Jama Maja

JAMA MAJA – Inquadramento della cavità

Pubblicato sul n. 63 di PROGRESSIONE – ANNO 2016

 

La discesa lungo i pozzi (foto G. Cergol)

Negli ultimi anni, in parallelo con la campagna scavi, sono state eseguite indagini di carattere geostrutturale-morfologico di tutto il bacino idrografico della valle ceca di Grozzana: che come risultato hanno portato alla scoperta della cavità più grande, sia per sviluppo ( che per dislivello, dell’intero gruppo montuoso-collinare Castellaro Concusso. La Jama Maja si trova sulle pendici S della cima più alta del gruppo, e cioè il M.Castellaro/Velike gradišče (742m): più precisamete in una zona di contatto tra l’ultimo lembo di flysch del M.Castellaro (che un tempo doveva ricoprire anche il Cocusso e le cime del gruppo) e il sottostante calcare ad alveoline e nummuliti, in una striscia di terra poco inclinata e formata dal detrito del flysch eroso. Lungo questa linea di contatto, spianata in epoche passate dalla mano dell’uomo, si possono trovare numerose sorgenti di scarsa portata, attive solo in certi periodi dell’anno. Varie sorgenti sono state approfondite da brevi scavi orizzontali con l’intento di aumentarne la portata. Alcune di queste opere sono ancora parzialmente visibili, ma l’unica ancora integra e la pittoresca “Vroček-izvir” che si trova a N del M.Castellaro.  Ma il percorso delle acque che sgorgano da queste sorgenti è breve: perché dopo aver percorso qualche decina di metri su terreno impermeabile, incontrano il calcare e, dopo essersi introdotte in scoscesi canaloni, svaniscono nel sottosuolo. L’ingresso della cavità è posto dentro l’inizio di uno di questi canaloni, che in periodi di forti precipitazioni è solcato da un piccolo torrente. Parte di questo torrente viene inghiottito dalla nostra grotta, che quindi può essere considerata un “inghiottitoio castelnoviano”: termine cognato da W.Maucci, che sta ad indicare grotte calcaree che fungono da inghiottitoi  di torrenti che scorrono su rocce marnoso-arenarie, fenomeno tipico della vicina Valsecca di Castelnuovo/Matarasko podolje. Considerando la quota d’accesso degli altri inghiottitoi castelnoviani della Valsecca, quella della Jama Maja è sicuramente una delle più elevate.

Dentro l’inghiottitoio Castelnoviano d’alta quota

La grotta ha inizio con uno scivolo di terra che dopo un paio di metri verticalizza fra strette pareti di roccia: dopo un breve salto di 3m ci si ritrova in un angusto corridoio che scende in direzione SE. Il pavimento è composto da detriti e terra, mentre il soffitto è cosparso di lame mezze incastrate(caposaldo numero3). Si procede in discesa, superando prima un saltino e poi uno sprofondamento(4); quest’ultimo ci offre l’opportunità di osservare parte dei depositi alluvionali che costituiscono il fondo di questo primo tratto di grotta. Superato lo sprofondamento la volta si abbassa, e in questo punto è possibile distinguere la giacitura degli strati calcarei(5), che in tutta l’area  sono difficili da vedere per via della loro stratificazione indistinta. Procedendo sempre in direzione SE ci si imbatte in un piccolo pozzetto facilmente arrampicabile(6), dove alla base si può osservare un “tappo” di depositi alluvionali: formati da ciottoli d’arenaria di grandezza variabile dai 2 ai 7 cm, semi-cementati da argille e intercalati da costelli calcitici. È possibile introdursi per qualche metro dentro questo “tappo”, perché l’acqua che l’ha formato in un primo momento, lo ha poi ricavato successivamente, formando una piccola stanza grande 2x3m. nel punto più basso e avanzato della stanza di conglomerato è stato eseguito un rapido scavo, che ha messo in luce il fondo di un minuscolo meandro che deve essersi formato in un periodo in cui il regime idrico era più moderato. Quando poi, le portate aumentarono a tal punto da trasportare addirittura i ciottoli, il meandro divenne come uno scarico ostruito, e permise la deposizione (e successiva cementificazione) dei ciottoli. In un momento più recente le acque devono aver ridotto nuovamente la loro portata, erodendo il “tappo” e trasformandolo in quello che è ora. Per proseguire è necessario tornare qualche metro più in alto, sopra il conglomerato di ciotoli, ed introdursi dentro una strettoia (8,la parte alta del meandro ostruito dai depositi alluvionali) che ci permette di bypassare il tappo. Alla fine dello scomodo passaggio (nominato “passag-Gino”, in onore all’instancabile esploratore triestino Gino) si accede ad un P10 decorato da alcune concrezioni.

