Tra il Pic Majot, il Pala Celar ed il Livinal Lung

TRA IL PIC MAJOT, IL PALA CELAR ED IL LIVINAL LUNG – PROSPEZIONI

 Pubblicato sul n. 63 di Porgressione anno 2016

L’ingresso della Mago Merlimo (foto T.Kravanja)

Le grotte sanno sorprendere e l’abisso che ha sorpreso di più negli ultimi anni in Canin, è stato il “Led Zeppelin”. Abisso particolare per la zona, per certi versi unico. Unico a scendere realmente in profondità in un’area (la parte più alta del Pala Celar) caratterizata invece da pochi ingressi, sconvolta dall’erosione glaciale e con grotte strette che chiudono a poca profondità. Unico, soprattutto, che intercetta un sistema di freatici di grosse dimensioni in una zona invece nota più per le sue grandi verticali ma con strutture orizzontali generalmente modeste. Storicamente considerato facente parte del blocco di “Planina Goricica” (di cui fa parte anche il “Veliko Sbrego”) e con le sue acque che dovrebbero uscire in Slovenia, ha deciso però di confondere le idee sviluppandosi in un maestoso sistema di gallerie che filano tra quota 1200 e 1100slm in direzione di Sella Nevea, sotto il Livinal Lung. Le gallerie “Scirocco” si sviluppano nel verso opposto a dove fluirebbero le acque dello Zeppelin, e inoltre lo fanno a 6 ore di progressione continua dal campo di -780m. Se a questo si aggiunge il fatto che si allagano spesso e volentieri e che quindi le esplorazioni possono essere fatte esclusivamente in inverno, ci si rende conto che esplorarle come meriterebbero diventa proibitivo. A meno che non si trovi un ingresso basso nel Livinal Lung, a poca distanza da Sella Nevea. Le battute di zona iniziate nel Marzo del 2013 hanno portato al ritrovamento di 4 punti soffianti tra quota 1400 e 1450slm che sono stati tutti oggetto di scavo. Il più promettente tra questi è un basso cunicolo che con due 61 salti successivi di 2 e 13 metri porta ad una caverna ampia circa 20 metri intasata da una frana, dal cui fondo spira in diversi punti un’aria gelida. Scelto il punto più scavabile si è scesi per 5-6 metri tra la parete e la frana che occupa il pavimento della caverna, seguendo l’aria che continua a fluire copiosa tra i detriti. Al momento non ci sono variazioni veramente importanti della morfologia, per quanto ogni nicchia o allargamento ci abbia fatti sperare nell’apertura di un pozzo o di un laminatoio. Gli ulteriori assaggi di scavo negli altri punti soffianti individuati all’esterno non ci hanno mai convinti che l’abbandono dello scavo di cui sopra ci potesse portare un qualche vantaggio in più. Abbiamo continuato quindi a scavare imperterriti nella frana, con l’aria che ci gelava le mani e costringe a tenere la “balaclava” ben chiusa. La descrizione migliore è quella di uno scavo timavico a 1-2°C con un ventilatore in faccia. Abbiamo allargato fessure centimetriche e puntellato frane con tubi e reti, nella migliore tradizione carsica, con la speranza che la grotta cedesse prima di noi. Però siamo in Canin e mentre il Carso, durante la bella stagione, si popola di zecche e frasche impenetrabili, qui il bianco altipiano chiama, facendoci abbandonare il freezer di sassi a fondovalle. Tra Giugno e Settembre di ogni anno spostiamo quindi la nostra attenzione più in alto, sempre però con in mente l’idea di gettare una luce su quella strana parte di altipiano che si apre sopra il Livinal Lung, tra il Pala Celar e il Pic Majot. Oggetto di ricerche fin dai primi tempi (vi hanno cercato e rilevato grotte prima il gruppo grotte “Debeljak” a cavallo degli anni ‘60 e ‘70 e poi in più battute la SAS tra la fine degli anni ‘70 e gli inizi degli anni ‘90), non ha però mai regalato grandi abissi ed è stato spesso abbandonato in favore di altre zone. In effetti le grotte dell’area si presentano strette, impostate generalmente su grandi discontinuità e faglie e non molto profonde (K27 -300m, K7 -220m, Packman -195m). Fanno eccezione l’OP3 (-643m) e il più recente “Domus de Janas”, -200m che chiude su un sifone dopo una galleria attiva.

