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FRANCO TIRALONGO - Trieste 1939 - Sesana (Slovenia) 11 marzo 2012

Un fatale incidente ha tolto all’adorata consorte, agli amici e alla speleologia Franco Tiralongo, speleologo, fotografo, ballerino.

Gli inizi - Il lavoro

Nato a Trieste nel 1939, figlio di un pugile, si avvicina dodicenne al mondo delle grotte: siamo alla metà degli anni ’50 del secolo scorso e la sua iniziazione avviene con il Gruppo Triestino Speleologi. Con questo sodalizio nel 1955 partecipa alla spedizione all’abisso Gaché (Piemonte), spedizione funestata dalla morte del giovanissimo grottista Lucio Mersi (precipitato durante una manovra nel pozzo di 130 metri). 

Durante e dopo gli studi frequenta la Scuola di Danza Classica ed in seguito affronta la carriera di ballerino che lo ha portato, come primo ballerino, in giro per l’Italia e per il mondo. In questa veste ha operato nel 1962/1963 presso il Theater der Stadt di Bonn; quasi tutti gli enti lirici italiani lo hanno visto sul loro palco, ed in particolare con la compagnia di Carla Fracci, ballerina che ha voluto ricordare nel 1998 con una mostra fotografica nella sala dell’Albo Pretorio di Trieste. L’ultima sua esibizione è stata al Teatro Comunale di Bologna: chiusa la parentesi, durata trent’anni, con gli spettacoli rientra a Trieste e riprende contatto con il Carso

Nei primi anni ’60 l’incontro con un libro di Henrì Cartier Bresson gli apre il mondo della fotografia, cui si dedicava già sin dalla più giovane età ma che da quel momento i tramuterà in una passione che diventerà, se non lo scopo, sicuramente uno degli scopi della sua vita. Appassionato fotografo da quel giorno inizia a raffinare la sua tecnica fotografando il mondo che lo circonda, a cominciare dai colleghi del corpo di ballo, ma non fermandosi qui: fotografa scorci di vita quotidiana, gente comune e gente importante, case, monumenti, paesaggi, immagini di lavoro.

Le mostre

Questa sua passione si è concretizzata in un archivio contenente decine di migliaia di foto che, lungi dall’essere rimaste chiuse nei cassetti e negli armadi, sono state utilizzate per una serie di mostre (quasi sempre personali), fra cui:

  • Foyer del Teatro Comunale di Bologna, 1975, in occasione dea presentazione del libro di Lorenzo Arruga “Perché Carla Fracci”;
  • Stazione Marittima di Trieste, 1994, mostra itinerante “Il pugilato nel Friuli Venezia Giulia”;
  • Monfalcone, presso il circolo “Il Trullo”, 1995;
  • Azzano decimo - Pordenone, 1995;
  • Trieste, 1997, stadio Nereo Rocco “Sessant’anni di pugilato nel Friuli Venezia Giulia”;
  • Trieste, aprile 1998, Sala Albo Pretorio, mostra personale (Tra speleologia e scorci di vita quotidiana);
  • Trieste, settembre 1998, Sala Albo Pretorio “Omaggio a Carla Fracci”; 
  • Trieste, dicembre 1998, al Centro Commerciale “Il Giulia” mostra per i 90 anni della Grotta Gigante;
  • Monrupino (TS), luglio 2000 mostra “Sotto Monrupino scorre il Timavo
  • Trieste, agosto 2000, Sala Albo Pretorio “Carso Underground”, 36 foto del Carso sotterraneo dedicate a Guido Nicon, speleologo da poco scomparso; 
  • Trieste, Auditorium del Museo Revoltella aprile 2001 “Pala e Picon 1947-1952”, video realizzato assieme al giornalista Massimo Gobessi;
  • Opicina, giugno-settembre 2001, mostra “Finestre sul Timavo”;
  • Trieste, 2005, mostra al Centro Commerciale “Il Giulia”.

Lo speleologo

Posto in quiescenza per raggiunti limiti di età nel 1984 riprende a scendere nelle grotte, dapprima con il Gruppo Speleologico San Giusto e quindi dal maggio 1989 con la Commissione Grotte Eugenio Boegan della Società Alpina delle Giulie. Dal 1990 inizia a fotografare il Carso sotterraneo affinando una tecnica particolare che diventa un po’ la sua firma sulle foto.

