Nikaj – Merturi 2016

 

NIKAJ – MERTURI 2016

Pubblicato sul n. 63 di PROGRESSIONE anno 2016

Nel 2009 quando organizzai la mia prima spedizione in Albania, la zona di Nikaj-Merturi e le sue potenzialità carsiche erano da tempo note e presenti nella letteratura speleologica. Notizie sulle stesse sono apparse su Atti e Memorie, Speleologia, Jamar e Alpi Giulie, mentre molti dei risultati raggiunti sono stati pubblicati su diversi numeri di Progressione da più autori (Balzarelli 2010, Corazzi, 2010- 12-14, P. Gherbaz 2010, Mihailovski 2010, Pezzolato 1993, Padovan 2008, Petri 1996, Romano/Balzarelli//Tarsi/Mattiello 2014, Riavini/Franchini 2012-13, Torelli 2009-10-12- 14, Zini 2010, Sedmak/Stopar 2009). Le cavità parzialmente esplorate a metà anni ‘90 necessitavano però di un rimpasto nell’operatività delle squadre, e di formulare un progetto con un’ottica di lavoro organico ed in collaborazione internazionale, (Hekurave – Un Progetto speleo per una speleologia rispettosa dell’ambiente umano e fisico) diventato poi progetto NIKAJ– MERTURI 2014, contestualmente agli interventi per la promozione a livello regionale e locale delle attività di cooperazione allo sviluppo e partenariato internazionale (legge regionale 30 ottobre 2012 della Regione Friuli Venezia Giulia). Al di là dei fondi impiegabili per le attività di restyling turistico della zona – che poi non arrivarono – dal 2009 i risultati si videro presto, con Sphella Zeze (Grotta Nera), che dopo numerose spedizioni tentennanti vide implementarsi il suo sviluppo per alcuni chilometri, diventando una delle grotte più lunghe di Albania: da ricordare nel 2010 le immersioni nel suo 1° e 3° sifone, effettuate da Rok Stopar e dal profondista di Lubiana Matej Mihailovski attuale presidente della Federazione Slovena di Speleologia. Utili le perlustrazioni con gli sci sulle Hekurave a confermare un carsismo molto sviluppato e profondo che caratterizza gli spaziosi altipiani tra le quote 1900 e 2400/2500 metri slm. Parallelamente dal campo di Cerec, 800 slm (Shpella Zeze), si rintracciò la grotta perduta del Boshit (CGEB ‘94, Shpella Perr e Boshit) con le indicazione di Davide Fabbri (Faenza).

