Giovanni Badino

GIOVANNI BADINO (1953-2017)

Giovanni Badino (foto M. Gherbaz)

Addio Giovanni, nostro socio onorario

 Giovanni Badino ci ha lasciati. Non è facile accettare la morte di un amico, il dover chiudere tutta una serie di rapporti, emozioni, sentimenti nella cassapanca di un passato concluso. Di dover archiviare un pezzo della tua vita.

Perché se la vita di ognuno di noi può essere vista come un albero, in cui i rapporti con il prossimo – le amicizie, gli affetti … – sono i rami che lo sviluppano, il taglio di un ramo ne riduce la vigoria, e poco importa se questa menomazione viene compensata dalla sedimentazione dei ricordi che sono le radici che lo alimentano: con il tempo anche le radici si seccano, soprattutto se vengono a mancare i rami e le fronde che con il loro respiro le danno una ragione di essere.

Parlare di Giovanni come speleologo, studioso, scrittore, e sopratutto come uomo è per me un compito difficile. E’ stato grande e completo in ogni campo e specialità che lo ha visto protagonista. Il compito di sunteggiarne la vita lo lascio ad altri, più preparati di me e che sicuramente lo potranno fare molto meglio.

Quello di cui sono coscientemente lucido, però, è del grande vuoto che la sua scomparsa lascia nella speleologia, in special modo in quella speleologia fattiva, di ricerca e sportiva, del buon fare, progettata con intelligenza e senza ipocrisie, ragionata e portata sui tavoli di lavoro e dei laboratori di ricerca e, perché no, della politica.

Nel capitolo terminale della sua vita, nell’esperienza dei suoi ultimi mesi di lotta e lavoro portati coraggiosamente e caparbiamente avanti, Giovanni con raro spessore e dignità, ci dona la sua ultima grandissima “lectio magistralis”, che si concretizza in un indirizzo per il rilancio del futuro della speleologia italiana. Lasciandoci soli, privandoci della sua presenza, ci obbliga a proseguire sulla lucida ed ormai inequivocabile strada, una strada che si snoda tra le radici del cielo ed il lastricato di un inferno, attraverso quel dedalo di archivi del tempo – le grotte – di cui solo una mente chiara come la Sua poteva identificarne i contorni nei territori del tutto/nulla sotterraneo.

Con questo ultimo messaggio, con la sua ultima lezione l’Invincibile rimane al suo posto e la sfida si chiude.

 Per Giovanni, Filosofo della Speleologia

Ho aspettato molto per scrivere questo breve e forse sconnesso testo, in ricordo di Giovanni; lo farò attraverso quei momenti o episodi tipici dello andare in grotta che caratterizzarono gli sviluppi delle esplorazioni degli anni in cui noi iniziammo e maturammo. E questo senza approfondite analisi storiografiche degli avvenimenti, ma semplicemente illuminando con un’istantanea gli scenari di qualche tempo fa. Una sorta di Flash Back o Amarcord, strettamente legati alle nostre ancore psicologiche. Lui ne sarà felice, non era propenso a banalità, ipocrisie, formalismi e parole scontate. Durante l’ultima sua visita a Trieste, a ricordo di Mario Gherbaz – Marietto, di cui stimava le innovazioni esplorative della fine anni ‘60 (vedi le “punte” d’avanguardia al Gortani assieme ad Adelchi Casale – Alfa), mi disse con triste ironia: “la prossima volta che mi chiami a Trieste, invitami ad un matrimonio non ad un funerale”.

In queste poche righe cercherò di descrivere solamente lo spirito, e l’animo che ci unì, e qualche volta ci divise, in un periodo di cui posso solo timidamente testimoniare l’umanità profusa ed avvolgente che la caratterizzò e di cui ancora oggi molti speleo godono inconsapevolmente i benefici frutti.

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Si andava per grotte, eravamo agli inizi degli anni settanta. Per ricordare Giovanni inizio, con una punta retrospettiva, indietro nel tempo, e citerò pochi nomi, o talvolta soprannomi, solo per contestualizzare il testo alle situazioni reali.