Andava in grotta perché amava il sottosuolo (ma non solo Carso, anche grotte di alta montagna, come il Canin, lo hanno visto all’opera) che fermava in meravigliose foto: per oltre quindici anni ha visitato le più belle e profonde grotte del Carso triestino e sloveno, portando alla luce del sole le bellezze nascoste del nostro altopiano. Molte di queste foto sono state utilizzate per varie mostre (al Centro Commerciale il Giulia, a Monrupino, a Opicina ecc.) o per illustrare alcuni libri (uno fra tutti: Toponomastica delle grotte della Venezia Giulia).

Nell’ambito della Commissione Grotte ha ricoperto vari ruoli di un certo spessore: nel 1992 entra nella redazione di Progressione, di cui per un biennio (1995-1996, numeri 33, 34, 35) diviene Direttore di Redazione. Nel 1995 gli viene affidato l’incarico di curatore della parte storica dell’archivio fotografico della Commissione, incombenza che mantiene solo per un paio di anni. Dal 1998 è chiamato a ricoprire l’incarico di “addetto stampa” mentre nel 1999 entra a far parte del Consiglio Direttivo della “Boegan”, in cui sarà presente pure nel biennio 2000/2001.

Franco Tiralongo ha portato un notevole contributo alla speleologia regionale non solo con l’illustrazione fotografica delle grotte del Carso, ma anche collaborando con il Museo Civico di Storia Naturale, con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Trieste e con altri enti minori, sempre nell’intento di far conoscere meglio il mondo delle grotte. E questo anche con filmati: solo nel 2001 ne ha sfornati tre: su testo di Pino Guidi La Grotta Gigante sul Carso triestino; assieme a Sergio Dolce ha realizzato un video sulle ricerche biospeleologiche in Carso e con il giornalista Massimo Gobessi il video Pala e Picon 1947-1952. E’ stato presente anche nel campo pubbliciatico con vari scritti: il suo primo articolo speleo, pubblicato su Progressione 28 (Jablenza Jama, la prima volta del “speologo”), è stato seguito da molti altri, sia su Progressione che su Alpi Giulie.

L'INCIDENTE DEL FEBBRAIO 2012

Il pomeriggio di domenica 11 marzo si era recato, assieme a Umberto Mikolic (speleo con cui in oltre un quarto di secolo ha visitato, fotografato centinaia di grotte) e Laura Bertolini alla Grotta Skamperlova (già Grotta Stoikovic, 164 VG) presso Sesana; la cavità comincia con un pozzo profondo 60 metri, secondo il vecchio rilievo (un po’ meno se misurato dall’orlo e non dal bordo della dolina), a cui segue una bella galleria. L’armo veniva fatto da Franco, con una corda da 9 mm, nuova. Per qualche motivo, superato il frazionamento, pur con il moschettone di rinvio inserito, Franco non è riuscito a frenare a caduta, nonostante il tentativo di farlo con le mani. E’ deceduto poco dopo, tra le braccia di Umberto sceso subito dopo. Il recupero della salma è stato effettuato dal Soccorso Speleo Sloveno.

Secondo quanto riportato dalla stampa slovena l’incidente potrebbe essere dovuto al discensore, abbastanza consumato e non adatto al diametro della corda e a quest’ultima, forse messa in uso senza essere stata lavata prima.

Alle esequie, svoltesi al Cimitero di S. Anna, un folto gruppo di speleo - per lo più attempati, ma c’erano anche parecchi giovani - ha porto l’estremo saluto a uno degli ultimi rappresentanti della speleologia giuliana degli anni ’50.

 

