CARSI E ACQUA: RAPPORTO CON GLI SPELEOLOGI, NEL MODELLO DEL CICLO ATTIVITÀ -> RICERCA -> LEGISLAZIONE

La ricerca scientifica nelle associazioni speleologiche della regione Friuli Venezia Giulia viene da lontano e ha prodotto risultati egregi. Grotta “Costantino Doria”: la prima “grotta sperimentale” della speleologia regio¬nale, realizzata dalla Commissione Grotte “E. Boegan” con la collaborazione dell’allora Istituto Talassografico di Trieste, nella persona del prof. Polli, inaugurata il 16 settembre 1956. Fu una delle più importanti esperien¬ze del dopoguerra, pionieristiche, dopo i primi studi di meteorologia ipogea, sempre del Polli, nella Grot¬ta Gigante e di Lucio Pipan (Gruppo Triestino Spele¬ologi) in svariate grotte del Carso, assieme alle ricer¬che geomorfologiche e sulla speleogenesi di Walter Maucci (Società Adriatica di Scienze Naturali, Sezione Geo-speleologica). I dati ricavati dalla “Doria” furono oggetto di parecchie pubblicazioni, da parte di studiosi triestini fino a quelli francesi. Pure io ebbi la possibilità di elaborare i dati della “Doria”, nella fattispecie quelli dei geotermometri inseriti nella roccia, e pubblicar¬li. Nella foto, un giovane Fabio Forti nella “Doria” nel 1957, alle prese con uno psicrometro. Foto: archivio Commissione Grotte “E. Boegan”, che ringrazio per la cortesia.

Nell’ambito della speleologia locale non è infrequente discutere di acqua senza avere il quadro generale di riferimento del proble­ma. Specie poi se parliamo di un quadro di riferimento a livello globale. Quando per ac­qua intendiamo chiaramente quella che c’è nelle profondità dei carsi, quella che rappre­senta uno dei principali, a volte più ambiti, obiettivi delle nostre esplorazioni. E – fine ultimo – delle nostre ricerche. Acqua dunque, perché essa è la linfa del­la nostra vita e perché i carsi ne racchiudono tanta. Anni addietro, nella nostra comunità speleologica regionale montò una piccola polemica, che poi si risolse con il solito nulla di fatto. Sostanzialmente – nel caso di allora e da parte della speleologia triestina – ci si la­mentava come la stampa, e la società civile, sempre più dimenticava gli speleologi quan­do si doveva parlare delle acque sotterranee del Carso. All’epoca, io risposi (premetto, non chiamato in causa) con un articolo (Se-meraro, 2014), da cui estrapolo la frase: “… oggi ci troviamo in una fase della speleologia piuttosto standardizzata nei suoi contenuti, proprio a seguito di una trasformazione av­venuta (e che ovviamente prosegue), che le ha fatto perdere, strada facendo, alcuni dei valori fondativi…”. Insomma, senza farla lun­ga, in soldoni facevo capire: “meno speleo-turismo e più speleologia”. Faccio presente che l’allusione (“speleoturismo”), quattro anni fa, non era stata ancora ben assimilata giacché il fenomeno stava mettendo radice. La vecchia polemica – ma neanche di polemica si può parlare perché la speleolo­gia (da noi) difficilmente riesce a fissare un interlocutore – ritorna, oggi, come semplice pretesto per chiosare il breve ma appropria­to appunto di Andrea Scatolini pubblicato su Scintilena il 3 luglio 2018 e intitolato “Rap­porto UE: male le acque di falda in Italia”. In breve, Scatolini riassumeva quan­to segue. Il rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) sullo