Eravamo curiosi e, riposti quegli zaini militari e le pesanti mutande di lana del nonno, volgemmo lo sguardo verso ovest, alle mirabolanti innovazioni provenienti dalla Francia e dagli Stati Uniti, alle corde nuove super static della Blue Water con sede a Seattle, che sostituirono repentinamente quelle vecchie dinamiche da 9 millimetri di diametro, usate inizialmente nei freddi pozzi del Canin. Non sapendo minimamente dove si andava a parare ci muovemmo inconsciamente, a volte disarticolati, utilizzando la pura energia biologicamente appannaggio della giovane età.

Ad un certo punto sull’asse est-ovest una forza palese, in forma a volte irrazionale, attraversò la pianura Padana collegando il Golfo di Trieste al bacino di nascita del Po; le due città, Torino e Trieste, si trovarono anticipatrici di una nuova speleologia di punta e ricerca, e dello scrivere in narrazione, che andava strutturandosi indipendentemente. In quanto simili nelle scelte e nei metodi ci rincorremmo, a tal punto da commettere gli stessi errori, le tragedie di Sella Canin della Chiusetta, se pur distanti vent’anni quasi esatti l’una dall’altra, racchiudono in sé l’emancipazioni ed il progredire di una speleologia espansiva, a punto da perdere la coscienza dei rischi e la ragionevolezza. Atteggiamenti tipici – se non preponderanti – nell’alpinismo di quegli anni, di cui molti speleo erano contaminati, predisponendo in pratica l’accesso ad una fattibile tragedia.

L’andare in grotta, che per noi erano assolutamente le grotte alpine, dure e fredde, era accompagnato da un profondo senso di appartenenza ad un gruppo, gravato da una sensazione ancora più potente che era dato dalla percezione della sofferenza e fatica esplorativa. Ed in forma non dichiarata il presagio fortissimo del pericolo e della morte, conseguente alla sperimentazione sul campo delle nuove tecniche di progressione.

A Torino come a Trieste nacquero gli spunti che anticiparono quelle esperienze tecniche operative che di seguito sarebbero dilagate, immediatamente, nelle regioni vicine, per diventare modalità operativa di massa. A sostenere questo progresso, lo sviluppo tecnico speleologico si intrecciò con le innovazioni alpinistiche di cui Giovanni fu porta bandiera. E’ vero anche che nelle scelte esplorative e nelle relazioni sociali e politiche riguardanti la speleologia degli anni settanta e ottanta non c’erano evidentemente personalità appiattite in una visione comune, parecchi soggetti avevano una visione ed interessi decisamente definiti e lungimiranti, Giovanni naturalmente è uno di questi.

Le curiose e potenti energie settantine, supportate dalle innovazioni esplorative di scalette super leggere in alluminio e acciaio sviluppatesi nella decade precedente, si intrecciarono anche se solo per poco in Marguareis ed in Canin. Giovanni non lo conoscevo ancora personalmente, ma nel ‘78 con un gruppetto poco numeroso ci imbarcammo per un’avventura tutta nuova. Lo stimolo arrivò da Bruno, che vide PB ed il Berger qualche anno prima; scoprimmo così e ci beammo nelle luminose praterie in quota sopra Piaggia Bella. In “Capanna” incontrammo Patrizia ed Andrea, lui ci accolse con un buon bicchiere, e dall’alto della sua figura allampanata ed ascetica, appena rientrata dalla parentesi indiana, ci benedisse e pervase l’anima. Giovanni non era fisicamente presente in quel momento, ma in “Capanna”, si accese quella scintilla che, divenuta fuoco, avrebbe arso per molti anni forgiando le due facce che composero una moneta preziosa e rara, fatta da assoluta materia prima, un crogiuolo di uomini giovanissimi in azione sottoterra, in parte allo sbando, in parte no, ma completamente avvolti da un alone di tecnicismo scientifico intrecciato a misticismo. Ed eravamo in molti, quasi tutti studenti o operai, rari erano studiosi, alcuni erano fortemente disadattati nella vita sociale e politica, pochi bisognosi di riguardi ed attenzioni, rari bisognosi di cure mediche e rieducative del fisico della mente.