Così si intercettarono molti pozzi in quota tra il monte Boshit, e gli altipiani delle Hekurave (diversi pozzi rilevati, che continuano, 2012, 2014), nel 2010 si raggiunse il monte Grykave te Hapta, vasta area centrale ed in corso di prospezioni fino a monte Kakisë, sulle cui falde nord orientali si apre la mega dolina Shpella Kakverrit, già individuata dalle spedizioni degli anni novanta. Essendo l’area piuttosto ampia, le risorse da mettere in campo si sono subito dimostrate notevoli e dispendiose. Memorabili le spedizioni 2010 in grande stile, assieme agli sloveni a Cerec e sugli altipiani, con le immersioni, con i rilevamenti geomorfologici ed idrogeologici sia in grotta che all’esterno svolti da Luca Zini del Dipartimento di Geoscienze, Università degli Studi di Trieste. È stato l’inizio dell’interfacciarsi e relazionarsi sia con la comunità locale, e con Ndoc Mulaj presidente dell’associazione ALPE a Tirana, ed al posizionamento dei tasselli che nel tempo e non senza qualche difficoltà ora continuano a combinarsi. Con gli amici del posto, i valligiani, i montanari e Ndoc Mulaj, nostro amico e socio, si percorre questo sentiero che porta inevitabilmente allo sviluppo delle conoscenze e dei misteri ancora celati in Nikaj- Merturi. Consci di questa organicità di intervento ed integrazione, e del molto lavoro profuso, quest’anno assieme a Lucio Comello, vista anche la decisione congiunta con gli sloveni di rinviare la spedizione a Shpella Zeze e sugli altipiani, decidemmo per una spedizione leggera da iniziare a metà settembre. Ad appagare così i desideri speleo di Ndoc Mulaj ed i nostri. Ndoc nella nostra ultima corrispondenza mi informava di alcune grotte nuove segnalate in un’area tra i villaggi di Palce e Kotec presso la località di Varg, affacciata al lato nord del lago Koman, in quello che è l’innesto della vallata di Nikaj–Merturi, ancora dunque nel comune di Lekbibaj. Decidemmo per una prospezione in un’area e ad una quota insolita. Un’area comunque da non sottovalutare, un’area inesplorata, i cui risultati non si sono fatti attendere. Quindi duemilaquattrocento chilometri di strada asfaltata per un lungo fine settimana, intenso ed emozionante, rotta sud-est attraverso Slovenia, Croazia, Serbia e Kossovo alla volta di Bajran Curri, a ricongiungerci con Elisabetta Stenner, tra i primi ad esplorare l’area negli anni ‘90, e reduce da un convegno di Milano, volata a Tirana e ripartita alla volta della montagna con Ndoc Mulaj. Ricomposta la squadra a Lekbibaj, salimmo con il furgone stracarico fino alla località di Varg, sopra il lago Koman; il gruppo subito s’infittisce, alcuni ragazzi e valligiani ci accompagnano alla grotta, un’altra Elisabetta, una simpaticissima ragazza del posto, ci traduce l’albanese in un impeccabile inglese. Conosce anche l’italiano ed altre lingue.

Antro di Polifemore, il meandro finale (foto L. Torelli – L. Marini)

SHPELLA E KOLE GEGES, (ANTRO DI POLIFEMORE)

42° 16’ 16.9’’ N – 19° 54’ 49,5’’ E, quota 510 slm sviluppo 1050 m profondità 228 m Le ricerche si sono svolte per alcuni giorni nei pressi del monte Suka e Mazit tra i 500 e 800 metri di quota, in mezzo ai caratteristici boschi di castagno e querce, zigzagando tra felci, porcini ed ovuli. Spostandoci verso ovest, Ndoc afferma che il tragitto che ci separa dalla grotta più interessante è di 40 minuti circa, non siamo stracarichi quindi partiamo sereni e tranquilli su facile sentiero, dopo circa un’ora abbondante su pendio flyschoide, arriviamo sul bordo calcareo di una valle stretta ed ortogonale al lago Koman, con asse Nord-Sud, in corrispondenza di uno dei spartiacque di Varg; ci affacciamo su un pendio alquanto scosceso che precipita direttamente per 300 metri sul lago, sopra di noi le creste boscose a circa 900 m slm. Iniziamo la discesa fuori pista e la musica cambia, la gita si sposta in parete, la pendenza è tra i 50°-60°, ci affidiamo agli arbusti ed agli alberelli, giovani frassini, scivoliamo come capre tra gli sfasciumi verticali, armiamo un traverso con corda (corrimano). Urlo a Ndoc che la via non è sicura, ma lui non si scompone, primo piccolo ed unico incidente: Lorenzo Marini “figlio d’arte”, spezza di colpo il ramo a cui era appeso, la possente morsa delle sue dita è ancora attorno all’essenza ormai priva di radici, annaspa, l’alberello si trasforma in una trappola. Dall’alto mentre Lorenzo precipita con la schiena nel vuoto, i nostri sguardi per un istante si incrociano, termina la caduta tre metri più in basso su un successivo alberello alquanto smilzo, lo zaino imbottito di peso, lo ha prima sbilanciato, per poi attutire il colpo. Tutto a posto, se precipitava nel tratto successivo più esposto la caduta avrebbe avuto conseguenze più gravi.