stato delle acque 2018 disegna un’Italia con una qualità delle acque superficiali (fiumi, laghi) migliore della media dei paesi europei con economie svi­luppate ma il dato che dovrebbe preoccuparci è che solo il 58% delle acque di falda in Italia raggiunge una qualità “buona” contro il 74% medio dell’Europa (quindi si deduce che abbiamo più inquinamento dei paesi con un’economia non sviluppata). Dato ter­ribile, che significa come abbiamo inquinato quasi la metà delle nostre risorse idropotabili (che vengono tutte da sottoterra). Il rapporto dell’Aea fornisce una valutazione aggiorna­ta dello stato di salute di oltre 130.000 corpi idrici superficiali e sotterranei monitorati da­gli Stati membri dell’UE, sulla base dei dati acquisiti e riportati da oltre 160 piani di ge­stione dei bacini idrografici del quinquennio 2010-15. Dal rapporto di Bruxelles in questio­ne, infatti, si ricava – ripetendo alcuni dati – come per l’Europa solo il 39% dei laghi, fiumi, acque costiere ed estuari europei raggiunge uno stato ecologico “buono” o “elevato”, con particolari problemi nelle aree densamente popolate del centro-nord Eu­ropa (Benelux e Germania settentrionale) e del Regno Unito. In Italia il 41% dei bacini monitorati presenta uno status ecologico “buono” o “elevato”, il 14% è scadente, cioè “povero” (11%) o “cattivo” (3%), per il 26% lo status è “moderato”. Rispetto alle acque di superficie, la situazione di quelle di falda si presenta generalmente migliore in Europa, ma non in Italia. Nell’UE il 74% delle acque sotterranee è in “buono” stato dal punto di vista chimico, il 58% in Italia, dove è classi­ficato come “povero” il 34% dei corpi idrici monitorati.

Spicca, negativamente, il meridione d’Italia e l’area padana (peraltro in buona compagnia con aree che si affacciano alla Manica e al Baltico e il sud dell’Inghilterra), mentre dalle parti nostre “non stiamo male”. Nella nostra regione – dicevo – le cose non vanno male. Segno di civiltà e di ammi­nistrazione pubbliche che – almeno su que­sto – si son mosse in tempo. Dal Rappor­to 2018 dell’ARPA Friuli Venezia Giulia, per quanto riguarda le acque sotterranee, sul totale di 38 corpi idrici (monitoraggi in 170 stazioni), 27 mostrano uno stato di qualità chimica “buono”, mentre 11 corpi ne han­no uno “scarso”. Il monitoraggio si è avviato con il D.Lgs. 30/2009 in cui è stato istituito il Piano Monitoraggio Acque Sotterranee (PMAS). Buona parte di questi corpi idrici, nell’area prealpina e alpina sono carsici o fessurato-carsici. Resta comunque, in generale, molto da fare per la salute dei nostri acquiferi, da pre­servare per le future generazioni (cui rende­remo conto).

Esempio, in tempi moderni, di una stretta collaborazio¬ne fra associazioni speleologiche regionali ed esperti studiosi. Operazioni di tracciamento di acque sotter¬ranee in una grotta della catena Cime del Monte Musi: nei quattro test di tracciamento eseguiti collaborarono,coordinati dal sottoscritto, innanzitutto il Gruppo Spe¬leologico San Giusto che aveva dedicato un decennio di esplorazioni al Musi, poi la Società Adriatica di Speleologia. Il ruolo delle associazioni speleologiche nella conoscenza dell’idrostruttura carsica del Musi fu fon¬damentale. Foto: collezione dell’autore.