L’ingresso (foto G. Cergol)

Da qui la grotta cambia decisamente volto: trasformandosi da senile e inattiva, ad attiva. Raggiunta la base del P10, si entra dentro un meandro attivo nei periodi di forti precipitazioni. Il meandro, alto qualche metro, ci porta a cambiare direzione: ora procediamo scendendo verso E-NE. Dopo alcune curve il meandro viene intercettato da un camino e da alcune condottine; che con il loro apporto idrico devono aver aumentato la portata dell’acqua del meandro , e di conseguenza aumentato l’erosione delle pareti. Difatti il meandro si allarga ed approfondisce(13), e per proseguire bisogna scendere nella parte più bassa. Proseguendo, dopo una serie di salti, si può assistere alla cattura del torrentello(15) che solca il meandro: inghiottito da una fessura di 30cm che devia l’acqua in chi sa quali misteriosi ambienti. Superato il mini-inghiottitoio le pareti si allargano, e ci si ritrova nuovamente in un ambiente più asciutto, con presenza di argilla e depositi alluvionali incastrati dentro alcune nicchie. In questa stanza(16) è stato visto più volte un bel esemplare di scolopendra: di colore arancione-rosso, lunga 5-6 cm. Da qui bisogna introdursi dentro una strettoia posta fra il pavimento e l’instabile parete NO(17). Dopo pochi metri ci si affaccia su di un P11. Ma facciamo attenzione alla parte sinistra che risulta essere molto instabile; con molta probabilità è il risultato dello sfregamento delle pareti (quando ancora si toccavano, cioè prima che l’acqua allargasse la discontinuità) indotto da una faglia sub-verticale orientata O SO-N NE. A conferma del fatto che possa trattarsi effettivamente di una faglia, possiamo seguire una line retta immaginaria su di una carta topografica, che dalla grotta punta verso O SO: noteremo dunque che la linea passa esattamente sopra due noti abissi del Carso triestino: l’Abisso del Diavolo 117VG e l’Abisso sopra la Chiusa 116VG, che neanche a dirlo sono impostati su una faglia O SO-N NE. Disceso il P11, si supera un terrazzo, e dopo un’altro salto di 12m si giunge nella saletta della “frana ITIS”(23). Qui vediamo riapparire l’acqua da una spaccatura nel suolo proveniente da E, mentre un altro arrivo d’acqua proveniente da O scende da un camino parallelo al P12 appena disceso. Tutta l’acqua è convogliata nella depressione dove si trova la frana, e in essa sparisce. Ecco un altro speleotema interessante; una galleria fortemente inclinata, orientata NO-SE, larga 3-4m, larga 2, e lunga 20. Ha il pavimento ricoperto d’argilla giallo-marrone chiaro, le pareti ricche di solchi di erosione (simili a grossi scallops), e sulla volta è presente una grossa incisione: che potrebbe essere o un canale di volta, o l’antica condotta freatica primaria, che approfondendosi diede origine alla galleria attuale. Risalendo la galleria ci si imbatte in un crollo(27) che cela alle sue spalle un fangoso camino di 7m. Risalendolo si incontrano varie vie, che sono però occultate da riempimenti argillosi. Per proseguire nell’esplorazione bisogna tornare nella saletta della “frana ITIS”, e introdursi nell’omonima frana(31), scendendo per qualche metro facendo ben attenzione a respirare il meno possibile! Ad un certo punto bisogna abbandonare la frana prendendo uno stretto passaggio laterale(35). Ora ci ritroviamo in un solco che, dopo pochi metri, sprofonda nel vuoto: le pareti sono completamente coperte di argilla appiccicosa, ma questa va sparendo man mano che attraversiamo il solco armato con un ripido traverso. Il solco dal quale arriviamo si innesta ad un grande pozzo verticale di 20m, sormontato da un camino dal quale scende una copiosa cascatella, attiva pure nei periodi di siccità prolungata (un mese di siccità, dell’estate 2015). Il fondo del P20 è diviso in due da un grande sperone di roccia:a N il fondo tondeggiante del pozzo con l’arrivo della cascata, e a S la continuazione meandreggiante del solco dal quale siamo giunti. L’acqua della cascata passa sotto la fetta di roccia che divide i due ambienti, poi si introduce dentro un apertugio alto 30-40cm(38), e infine si getta per 2m dentro una stanzetta(39) impostata su delle fratture N-S. Il pavimento dell’angusta stanzetta è colmo di lame incastrate luna con l’altra, ed è qui che l’acqua sparisce per l’ultima volta. Sul lato N della stanza (non che in vari punti di questo ultimo pezzo di grotta) è presente l’ennesimo deposito alluvionale, formato dai soliti ciottoli d’arenaria, mentre sul lato S è stata forzata una piccola condotta(40), che ha permesso di scendere un ultimo pozzo di 10m. A metà di quest’ultimo pozzo, orientato anch’esso N-S, l’erosione delle acque a messo in luce la sezione di una minuscola condotta che doveva attraversare il pozzo orizzontalmente, quando questo era ricolmo di depositi alluvionali (a testimonianza di ciò, la presenza di alcune mensole di concrezione calcitica con parte del deposito alluvionale). All’interno di quello che rimane della condotta, si sono sviluppate delle infiorescenze formate da cristalli calcitici di una bellezza inviolata, e dall’aspetto esplosivo. Sul fondo del p10(44), punto più fondo e termine della cavità esplorabile, tra lame di roccia incastrate fra le strette pareti, si può udire ancora il rumore scrosciante dell’acqua corrente, diretta in luoghi segreti, dove l’occhio dell’essere umano non si è ancora posato.