Episodi poi difficili da concatenare con una temporalità esatta, avrebbero segnato lo sviluppo concreto di concetti e panorami sotterranei ancora sotto pelle e necessari di ulteriore metabolizzazione per venire finalmente alla luce. Molto più tardi emersero finalmente allo scoperto, non è il caso però di fare qui una sintesi o sinossi della storia speleologica.

Nello succedersi degli eventi esplorativi, lungo quest’asse Torino–Trieste, alcuni si eccitarono all’idea che la speleologia potesse diventare uno stile di vita e, perché no, una professione con tanto di possibilità di reddito. L’aver agganciata la “Jumar” o i “Gibbs” su corde nuove fiammanti, calzato nuovi imbraghi quasi sempre prodotti in casa, l’aver superato l’idea dello sfregamento mortale delle corde sulle pareti dei pozzi, ci mise anche inconsciamente nella prospettiva che si potesse entrare in grotta e cercare “la nuova frontiera”, quella da immaginare appunto. Scoprimmo più tardi che in realtà non era così vicina ed a portata di mano.

Giovanni è stato uno dei pochi che in quegli anni l’aveva capito, e mise in pratica più di qualsiasi altro, il suo brillante vantaggio: l’avere messo in opera lo spirito libero. Dotato di mente lucida, e di curiosità sconfinata, pieno di assoluta consapevolezza verso un mondo, quello sotterraneo, più simile ad un nuovo pianeta che ad un consequenziale intercalare di strati di roccia, scivolanti sotto i nostri occhi e piedi, ebbe tutte le caratteristiche adatte allo scopo: fare partire così la sua curiosità, trasformandola in concetto visionario, a volte futurista, ma sopratutto in un fattivo strumento di ricerca scientifica, all’interno di una professione vissuta più che da tecnico direi da filosofo. Le sue profonde conoscenze e propulsioni verso gli autori classici ed orientali, verso i letterati del nuovo umanesimo italiano, tutti compositi tasselli del suo accrescimento intellettuale, fanno sì che Giovanni, a mio avviso, sia stato il vero e forse l’unico “FILOSOFO DELLA SPELEOLOGIA”, una personalità forte perché foriera delle verità dell’anima, anima in quanto caratteristica delle nostre espressioni umane, contrariamente “all’anima” rappresentante di un’entità astratta, inventata e cristiana (GALIMBERTI).

Lo si può ben capire leggendo i suoi primi libri da “Tecniche di Grotta” a “Grotte e Speleologia”; l’autore sciorina e certifica sulla carta le grandissime evoluzioni tecnica e conoscitiva sullo andare in grotta essendone stato il più valido ed autorevole rappresentante, e non solo. E successivamente nel libro “Il Fondo di Piaggia Bella”, dove oltre alla notevole maturità narrativa, emerge l’esigenza dell’Autore di analizzare gli avvenimenti e gli uomini; e lo fa come uno scienziato-filosofo di altri tempi. L’analisi di Giovanni si sviluppò nello studio minuzioso della natura, dei suoi principi, dei suoi rapporti e valori, all’interno di una linea di confine dettata da una consapevolezza spoglia di pregiudizi. Pregiudizi che sovente oggi sono mascherati dal tecnicismo della nostra cultura occidentale, con cui l’uomo deve rapportarsi, in un vincolo di subalternità oscurantista che non si preoccupa delle nuove generazioni. Giovanni ci narra in quest’ultimo libro la storia di una grotta e dei suoi preludi esplorativi e del suo mondo, dei suoi esploratori e degli altri, con una attenta analisi dell’uomo, consapevole della gioia ma anche del dolore che questa sincera analisi comporta; il tutto all’interno degli avvenimenti e dei traguardi dettagliatamente e quasi giornalisticamente descritti.