Mago Merlino, lo scivolo iniziale (foto T. Kravanja)

Tuttavia, studiando il catasto, sono saltati fuori diversi elementi interessanti: molte grotte chiudono a poca profondità ma su fessure fortemente soffianti in estate (ingressi bassi). Vi è inoltre l’anomala presenza per il Canin di diversi inghiottitoi inclinati lungo i piani di strato racchiusi in un’area piuttosto ristretta (Grotta delle Frane, Grotta del Ghiaccio, Tempio del Ghiaccio). Aggiunto a tutto questo la presenza, appena oltre la linea di creste, della Conca Prevala con il suo gigantesco “bacino imbrifero”; nella nostra ignoranza abbiamo ipotizzato che potremmo avere sotto i piedi un fenomeno di rilievo, che però le grotte finora scoperte non permettono di raggiungere facilmente in profondità, dove si svilupperebbe nella sua interezza. Abbiamo iniziato quindi a ricercare la zona suddetta e per primo ne è uscito un piccolo abisso di 100 metri di profondità (PM 4), senza storia, peraltro già esplorato da ignoti ma non catastato. E qui nasce 62 uno dei problemi dell’area. Come se non bastassero mughi, karren e ripide abetaie, ci si mette anche il fatto che diversi buchi sono siglati ma non catastati, se catastati le posizioni spesso sono sbagliate (uno di questi era il K27, uno degli abissi più profondi dell’area) e peggio del peggio grotte catastate e introvabili (Grotta del Ghiaccio, ad esempio). Quindi bisogna ripartire quasi da zero purtroppo… Interessantissima invece, si è rivelata una grotta catastata e rilevata (anche bene) dal GTS, la “Mago Merlino”.

Si presenta come un meandro alto circa 3m e largo 1m, fortemente soffiante, che dopo uno scivolo ghiacciato di una trentina di metri termina su una frana da cui spira aria, mentre una finestra a pochi metri dal fondo, raggiunta in arrampicata, porta su un meandro che dopo una quindicina di metri terminava anch’esso su un tappo di frana ventoso. Terminava appunto. Una disostruzione durata poche uscite (il passaggio l’abbiamo tuttavia battezzato “Borghetto Siberia”, lasciamo al lettore immaginare il motivo) ha permesso di accedere alla continuazione del meandro, sfociante su un pozzo di 35m seguito immediatamente da un bel P20 dalla cui base si accede con un saltino ad una forretta impostata su una evidentissima faglia NW-SE battuta da aria. Bello, c’è la continuazione, c’è l’aria. C’è uno spit. E due batterie. In questo periodo di gente permalosa sulle questioni religiose, tralasciamo le parole che sono volate. Di nuovo comunque qualcuno è stato qui e non ha lasciato testimonianza utile alle generazioni future. Ragioniamo un po’ e ammesso evidentemente che nessuno può essere passato dove siamo passati noi, è evidente che questo posto lo hanno raggiunto da un’altra grotta che però data la quota a cui siamo arrivati è quantomeno un -100m. E, naturalmente, a catasto non c’è niente. Le batterie appaiono parecchio 63 vecchie, delle Mazda degli anni ‘70 o ‘80 e lo spit è arruginito. Inghiottiamo amaro e scendiamo il saltino che fu già sceso “chissaquando chissadachi”, arrivando all’attacco di una forretta impostata su una evidentissima frattura NW-SE. Proseguiamo per qualche decina di metri, fino a una strettoia. Spogli dall’attrezzatura in un paio di tentativi passiamo. La forra prosegue e dopo una seconda strettoia meno ostica arriviamo alla partenza di un pozzo di una ventina di metri che però non ha segni di armo. Sembra vergine, evidentemente la prima strettoia ha scoraggiato gli ignoti esploratori, meglio per noi. Successivamente torniamo, e con buon fiuto troviamo la continuazione non sul fondo ma traversando, dove una condottina ci alita un vento gelido addosso. Qui un restringimento ci impedisce per ora di passare, ma oltre prosegue nuovamente largo. Quindi va.

Tom Kravanja Lorenzo Marini Hanno partecipato, chi più assiduamente, chi meno: Rossana Litteri, Marco Cavia Sticotti, Igor Ardetti, Federico Gino Deponte, Marco Linus Di Gaetano, Paolo Gabbino

Posizionamenti sulla cartografia regionale (elaborazione T. Kravanja)