Se vogliamo parlare specificatamente degli acquiferi carsici o fessurato-carsici (so­stanzialmente i secondi hanno una più bassa trasmissività idraulica rispetto ai primi, cioè sono meno incarsiti, e per meno incarsiti si può intendere anche in modo bassissimo), qui entriamo pesantemente nel contesto speleologico (anche se a alcuni dà fastidio quando ci entriamo). Senza approfondire (ci vorrebbe troppo tempo ed è materia, poi, che interessa pochi specialisti), va subito detto che la questione, come ricerche e pensiero, è in fase di evoluzione giacché – tanto per dare le dimensioni del problema – ci sono ancora aree che sono scarsamente o per nulla considerate d’interesse carsico mentre lo potrebbero essere: cavità anche aventi un potenziale idrico si stanno tuttora scoprendo sia nelle Prealpi sia nelle Alpi e dalle Giulie alle Carniche. Scoperte che modificano o espandono il quadro dell’idrogeologia carsi­ca. Mentre assai poche, e progettate con un moderno grado di approfondimento, sono state le ricerche idrochimiche mirate a defi­nire la distribuzione areale di acquiferi carsici omogenei. Quel che è sicuro, con la Legge regionale 15/2016 in cui è inserita la speleologia e con il successivo regolamento per l’assegnazio­ne di contributi alle associazioni e ai gruppi speleologici, l’Ente ha sottratto forti spazi alla ricerca scientifica che viene sviluppata (tradizionalmente, quindi non da ieri) in que­sto ambiti. Sottratto? Sì, esattamente e quel che è peggio scientemente, forse anche per una rappresentatività piuttosto debole della speleologia regionale (sarà un fenomeno di questi anni?) poco capace o propensa a far valere le proprie prerogative, appagandosi di “corde, moschettoni e corsi”, cioè di obiet­tivi minimali, così considerati e valutati in al­tri contesti speleologici più avanzati (italiani ed esteri). Basta analizzare criticamente e obiettivamente legge e regolamento, per ca­pire l’indirizzo preso, che è davanti agli occhi di tutti. In altre parole non si è fatto un buon servizio alla speleologia (Semeraro, 2016b). Il ciclo che incardina “attività – ricerca – legislazione”, attualmente scarsamente sostenuto dalla nuova legge regionale e, soprattutto, da un regolamento attuativo (parziale) non rispondente alle reali esigenze degli spe­leologi e delle associazioni speleologiche. Per chi è abituato ad analizzare questi processi, intesi della speleologia nel sociale, attraverso diagrammi di flusso e profili er­meneutici, balza agli occhi lo stato di disar­ticolazione del ciclo, classico, che incardina la ricerca (scientifica) quale obiettivo ultimo della speleologia, cioè -*-attività->ricerca->-legislazione-»-, che contraddistingueva l’as­setto della nostra speleologia subito dopo il primo quadro legislativo del 1966 (Legge 27/1966) al cui interno (lo dico per aver vis­suto, da speleologo, l’intero corso della leg­ge), in un’ottica di “semplicità e obiettività,” tale ciclo viceversa trovava solido sostegno. Oggi invece abbiamo più soldi, più lacci (inu­tili), quasi nullo riconoscimento fattuale della ricerca. Ciò dimostra quanto la speleologia del Friuli Venezia Giulia si stia allontanando dal trend internazionale giacché, proprio di re­cente, nel “sistema globale” si stanno inve­ce raccogliendo consensi e riconoscimenti. Come annunciato dal presidente dell’Unione Internationale de Spéléologie lo statuniten­se George Veni, informandoci che l’UIS ha portato le proprie attività ai più alti livelli di­venendo membro del Non-Governmental Organizations (NGO) Major Group delle Uni­te Nations (UN) e dell’International Union of Geological Sciences (Veni, 2018), elevando così il rispetto per l’esplorazione delle grotte e la ricerca speleologica scientifica. Com­portando ricadute – per chi sa coglierne la portata – sulle organizzazioni nazionali, quel­le periferiche e gli speleologi stessi. Strano, dunque, che la speleologia della nostra re­gione, un tempo all’avanguardia in Europa e nel mondo sia nell’esplorazione sia nella scienza (come insegna la storia), regredisca attraverso un provvedimento legislativo lo­cale inadeguato ai tempi, che riporta indie­tro l’orologio, senza che i nostri speleologi abbiano saputo cogliere, al contrario, l’oc­casione per rimodulare l’importanza del loro ruolo, accresciutosi a distanza di 50 anni dal primo evento legislativo! La questione, però, è comprensibile. In un mio articolo di alcuni anni fa cen­trato sul tema “pubblicare nel sistema spe­leologia” (Semeraro, 2016) fornivo l’esempio della presenza italiana e nostra, locale, riguardo agli articoli pubblicati sugli ultimi die­ci numeri della rivista International Journal of Speleology (considerandolo un campio­ne rappresentativo), per un totale di 92 pa-pers, dove quelli “interamente” italiani era­no l’8,6%. Sempre dei 92 papers, gli autori italiani costituivano il 26% mentre quelli non italiani il restante 74%. Si poteva perciò dire che gli speleologi (studiosi) italiani si erano “fatti onore” nella comunità internazionale. Arrivando però al dunque: quanti autori della regione Friuli Venezia Giulia? Neanche uno. Siccome le colpe solitamente vanno sparti­te – e nel nostro caso vi assicuro che è così – esse si palleggiano tra: a) le carenze della stessa speleologia regionale dove si registra una contrazione dell’impegno nella forma­zione di speleologi di alto livello e la messa in campo di progetti “strutturati” esplorativi e scientifici anch’essi di livello, b) gli interessi divergenti da parte di categorie cui eviden­temente conviene che gli speleologi siano fornitori di collaborazione ma non autori di una produzione scientifica specifica, e) una “visione” da parte dell’amministrazione re­gionale maggiormente incline a questi ultimi trovandosi come controparte, nella speleo­logia, un’organizzazione che non si è distinta e modernizzata. Colpe – di cui dicevo prima – e tendenze che si accentuano anno dopo anno, mentre da una parte la “forza” degli speleologi cre­sce nel mondo; basta vedere l’attuale ricca produzione bibliografica che mostra sinergi­ca l’idrogeologia carsica con la speleologia/ carsologia (Semeraro, 2018a). Conseguentemente, sarà carico degli speleologi attualmente “in formazione” o già “formati” ma che aspettano di spicca­re il volo, perciò di domani e con funzioni apicali, affrontare il problema e riportare la speleologia del Friuli Venezia Giulia, at­traverso iniziative legislative, su binari più moderni. Incentrando quel ruolo, svolto dalla speleologia, nella fattispecie riguardo ai problemi degli acquiferi carsici e fessura-to-carsici, che con la sua specialità in altre parti del mondo per contro è assai meglio tenuto in considerazione. Ciò, sia da parte delle pubbliche amministrazioni sia – guar­da un po’ – dagli speleologi stessi. Gli speleologi, e con essi la speleologia organiz­zata della nostra regione (intendendo con questo termine, introdotto ancor moltissimi anni fa da Pino Guidi, le associazioni spele-ologiche), dovranno però trovare altre vie, altri modi e forme di aggregazione, attraver­so partenariati e collaborazioni giacché la speleologia moderna è un chiaro esempio di sistema multilivello (Semeraro, 2018b), dove solo dalle stratificazioni possono emergere, in termini sia di risorse umane che tecniche e finanziarie, quelle qualifica­zioni, fino alle cosiddette eccellenze, che i progetti moderni e strutturati necessitano: quelli che poi sono ripaganti, che danno risultato spendibile in campo nazionale e internazionale. Giacché il presente artico­lo va su “Progressione”, non è estraneo ricordare il successo del progetto “C3” (in attualità) sostenuto dalla CGEB, per intero in quest’ottica. La contrazione della spele­ologia di casa nostra, che si è vista in tutta la sua debolezza nel corso del Tavolo della Speleologia del 17 dicembre 2018 a Trieste – quale strumento previsto dall’art. 13 della Legge regionale 15/2016 – non è di buon auspicio; tuttavia, confido che l’amministra­zione regionale abbia compreso le nostre legittime aspettative e l’indirizzo da prende­re per il futuro; sperando anche che i miei interventi al Tavolo e un articolo d’opinione e indirizzo (Semeraro, 2018c) che immedia­tamente seguì siano serviti. Una cosa, però, è tale debolezza, che deriva – a mio pare­re – da scelte inadeguate o senza interesse alcuno verso organi elettivi rappresentativi fatte dalla speleologia organizzata, altra in­vece è la constatazione di come la nostra speleologia, al proprio interno, abbia invece figure di alto livello e, soprattutto, speleolo­gi emergenti che si sono maturati in anni di speleologia esplorativa, i quali, responsabil­mente, intendono fare quel salto di qualità nell’ambito della speleologia di ricerca (che ambisce non solo ricercatori puri) passando per l’acculturamento specifico e il coagu­lo di competenze che, proprio nei progetti strutturati, sono reperibili soltanto nel modo che ho spiegato. Come dire, che la speleologia dei gagliar­detti dei gruppi grotte è roba del passato.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

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  • European Environment Agency, 2018: Euro-pean Waters assessment of status and pressures 2018.- Luxembourg, Publi-cations Office of thè European Union, 2018, Created 19 Jun 2018 Published 03 Jul 2018, Denmark, ISSN 1977-844, 85 pp.