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L’embrione era così formato, ad ovest la possibilità di confrontarsi con i francesi fu di fondamentale aiuto e permise una visione molto ampia che Giovanni captò immediatamente facendola propria ed implementandola. Di riflesso da Trieste esportammo un vigore notevole, compenetrato però da un’ingenuità commovente confinata nel chiuso di una forte tradizione storica e sportiva, malauguratamente avvolta fisicamente nel “cul de sac “ di una provincia incuneata nell’estremo lembo della Cortina di ferro, al tempo ancora politicamente e materialmente impenetrabile. Per la nostra speleologia alpina e di “punta” che iniziò con l’utilizzo delle prime tecniche americane (Gibbs), e passò poi al sistema francese (maniglia e Croll), ci volle una figura esterna dopo il perfezionamento, un marchigiano – Beccuccio – che molti anni più tardi, trasferitosi a Trieste, permise di scrollare la pesante coperta della storia che schiacciava inconsapevolmente anche i nostri maggiorenti locali del mondo ipogeo. Beccuccio, anche se poco attratto, per validissimi motivi, alla vita sociale speleologica, è ancora oggi uno dei maggiori protagonisti dei più importanti risultati esplorativi sul Canin, soprattutto sul versante sloveno, ed è rappresentante e formatore del Secondo Gruppo del CNSAS della Regione Autonoma del Friuli Venezia Giulia, la squadra, e non solo a mio avviso, più organizzata e forte di soccorritori speleo al mondo.

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Successe dunque che alcuni di noi sentirono questa necessità, e come Giovanni si spinse ad est verso di noi ed il Canin, viceversa noi percorremmo qualche sentiero speleo ad ovest con Andrea. Noi visionari e poco lucidi ma sempre concretamente attivi (ricordo la ”Beppe Poldo Topografi” con Icaro ed Andrea) fummo antesignani di un nuovo approccio e modo di affrontare la speleologia, diventammo descrittori e disegnatori di grotte, tanto che i responsabili del Parco della Val Pesio ci rifornivano di vivande per la nostra permanenze in quota mandandoci al Colle dei Signori il furgone del catering, con leccornie mai gustate dai nostri poco abituati palati. Di concerto raccogliemmo parte dell’eredità di Figuerà, liberando PB dalla malagevole “Via dell’Acqua” attraverso la nuova porta tra la sala Besson e Baby-Besson.

Mentre molta energia si concentrava ancora nello percorrere le due dimensioni dello spazio con una netta predilezione per la verticalità e la ricerca dell’abisso più profondo di sempre, Giovanni ben più attento e strutturato, si addentrò nella volumetria, compenetrando la profondità nella consapevolezza della terza dimensione. Coniò contemporaneamente il termine perfetto che riunì il concetto in poche parole: nacquero i sistemi sotterranei, una delle verità sul vuoto sotterraneo, concetto di base che qualcuno già ad est (Finocchiaro), e sicuramente da qualche altra parte, intravedeva, senza però aver un linguaggio ordinato per esprimerlo, o la certezza fisica per dimostrarlo. Ora questo concetto sembra banale, ma il fervore esplorativo di quegli anni e la ricerca del pozzo offuscava la mente di molti.

Oggi siamo progrediti al quadrato, la speleologia guarda allo spazio, ai pianeti, ed attraverso l’osservazione e la ricerca chimica e microbiologica sulla terra trova tracce di batteri fossili che s’intrecciano con il chimismo geologico. Francesco ci insegna che un’azione esplorativa diventa pretesto per guardare avanti, oltre i confini (frontiere immaginifiche). Nell’evoluzione geologica, chimico-fisica delle grotte si cela un messaggio. L’astronautica ritorna in grotta dopo le strizzate d’occhio della Nasa agli speleo italiani degli anni ‘60 e forma gli speleonauti-astronauti nelle cavità sarde, facendo tesoro delle esperienze diventate letterarie di Siffre e parecchi altri.

La conseguenza è che ci siamo fermati, rallentato i nostri passi, non più una corsa sfrenata verso il fondo che come afferma Giovanni, non esiste, e segue continuando: c’è la necessità di volgere lo sguardo nelle infinite pieghe strutturali del mondo di sotto dove sono rimaste impigliate come in una gigantesca rete migliaia di bigliettini che ci parlano del passato e del tempo, la cui dimensione è discussa e indagata.

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Divagando: uno psicologo avrebbe moltissimo da lavorare e studiare su come nel sottoterra cerchiamo la chiave per Marte o, perché no, della quarta dimensione, superando di fatto con un passo gigantesco tutte le acquisizioni e conoscenze precedenti tassellate nei costrutti fondanti del sapere asseverato.

