che sbucano tra arbusti, orti, pastini coltivati a vite e tratti boschivi. Il Friuli Venezia Giulia è ricco di questi scenari e nella loro forma più integra e naturale essi caratterizzano gran parte dei nostri sistemi montuosi, spaziando dall'Altipiano del Cansiglio alle Prealpi Giulie per arrivare al Carso Classico, dove da sempre è più forte l'interazione tra uomo e natura. Se il carsismo rende così speciale il territorio montano di questa regione, è in quest'ultima parte, estesa in Italia dall'Isontino a Trieste, che troviamo l'area carsica per eccellenza. Ed è sempre qui che l'intervento umano ha lasciato tracce evidenti, sostituendo un'area brulla (frutto di disboscamenti attuati nei secoli precedenti) con un susseguirsi di boschetti, doline e radure erbose da cui affiorano le antiche pietraie e dove prospera, infestante, il sommaco. Il verde diffuso è dovuto al rimboschimento attuato a cavallo del secolo scorso e ispirato da Domenico Rossetti. Un'impresa epica che ebbe comunque i suoi contestatori, dal momento che non mancarono i carsolini impegnati a contrastare a suon di falò la preziosa trasformazione del loro territorio. Atteggiamento distruttivo che persino Slataper ricorda ne "ll mio Carso", il libro è dedicato a questo luogo così singolare e affascinante.

Federica Seganti  Assessore alla Sicurezza, Autonomie Locali e Pianificazione territoriale della Regione Autonoma Friuli Venezia Giula

Il sentiero militare ABRAMO SCHIMD

Come e perché è stato scritto questo libro

Il cammino non è stato lungo, ma sull'Ermada avevamo ancora molte cose da vedere ed anche da trovare, caverne, grandi alberi, postazioni nascoste ed ora stiamo tornando con un taccuino pieno di misure ed appunti per costruire un'altra carta, ancora migliore di quella che termina a Kohigée. Anche stavolta ci ha accompagna­to nelle nostre escursioni il più bravo maestro che potessimo desiderare, dal quale abbiamo imparato qual 'è il modo giusto di raccontare la storia, in ogni caso non prima d'aver esaminato a fondo i luoghi che sono stati tea­tro dei fatti di cui si scriverà, Al riconoscimento geografico vanno unite le testimonianze della gente che nel suo vissuto familiare ha conservato il ricordo delle trascorse vicende, evitando di prendere per oro colato le verità ufficiali, frutto a volte di pragmatiche convinzioni o manipolate per giustificare comportamenti criticabili. I boschetti carsici si vanno diradando, appare qualche riposto vigneto, un cane s'inquieta al nostro passaggio ed ecco la bella casa dei Pahor a salutare il nostro arrivo a Medeazza, paese nuovo d'aspetto quanto fiero delle sue remote origini, a dar fede ai ritrovamenti d'epoca romana. Ci fèrmiamo per un bicchiere di bianco all'osteria di Mirko, base operativa dei reduci di entrambi gli eserciti, fiduciosi di ritrovare i siti della loro guerra, in un pae­saggio del tutto diverso. Da qui vediamo i tetti delle nostre case sul mare e potremmo congedarci.Clalla nostra preziosa guida, ma è ancora presto e il colonnello ci propone di continuare il cammino per mostrarci un altro territorio che lui conosce molto bene e di cui noi sappiamo solo quel poco che riguarda la nostra predilezione per la speleologia, la quale ha avuto scarse soddisfazioni da questo lembo italiano del Carso di Cornetto, come del resto anche dall'Ermada, la pretesa munitissima fortezza degli ignoranti. Per proseguire la sua lezione Schmid ha scelto quale filo conduttore dei nostri passi un sentiero militare risalente al 1945, il quale introduce in terre a noi incognite, con orizzonti nuovi per l'occhio e soprattutto per la mente. Egli ci avverte che da qui in avanti si calpesteranno invisibili orme di dolorosi accadimenti e resti d'insepolti, ansiosi di una prece a sollievo della loro amara sorte. Caliamo per la vecchia carraia di Klardi e la terra rivoltata tra gli ordinati filari ci fa pensare che forse il suo colore non è dovuto solo all'ossidazione di sostanze ferrose. Si va meditabondi tra i due cordoli, a destra boscaglie selvatiche rivestono la valle profonda e sulle opposte pendici si scorgono vaste oasi pietrose: grde o detriti scaricati dall'uomo? Lo sapremo tra non molto.