Caratteristiche erosioni nella parte iniziale dell’antro di Polifemore (foto L. Torelli – L. Marini)

Dal friabilissimo tratto pericoloso raggiungiamo la boscaglia meno inclinata, di colpo, un valligiano spunta dal basso come un fungo e con un machete ci apre l’ultimo tratto di sentiero. Finalmente dopo circa 150 metri di discesa e molto sudore ci affacciamo all’apertura della caverna, una grotta praticamente irraggiungibile senza indicazioni ed invisibile da qualsiasi angolazione. Ci prepariamo, le corde i fix e tutto il resto nei sacchi. È stata così individuata ed esplorata una cavità nuova lunga per ora un chilometro e profonda 230 metri. “Shpella e Kole Geges” per noi “Antro del Polifemore”, è una grotta molto bella e particolare. Superata la prima caverna fossile abitata da una discreta colonia di pipistrelli, ed in antico dai pastori, è stato disceso un breve salto verticale tra collassi di frana. Dalla base dell’unico pozzo di circa 20 m si accede all’innesto con il ramo principale di questo inghiottitoio attivo. Lasciato sulla sinistra un affluente di più piccole dimensioni, e sulla destra una risalita lungo una grande colata calcitica bagnata che riporta alla caverna (non collegata) si continua percorrendo un breve laminatoio, tra acqua e soffitto, e quindi un tratto di galleria poco inclinata che si snoda nella montagna verso Nord-Nord-Est. In generale la grotta si presenta come una struttura idrografica ramificata, un ruscello ed i suoi affluenti scorrono sull’intercalarsi e nel contatto tra scisti e calcare, sono presenti notevoli e particolari forme di erosione nonché consistenti fenomeni di crollo che nella parte centrale del ramo principale strutturano una galleria molto ampia ed in forte pendenza (altro affluente da sinistra). La seconda parte della cavità prosegue molto inclinata, si percorrono dei tratti ampi scivolando tra i massi, il pietrame ed a tratti lungo il corso d’acqua. In prevalenza si cammina su sfasciumi di scisto e blocchi di pietra calcarea. Si notano degli stacchi dalla volta di aspetto piuttosto recente, nella parte finale la grotta tende a formare un meandro di discrete dimensioni, con morfologie erosive; sono presenti anche parti concrezionate, in un punto particolarmente suggestivo si notano dei particolari speleotemi e depositi caratteristici per la colorazione accesa: saranno in seguito presi in esame per l’individuazione del chimismo della grotta.

Foto di gruppo sopra il lago Koman Da sinistra L. Marini, L. Torelli, N. Mulaj, L. Comello, T. Kravanja, E. Stenner, E. Haipel (foto L. Torelli)

Molto particolare e suggestiva un’evidente conformazione del soffitto della grotta dovuta ad una inusuale forma di erosione. Percorso un chilometro l’esplorazione si è fermata nei pressi di una frana, sotto cui il ruscello scorre ancora rumorosamente e che da una prima analisi risulta superabile. Nonostante il poco tempo a disposizione, è stata esplorata una interessante cavità, la Shpella Kopani situata nei pressi del villaggio di Peraj a quota 800 m slm circa, 42° 83’ 50.1’’ N – 19° 10’ 21.2’’ ed è stata ripresa la topografia della risorgenza di Dragobia (Kelcyre Shpella e Shpalnik) aggiornandone la posizione: 42° 24’ 01.2’’ N – 20° 01’ 59.5’’. Infine sono state raggiunte due notevoli aperture in parete visibili dalla strada nella vallata di Valbona. Hanno partecipato: Ndoc Mulaj da Tirana, Lucio Comello, Lorenzo Marini, Tom Kravanja, Louis Torelli, Elisabetta Stenner (SAG – CGEB), ed Edi Haipel (SAG) da Trieste Un ringraziamento speciale alla famiglia di Pashk Peci, che ci ha amorevolmente ospitati nella loro bellissima casa, ad Imeraj Elisabeta per le traduzioni ed a suo padre per l’aiuto, ad Afrim Gjergji di Palci per averci ripulito il sentiero, portato la grappa ed il miele, alla guida in Shpella Kaponi, Fatmir Pervataj, a Leon per la sua disponibilità e cortesia e in fine al giovanissimo Besart Peci, che ha condiviso con noi la gioia e lo stupore della prima esplorazione in Sphella e Koie Geges.

Louis Torelli

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