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Tornando sulla terra, in quegli anni in cui alcuni speleo si avvicinavano alla famigerata terza dimensione dei complessi carsici, ed alla consapevolezza che le grotte si sviluppano in sistemi omogenei, fatti di una molteplicità di elementi sia chimici che fisici, nonché biologici, i più si esprimevamo invece con il “fare” in grotta non si sa cosa. Risultava ostico portare un dialogo in tal senso ed esprimerlo in conferenza, la maggior parte degli specialisti seguivano poi le loro materie specifiche, senza avvicinarsi a questa visione omogenea d’insieme, foriera di una poliedricità di studi e di intenti.

Ricordo gli incitamenti, anche pubblici, di Giovanni a partecipare agli incontri e convegni di speleologia. Questo incalzare gli speleo allo relazionarci, ora, grazie anche ai media è più che necessario semplicemente scontato per moltissimi, all’epoca era completamente fuori dalla realtà e soprattutto inutile: ci sembrava una perdita di tempo, rubato allo andare fattivamente in grotta.

Il successivo passo poi fu breve, Giovanni racchiuse in una icastica frase la definizione perfetta del mondo sotterraneo, un concetto oggi abusato ed universale: inventò “gli archivi del tempo”.

Il nuovo concetto diventò cavallo di battaglia dell’ associazione La Venta, un gruppo composito e solido, che si muove a livello internazionale, consolidato nelle sue fondazioni dagli insegnamenti di Giovanni che, assieme a molti nomi illustri, ne è stato architetto, ingegnere nonché muratore.

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Anche se sinteticamente accenno all’esperienza di Naica. Giovanni mi confidò l’esperienza, profonda e penetrante, con dei risvolti inquietanti sugli aspetti psicologici di quelle esplorazioni, e divenuta binomio di confronto nelle nostre ultime esplorazione ed esperienze sulle Stufe del Cronio a Sciacca, i limiti umani previsti da raggiungere in queste due cavità ci portarono ad interessanti considerazioni anche sulla trasformazione della psiche degli esploratori trasportati in queste grotte molto calde. L’amarezza ed il dolore della sua scomparsa, saranno di stimolo per continuare il capitolo sul Cronio, da sviluppare così come progettato con Lui.

A me resta, per terminare queste poche righe, di parlare ora dei suoi rapporti con la Boegan, intrecciati nell’ultimo periodo con l’attività a Sciacca ed all’attività editoriale. Rapporti di stima condivisa che sono sfociati infine nella sua entrata nella Commissione Grotte.

L’abbiamo contattato lo scorso maggio per chiedergli una presentazione dell’aggiornamento della bibliografia del Monte Cronio, allora in fase di stampa. Rispondeva immediatamente firmandosi “La Venta e Commissione Grotte E. Boegan”. Il Direttivo aveva ritenuto confacente la sua nomina a ‘Socio onorario’, considerati non solo la levatura umana, sportiva e scientifica di Giovanni, ma anche l’amicizia con il nostro sodalizio dimostrata in vari modi negli ultimi quarant’anni, in particolare con la collaborazione fattiva alle nostre due Riviste, Progressione e Atti e Memorie e la attiva partecipazione alle nostre manifestazioni congressuali, dagli interventi al Convegno per i 30 anni del Catasto Speleologico Regionale (1996) alla efficace presenza al XXI Congresso Nazionale di Speleologia (Trieste, 2011), senza dimenticare le spedizioni in Canin ed in terra siciliana nel complesso del monte Cronio.

A Giovanni Filosofo della Speleologia

Louis Torelli

 

Palawan 2011 – Mentre aspettiamo la barca per il Puerto Princesa Underground River, discutiamo degli studi da condurre in grotta (foto Natalino russo, Archivio La Venta)

L’attività scientifica

Giovanni Badino è stato senza dubbio il migliore speleologo italiano (e non solo) dell’ultimo mezzo secolo. Questo perché ha saputo coniugare in maniera perfetta capacità sportive non comuni ad altrettanto rare qualità intellettive. Nessun altro come lui, infatti, è riuscito a portare nelle più remote punte, dominio incontrastato dei grandi esploratori,  le conoscenze e la curiosità che sono tipiche di uno scienziato. E a questo si aggiungeva uno spirito infantile sempre pronto allo stupore e alla voglia di esplorare e, soprattutto, comprendere  il mondo attorno lui, in qualunque parte del nostro pianeta fosse.