Infiorescenze (punto 43-44) (foto M. Benedet)

Considerazioni finali

La cavità offre svariate possibilità di ricerca nel campo geologico; i suoi numerosi riempimenti e vari speleotemi potrebbero fornire dati sulla situazione climatica degli ultimi migliaia  d’anni. Dal punto di vista geo-morfologico la cavità risulta essere abbastanza “giovane”, e quindi ideale per lo studio sulla speleogenesi di cavità ancora coperte dal flysch. Per quanto riguarda la biospeleologia, oltre alla scolopendra gia citata nel testo, è stato avvistato più volte all’ingresso un esemplare di pipistrello. Mentre in svariati punti della cavità, da poco oltre l’ingresso fino al fondo, sono facilmente individuabili esemplari di antropodi appartenenti forse al genere Niphargus.

Michele Benedet

Bibliografia

  • Forti F. 1996 – Carso triestino, guida alla scoperta dei fenomeni carsici
  • Forti F.,Forti Fu.1985 – Il condizionamento di una faglia nella genesi dell’abisso sopra la chiusa (116VG)- Carso triestino, atti mem. Comm. Grotte “E.Boegan” vol.24 pp 73-78
  • Maucci W.,1953 – Inghiottitoi fossili e paleoidrografia ipogea del Solco di Aurisina.- Congr. international speleol. Paris. 2,155-199.
  • Merlak E. 2004 – Idrologia dei torrenti della Birchinia-Valsecca di Castelnuovo nord occidentale (Matarasko Podolje) – Slovenia, mem. Comm. Grotte “E.Boegan” vol.39 pp 81-100
  • Semeraro R. 1994 – Il carsismo sotterraneo rinvenuto nella cava Italcementi  sopra la chiusa sul Carso triestino sud-orientale: analisi geomorfologia e ipotesi evolutiva – Ipogea n.1, pp.133-184