Ermada

PERCHÈ PROPRIO L'ERMADA?

Avremmo potuto scrivere che la necessità di fare un libro su un monte per molti insignificante, se non addirittura sconosciuto, si è fatta urgente dopo aver scorso un'opera a carattere monografico sul Comune di Duino Aurisina pubblicata nel 2006, nella quale sono dedicate all'Ermada sette righe di una delle 450 pagine. In realtà il progetto era in fieri quale logica continuazione del nostro precedente volumetto "Storia, natura e speleologia sul Carso di Duino" (2004), in cui erano illustrate solo le prime pendici davanti al maniera dei Torriani; osservandole da qui può sembrare che oltre il ciglio di quei greppi calcinati dal sole non ci sia nulla che invogli a scavalcare autostrada e ferrovia per affrontare una salita non certo agevole. Sta invece qui una delle porte che introducono in un mondo a parte di sorprendente vastità, dove la natura ha espresso bellezze modeste ma ancora quasi intatte. Tranne la scenografica asprezza di qualche caotica pietraia, sarebbe inutile cercare lassù soggetti di pregio fotografico, ponendosi quindi il dubbio se vale la pena di andare in luoghi privi delle solite attrattive proposte dai pieghevoli turistici.

Con questo libro abbiamo voluto spiegare come un'escursione sull'Ermada possa riservare gratificazioni diverse dal pur sano esercizio fisico, esponendo in una rivisitazione documentata le vicende belliche svoltesi qui novant'anni fa, le cui tracce sono sparse un po' dovunque, ancorché di arduo reperimento ed interpretazione. Sull'Ermada si è scritto poco ed anche a sproposito, finendo per parlare sempre degli stessi arcinoti resti della Grande Guerra ed insistendo sulla sua funzione dì imprendibile "fortezza", una qualifica attribuita a suo tempo anche al Sabotino ed al Nad Logem, poi capitolati al primo assalto italiano. L'Ermada invece non cadde e ciò grazie alla perfetta organizzazione tattico difensiva di tutta la zona circostante piuttosto che per merito delle sue difese campali, nella realtà tutt'altro che formidabili. Gli storici seri, che rifuggono dal sensazionalismo, avevano affermato da tempo che il cedimento del fronte in questo punto non sarebbe stato determinante per l'esito degli scontri sul Carso ed a corroborare questa tesi, contraria alle comuni credenze, abbiamo aggiunto qualche elemento probatorio ignoto ai più. Agli effetti dell'obiettiva ricostruzione dei fatti avvenuti qui nel 1917 è stato di fondamentale importanza il confronto tra le Relazioni Ufficiali italiana ed austriaca, le quali dànno a volte per lo stesso episodio versioni non del tutto coincidenti e bisogna convenire che quella del nemico è in genere più circostanziata, sia che si tratti di successi difensivi o di batoste subite, mai troppo gravi e presto rimediate. Al fine di delineare un quadro il più possibile fedele sulla X e XI Battaglia dell'Isonzo davanti all'Erniada abbiamo consultato i cinque tomi editi dal Ministero della Guerra (1939/40) e poi da quello della Difesa (1954): sono 2500 pagine che contengono un'enorme mole di relazioni, dati tecnici, circolari ed ordini operativi dei Comandi Supremi, dai quali si possono ricavare verità sottaciute e le vere cause di certi rovesci. Se ne trae così la convinzione che i vertici del nostro esercito si preoccupavano molto dei mezzi materiali e poco o nulla delle condizioni dei soldati, considerati alla stregua d'insensibili automi non soggetti a cedimenti di natura psichica. In varie occasioni gli attacchi si conclusero in modo disastroso essendo stati impiegati reparti duramente provati in scontri recenti, i quali non avevano ancora recuperato l'efficienza fisica e soprattutto mentale, che molti non riacquistarono mai più nel resto della loro vita.