Giovanni poi aveva il dono della comunicazione: riusciva infatti con estrema facilità a trasformare concetti astrusi, lontani dal sentire comune, in cose facilmente assimilabili anche da persone digiune di conoscenze scientifiche di base. Questa sua qualità gli ha garantito un grande successo come conferenziere, capace, a tutte le latitudini e a qualsiasi ora, di far riempire, di speleologi e non, le sale in cui parlava, anche a scapito di perdere un incontro allo “speleobar” o un “gran pampel” serale.

Oltre a questo aveva una facilità innata per la scrittura, che era anche supportata da un grande cultura degna di un erudito di altri tempi (era infatti in grado di citare, tra l’altro, quasi tutta la Divina Commedia a memoria…).

Non meraviglia quindi che sia stato l’autore di una ventina di libri, tra cui spiccano alcuni dei più importanti libri di divulgazione speleologica del nostro paese: “Gli abissi italiani” (1984), “Tecniche di Grotta”(1992), “Il Fondo di Piaggia Bella”(1999), “Grotte di Cielo”(2004) “Un color Bruno” (2006),Giganti di cristallo nelle Grotte di Naica”(2008). Giovanni poi ha piubblicato  oltre 350 articoli  divulgativi apparsi non solo nei bollettini speleo, ma anche in riviste e atti di congressi nazionali e internazionali.

Ma tutte queste cose sono ben note dagli speleologi, mentre da loro è sicuramente molto meno conosciuta la sua attività strettamente scientifica.

Appena laureato in fisica, infatti, alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, rimase all’Università di Torino, prima come ricercatore e quindi come Professore Associato, e ha continuato ad insegnare Fisica Sperimentale sino a quando non è mancato. Sin dall’inizio è stato inserito in uno dei migliori gruppi di ricerca mondiali sulla Fisica delle Particelle (in particolare dei neutrini) e, in quel campo, ha pubblicato, tra il 1979 e il 2003 quasi 200 lavori in ambito internazionale.

Ma, come ben sappiamo, la sua vera passione era la speleologia e quindi, progressivamente, ha trasferito il suo sapere e le sue conoscenze di fisica per studiare le grotte, tanto che, finalmente, dall’inizio del nuovo millennio era stato ufficialmente autorizzato a studiarle come unico suo compito di ricerca istituzionale. In questo campo la sua multiforme attività è testimoniata da oltre 120 lavori scientifici molti dei quali pubblicati all’estero.

I suoi primi studi scientifici avevano riguardato, già negli anni ’70 del secolo scorso, l’analisi approfondita dei materiali e delle tecnica di progressione in grotta e quindi, dalla fine degli anni ‘80 aveva cominciato ad interessarsi di meteorologia ipogea e di glacio-speleologia: ambedue campi in cui le conoscenze fisiche sono assolutamente fondamentali per l’interpretazione corretta dei fenomeni che vengono indotti nel sottosuolo.

Quanto da lui studiato sulla meteorologia ipogea non solo ha portato alla pubblicazione del primo manuale in assoluto al mondo sulla “Fisica del Clima sotterraneo” (1995), ma già molti anni prima aveva contribuito a validare scientificamente quanto suggerito intuitivamente dagli speleologi francesi e che cioè per esplorare le grotte si dovevano seguire le correnti d’aria e non l’acqua come fatto sino ad allora…. Giovanni quindi a buon diritto può essere considerato uno degli artefici principali di quella rivoluzione che, molto di più delle tecniche di sola corda, ha fatto sì che le grotte perdessero la dimensione bidimensionale e si trasformassero in sistemi complessi tridimensionali.

Badino, assieme ad altri pochissimi speleologi (tra cui sicuramente  lo spagnolo Adolfo Eraso) è stato un pioniere nello studio dei fenomeni carsici che si sviluppano all’interno dei ghiacciai, facendo osservazioni scientifiche all’interno dei “mulini” in molte parti del globo e partecipando quindi, come primo speleologo in assoluto ad uno studio delle grotte in ghiaccio dell’Antartide (2001). In questo ambito è stato anche l’organizzatore del Quinto Simposio Internazionale sulle Grotte in ghiaccio, tenutosi a Courmayeur nel 2000.