RICORDANDO FRANCO TIRALONGO

Nello studio di Franco Tiralongo era tutto in perfetto ordine: foto e riprese video erano catalogate e archiviate in modo impeccabile. Alla fine degli anni ’90 con quella attrezzatura per il montaggio, che io sinceramente invidiavo, eravamo impegnati nell’editing di un documentario sul Timavo, che doveva poi uscire in occasione della mostra “Timavo Arcano”, inaugurata a Palazzo Costanzi nel 2000. Molte le riprese che avevamo realizzato assieme: il percorso a monte di S. Canziano, le risorgive fino all’incontro con il mare, ma soprattutto molte scene in quelle grotte e in quegli abissi che, come vere e proprie “finestre” ci permettono di esplorare brevi tratti del suo percorso sotterraneo. In particolare in quella “Grotta meravigliosa di Lazzaro Jerko” dove il 21 novembre 1999 gli speleologi della Commissione Grotte “E. Boegan” avevano raggiunto il fiume carsico a circa 300 m di profondità. Franco mi aveva accompagnato alcuni anni prima nel cosiddetto Ramo Est, dove avevo realizzato importanti campionamenti di plancton in acque “sospese” e dove la grotta sembrava aver fine. Ci siamo fermati sui detriti del fondo dove, a parte qualche soffio d’aria, nulla faceva presupporre una possibile continuazione in profondità. Ma il passaggio poi è stato trovato in un pozzo parallelo e ci ha permesso di scendere sulla riva di quel fiume sotterraneo che fa di tutto per nascondersi agli umani: un po’ come il proteo, presente nelle sue acque, che “sente” la luce e va a celarsi negli anfratti più profondi.

Ricordo che, durante il lavoro di montaggio delle varie assunzioni fotografiche eseguite, ad un certo punto abbiamo fatto una pausa. Franco allora inserì una vecchia cassetta e mi fece vedere un filmato in bianco e nero piuttosto datato. Mi chiese se riconoscevo i ballerini. Ero stupito, soprattutto perché non capivo. Sì, certo, riconobbi Carla Fracci, ma tutto questo cosa aveva a che fare con la nostra attività speleologica, fotografica, scientifica? Con molta semplicità allora Franco, che aveva letto sul mio viso la mia perplessità, mi disse che “il ballerino” era proprio lui! Alla perplessità si aggiunse un grande stupore: non avrei mai pensato a Franco nelle vesti di ballerino classico: per me il suo “costume” più abituale era la tuta speleo con tanto di casco, impianto a carburo, imbrago e tutta l’attrezzatura relativa a scendere e risalire i pozzi carsici.

Fu così che scoprii un periodo molto importante della sua vita. Fu così che conobbi un altro Franco: un artista elegante che aveva calcato come primo ballerino palcoscenici nazionali ed internazionali.

Ingenuamente gli chiesi come mai avesse abbandonato il mondo dello spettacolo: mi spiegò che si tratta di un’attività nella quale, soprattutto gli uomini, hanno una vita molto breve. È un problema esclusivamente “fisico”, ma del tutto naturale.

Ritornò quindi alla passione per la speleologia, ma si portò dietro quel suo grande senso estetico e artistico, quel senso di saper cogliere la bellezza di attimi fuggenti attraverso il click di videocamere e macchine fotografiche. Invidiavo ancora di più quel suo senso critico espresso con grande semplicità e al contempo con puntualità sui risultati fotografici: commentava con molta obiettività le sue stesse foto ed era molto severo con il suo stesso lavoro. Per questo motivo ho sempre apprezzato i suoi commenti ma ancor di più i suoi consigli sulle mie assunzioni video e fotografiche. Siamo scesi assieme in molte grotte del Carso per esplorare, per documentare, per studiare fauna e fenomeni ipogei, consci di immergerci in un mondo stupendo, da scoprire poco per volta per portarne poi le immagini in superficie e farlo conoscere agli altri. Con Franco c’era sempre il sapore dell’avventura, anche in grotte ben note, già esplorate e conosciute. Lo diceva sempre anche la consorte Franca: con lui la vita stessa era sempre un’avventura. Devo comunque sottolineare che nelle esplorazioni ipogee con Franco mi sentivo sempre molto sicuro: lo lasciavo volentieri “armare” e “frazionare” in quanto lo faceva in modo impeccabile. Talvolta risaliva con la sigaretta accesa e quando si fermava in longe sugli spezzamenti ed il fumo saliva verso di me, io, da salutista rompiscatole, protestavo e scherzando lo accusavo di consumare quel poco ossigeno presente nel buio della grotta. Presi così l’abitudine di lasciarlo risalire per primo e di offrirmi molto spontaneamente a “disarmare” sotto di lui.

Ed è così che voglio fermare nella mia mente e nel mio cuore la sua immagine: una specie di scatto fotografico che lo ritrae in perfetto assetto speleologico, sporco di fango, con la videocamera avvolta nel nylon, disteso a terra per riprendere i particolari ed i segreti di quel mondo sotterraneo che tanto amava.

                                                                                                  Sergio Dolce