Una rara pubblicazione ha consentito di acquisire notizie più dettagliate su un episodio marginale che ci riguarda da vicino, quello della mancata conquista della Quota 28, il Promontorio Bràtina, oggi insignificante dosso sopra le nostre case, allora prima linea a.u. e molesta scolta dalla quale si spiavano le mosse degli assalitori dell'Ermada. Si è avuta così l'opportunità di restituire l'onore ad un reggimento ingiustamente tacciato di codardia, la cui tardiva riabilitazione è passata quasi sotto silenzia Non era tuttavia la prima volta che la zona del Timavo diventava teatro d'un fatto d'arme e con un balzo nel passato si è rievocato lo scontro del 178 a.C. tra Romani e istri, anche se alcuni storici propendono per altre località.

Gli escursionisti che frequentano l'Ermada sono sempre pochi, mentre godono di una certa popolarità due grotte di facile accesso sul versante di Ceroglie ed alla loro descrizione abbiamo riservato un ampio spazio, allo scopo di legittimare la nostra reputazione di conoscitori del sottosuolo carsico. Alle persone sentimentali dotate di una minima preparazione storica l'Ermada si offre quale meta ideale per un'evasione dalla quotidianità in cui esercitare la mente oltre che le membra; pensando a queste abbiamo suggerito la visita a certi angoli particolarmente solitari e suggestivi, ma ognuno può trovarne altri al di fuori dei sentieri battuti, dai quali si torna a valle con l'animo rasserenato da un rimedio antico privo di effetti collaterali, la natura. Per questo il libro è anche una sorta di ricettario per il benessere dello spirito, oggi assillato da falsi problemi per distoglierci da quelli reali, che sono già tanti. Nel 2007 molti percorsi dell'Ermada sono stati oggetto di importanti lavori di ampliamento e riqualificazione, in funzione del servizio anti incendi. A pochi mesi dalla loro ultimazione vari tratti sono già deteriorati dalle acque ruscellanti, da usi impropri (motocross) e dagli scavi dei cinghiali. In mancanza di una periodica manutenzione sarà un'altra opera dispendiosamente inutile.

Folklore delle grotte del Friuli - aggiornamento bibliografico

Nel precedente convegno Regionale (Trieste, 1981) avevamo presentato un primo aggiornamento del lavoro apparso sulla rivista "Mondo Sotterraneo" nel 1975; si trattava di una nota contenente 33 voci bibliografiche riguardanti il folclore delle grotte del Friuli. Nel biennio testè trascorso sono state raccolte più di altrettante schede, per cui riteniamo di far cosa grata e utile ai cultori della speleologia in generale ed agli studiosi di folklore delle grotte in particolare, pubblicando i dati raccolti.

Grotte di interesse preistorico del Carso Triestino

Nel ristretto lembo di Carso rimasto alla provincia di Trieste dopo le vicende dell'ultima guerra si aprono quasi millecinquecento fra grotte e caverne di ogni forma e dimensione. Alcune di queste cavità sono conosciute in tutto il mondo per la loro bellezza e per la loro importanza scientifica. Purtroppo l'ampliarsi della città, che pure non è in fase di forte aumento demografico, fa prevedere che, al massimo tra un decennio, le uniche grotte intatte nel territorio saranno quelle protette da vincoli speciali. Se infatti le fortificazioni della prima guerra mondiale e le postazioni per batterie costiere ed antiaeree della seconda hanno danneggiato parecchie cavità con la loro sistemazione a ricovero o deposito, le attività umane in tempo di pace danneggiano in modo meno appariscente ma continuo il patrimonio speleologico.