Davorjevo Brezno

Davorjevo Brezno, l’intimità

Pubblicato sul n. 63 di Progressione anno 2016

Topografia di precisione con strumenti elettronici (foto S. Savio)

Cinque uscite nel 2015 e tre nel 2016: le esplorazioni al “nostro” sistema fluviale ipogeo dietro casa, documentano forse una “stanca”, laddove peraltro mai le punte sono state banali o prive di risultati. Esplorazioni, con l’indagine di ulteriori 600mt tra il 2015 e il 2016, e ritocchi alla topografia, sia della nuova parte esplorata che nel rifacimento di precisione di quella già svolta nelle prime parti della cavità. In questa fase, tutta la poligonale primaria è stata “ribattuta” con lo strumento DistoX, ove precedentemente (dall’ingresso sino a al P.35 a -200mt) la zona era stata topografata con metodo classico (laser, bussola e clino tenuti a mano). Il dato più significativo è stato lo discostarsi, dell’asse della poligonale primaria, dell’orientamento della pianta in direzione W per 38mt; la profondità invece, aumentata di 2mt, prima sottostimati. Nulla di drammatico se pensiamo alla quantità di caposaldi della grotta (950): un errore, sul totale, del 5% sull’azimut e dell’1% sui piani d’inclinazione. In ogni caso, abbiamo rimediato grazie agli investimenti in tecnologia.

Verso le zone terminali del ramo “Marco Aurelio” (foto S. Savio)

Detto questo, una punta esplorativa in primavera 2016 ha setacciato le parti remotissime, topografandole (altri 150mt) e indagandole per benino. Vasti ambienti di frana (gallerie di 5x5mt), con due arrivi idrici di cui uno cospicuo, sempre orientati a NW, hanno forse messo al parole “fine” alle parti più lontane del “Marco Aurelio”. Cunicoli franosi terminano, s’incagliano e si torcono uno sull’altro, sotto al polje della piane del paese di Dane: S.Canziano chiama a meno di 1km in linea d’aria ma la via è sbarrata…forse… Rimane un’arrampicata da terminare e da percorrere un meandrone inesplorato….tornerà su sentieri già conosciuti? Magari potrebbe essere una via più agevole rispetto il meandro terminale che porta alle sale fossili finali, che nulla ha da invidiare a quelli “caninici” in termini di dimensioni e bestemmie, qui aggiuntive in quanto bisogna “strapparlo” con la muta neoprene addosso. Bisogna andarci dunque, qui a vedere, sparare cazzate davanti ai bicchieri non serve. Perlatro a pensarci, un ambiente così ricco di cambi litologici e idrici come questa sistema, non ha ancora una relazione geomorfologica, ma è normale perchè a Trieste, la casa delle ricerche sul carsismo è stata affossata. Forse arriverà il momento di chiudere il sipario, e decidere che per noi la grotta è terminata così: 15 e più ore in Carso, sempre in movimento in acqua costretti dal neoprene, in viali sotterranei interminabili (ma di struggente bellezza), macerano le voglie di chi non trova qualcosa di extra nella propria motivazione personale di essere lì dentro “sul serio” e non per atto dovuto o d’accettazione sociale. Parti da vedere in realtà ce ne sono: penso solo ad un vasto fossile visto una volta da me e Ciccetto (D.Crevatin), e che attende ancora di essere esplorato e documentato. O del meandrone retroverso, o del camino da arrampicare…

Per non citare dei tre-quattro punti che ci siano sempre detti…”li guarderemo al ritorno…”

Riccardo Corazzi

Comments

comments