  • Federazione Speleologica Triestina, 2014: L’AcegasApsAmga parla di acqua, ma si dimentica degli speleologi.- Federazione Speleologica Regionale del Friuli Venezia Giulia, 21 agosto 2014, http://www.fsrf-it/
  • Semeraro , 2014: Nelle ricerche sulle acque sotterranee del Carso non si parla più di speleologi. Perché? Cui prodest? Ap­profondimento su ciò che è stato scritto in un recente articolo della Federazione Speleologica Triestina.- “Cronache ipo­gee”, rivista online, settembre 2014, n. 9, p. 17-20, http://www. cronacheipogee. jimdo.com
  • Semeraro , 2016a: Pubblicare nel “sistema speleologia”: limiti e barriere, dagli artico­li amatoriali alla produzione scientifica, si­tuazione nel Friuli Venezia Giulia.- Sopra e sotto il Carso, Notiziario online del CRC “C. Seppenhofer”, a. 5, n. 1, gennaio 2016, p. 16-22 [online], http://www.sep-penhofer.it/files/sopra_e_sotto_il_carso_1_-_2016.pdf
  • Semeraro , 2016b: La nuova legge regio­nale del Friuli Venezia Giulia che riordina la speleologia: tra l’arroganza della politi­ca che svilisce le parti sociali e strutture speleologiche incapaci nel loro ruolo.-Sopra e sotto il Carso, Notiziario online del CRC “C. Seppenhofer”, a. V, n. 12, dicembre 2016, p. 37-46, http://www. seppenhofer. it/files/sopra_e_sotto_il_ carso_12_-_2016.pdf
  • Semeraro , 2018a: Il rilevante ruolo della speleologia nella valutazione degli acqui­feri carsici destinati allo sfruttamento.-Sopra e sotto il Carso, Notiziario online del CRC “C. Seppenhofer”, a. VII, n. 9, settembre 2018, p. 30-32, http://www. seppenhofer. it/files /sopra_e_sotto_il_ carso_9_-_2018.pdf
  • Semeraro , 2018b: E se ipotizzassimo la speleologia in un sistema multilivello? –Progressione 64, rivista della Commis­sione Grotte “Eugenio Boegan”, a. 36, n. 1-2/2017, p. 11-14, Trieste, http://www. boegan.it/wp-content/uploads/2018/03/ Progressione.64.pdf
  • Semeraro , 201 8c: Il Tavolo regionale della speleologia a Trieste: luci e ombre, do-lenze e speranze.- Sopra e sotto il Carso, Notiziario online del CRC “C. Seppenho­fer”, a. VII, n. 12, dicembre 2018, p. 12-14, http://www.seppenhofer.it/files/so-pra_ e_sotto_il_ carso_12_-_2018.pdf
  • Veni , 2018: The Presidents Column. The UIS goes international.- UIS Bulletin, Union Internationale de Spéléologia, v. 60/1, July/2018, p. 4-5 [online]. Dispo­nibile su: http://www.uis-speleo.org/ downloads/uis-bulletins/uisb601.pdf

Rino Semeraro