Una volta divenuto a tutti gli effetti un  fisico delle grotte Giovanni aveva progressivamente espanso i suoi interessi verso ricerche in campi assolutamente nuovi ed inesplorati per dimostrare come anche nella grotta più profonda vi fosse la presenza di una qualche radiazione luminosa (2000), ovvero confutare in maniera netta e definitiva la comune credenza che la CO2 possa stratificarsi (2005), per passare poi ad interessarsi delle oscillazioni periodiche delle masse d’aria intrappolate nelle cavità naturali e dei loro risvolti anche esplorativi (2009) o delle condizioni che rendono possibile la formazione di nuvole e di precipitazioni anche nelle grotte (2013) e infine sulla valutazione quantitativa del ruolo speleogenetico giocato dal gradiente geotermico (2017).

Tutti studi di frontiera, questi ultimi, mai sondati da nessuno prima di lui e che adesso dovranno aspettare anni, se non decenni, per essere sviscerati da qualche altro fisico appassionato di grotte….

Per capire esattamente quanto il fuoco sacro della ricerca in ambito speleologico lo attanagliasse bisogna ricordare che i mesi della sua malattia sono stati forse il periodo più prolifico di tutta la sua vita, tanto che ha continuato a scrivere e a studiare fino alla fine e infatti ha presentato personalmente due importanti lavori di fisica sperimentale in grotta al Terzo Congresso Internazionale di Speleolgenesi alla fine di Aprile del 2017, a poco più di tre mesi dalla sua prematura dipartita. Ma c’è di più: esattamente 4 giorni prima di morire Giovanni ha inviato all’International Journal of Speleology un suo ultimo lavoro appena revisionato.

Paolo Forti

Le sue pubblicazioni scientifiche più importanti

  1. Badino G. 1990 Fisica dei buchi nell’acqua 1st Int. Symp. of Glacier caves and karst in Polar Regions, Madrid, p. 119-133
  2. Badino G. 1995 Phenomenology and first numerical simulations of the phreatic drainage network inside glaciers. 3e Int. Cavitès Glaciares et Cryokarst en Region Polaires et de Haute Montaigne. Chamonix, France, 1994, 47-54
  3. Badino G. 1995 Fisica del clima sotterraneo Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia s. II, 7, 136 pp.
  4. Badino G. 2000 It is always dark in caves? International Journal of Speleology 29B(1/4) , p. 89-126
  5. Meneghel M., Badino G. 2002 Ice caves of Terra Nova Bay (Victoria Land Antarctica) Nimbus 23-24 7(1/4), p. 130-136
  6. Badino G. 2004 Clouds in caves Speleogenesis and Evolution of Karst Aquifers 2(2), p. 1-8
  7. Badino G., 2005 Underground Drainage Systems and Geothermal Flux. Acta Carsologica, 34/2, 1, 277-316
  8. Badino G. 2009 The legend of carbon dioxide heaviness Journal of Cave and Karst Studies, v. 71, 1, p. 100–107
  9. Badino G., Chignola R.. 2009 The sound of natural caves XV° Int. Spel. Congr. Kerrville Texas, v. 3, p.1403-1406
  10. Badino G. 2013 Wind, clouds, rains in the dark: the quest for imperceivable meteorological events in the Region of the Dark  Speleologia (Inglese) 68,  p. 58-60
  11. Badino G., 2015 Il Subterranean Sucking Evaporimeter: un nuovo strumento per le misure di umidità in grotta Atti XXII Cong. Naz. Speleol. Pertosa 2015, Memorie IIS s.2, 29, p. 411-416
  12. Badino G.2017 Driving pressure of subterranean airflows: an analysis XVII Int. Spel. Congr. Sydney, Vol 2, p. 205-208
  13. Badino G.2017 A theoretical approach to the estimation of local Entropy production in caves XVII Int. Spel. Congr. Sydney, Vol 2, p. 209-213
  14. Badino G., 2017 The almost insoluble problems of environmental measures underground of the 3rd International Symposium of Speleology, Varenna (Italy), (in stampa).

 

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