12 vg – Grotta di padriciano 1806 – 2016

ANNI NELLA STORIA DELLA SPELEOLOGIA TRIESTINA.

Pubblicato sul n. 63 di PROGRESSIONE anno 2016

Ingresso visto dall’interno (foto I. Ardetti)

Basovizza, essendo sulla strada commerciale di Fiume, è un luogo di continuo passaggio, e come tale ha parecchie osterie dove gli ospiti vi trovano molte provvigioni e comodità. Nella bella stagione questo villaggio è frequentato dai Triestini per l’aria purgata che vi si respira la di cui salutifera influenza si fa tosto sentire sul fisico non meno che sullo spirito. Fra Basovizza e il Monte – Spaccato fin dal 1805 si è scoperta una nuova spaziosa grotta ricca delle più variate produzioni stalattitiche, nella quale si può senza veruna difficoltà penetrare per buon tratto, ma che venendo coi soccorsi dell’arte resa sicuramente praticabile in tutta la sua estensione, accrescerebbe il numero delle meraviglie della natura che si possono vedere nelle nostre vicinanze. Così il Conte Girolamo Agapito descriveva la Grotta di Padriciano nel suo libro “Descrizione storico pittoriche di pubblici passeggi suburbani dell’escursioni campestri di notabili ville e giardini privati di piccoli viaggi di diporto sul mare ne’ contorni di Trieste” edito nel 1826. Strana sensazione la curiosità, irrefrenabile, complessa e senza limiti, madre e musa di pensieri che stimolano la ricerca dell’interessante e che presentando talvolta risvolti quasi paradossali, concentra attenzioni verso posti tanto inusuali quanto lontani, tralasciando magari di farti vedere ciò che da sempre ti si trova vicino e, nel vero senso della parola, a portata di mano. Il mio interesse per la “12“, come più comunemente in ambito speleologico triestino è conosciuta la grotta di Padriciano, è sempre stato vivo sin dai miei primi percorsi escursionistici, quel cancello che da allora tuttora immutato ne chiude l’ingresso, rappresentava per me il confine verso un mondo proibito e sconosciuto, che ebbi l’occasione di varcare per la prima volta nel maggio del 1986. Successivamente dal 2009 frequentando l’ambiente speleologico della Commissione, le occasioni si sono moltiplicate, stimolando di volta in volta la mia curiosità e spingendomi a documentarmi più con più interesse sulla sua storia. Nel 2013 durante l’uscita del 45° corso di speleologia della nostra società, feci una puntatina in una cavernetta laterale che si trova nella prima parte, nessuna difficoltà, niente attrezzature, accessibile a chiunque abbia semplicemente un discreto equilibrio e voglia di cimentarsi con poco più di tre metri di facile arrampicata, per di più agevolata da alcune antiche tacche scolpite nella roccia al fine di facilitarne la progressione. Le pareti erano tappezzate da decine di scritte, nomi, date, sigle, testimonianze di singoli visitatori, militari e persino scolaresche, graffitate con attrezzi appuntiti, scritte con matita, carboncino, con la punta della fiamma di un lume o di una candela, con la lampada a carburo, per la maggior parte risalenti tra gli inizi dello scorso secolo e i giorni nostri. Una piccola incisone rappresentante il classico copricapo di un alpino segna la salita tra alcuni massi che conducono a un ristretto anfratto laterale, dove trovano spazio a malapena non più di tre persone: qui le scritte attirano l’attenzione con più interesse, talune difficilmente decifrabili coperte come sono da un sottile velo di concrezione biancastra, come potrebbe esserlo una ghiaccia reale su di una torta, che segnano date un po’ più vecchie delle altre, alcune risalenti all’ultimo ventennio dell’800. Momento estemporaneo e simpatico di quella giornata, ma che al momento non produsse successivi e immediati interessi.

Iscrizione Starasinic 1899 (foto I. Ardetti)

Nel 2014 un “Open-Day” della Grotta di Padriciano sotto il patrocinio dell’Area Science Park, stimolò nuovamente i miei interessi, ma fu senz’altro il 2015 a determinare una svolta decisiva. Un giorno nelle settimane successive al corso di speleologia, proposi a mio figlio Igor una visita, proprio con il fine di osservare più attentamente quelle iscrizioni: reperimmo le chiavi e un pomeriggio ci avviammo, armati di macchina fotografica e block notes. Prendendo appunti e scattando foto, più a scopo documentaristico che fotografico, in quella sola cavernetta ne rilevammo quasi una quarantina, da qui il pensiero che, se in tale area ce n’erano tante, forse ce ne sarebbero state altrettante anche altrove. Fu con una sorta di mordi e fuggi che cercammo conferma alle nostre supposizioni, percorrendo il tratto di cavità che conduce al primo pozzo di 18 metri, fino dove era possibile procedere senza ausilio di attrezzature speleologiche. Pollanz Ettore 1808, la più vecchia rilevata in questo tratto, pochi metri più in basso sopra un arco di roccia che dà accesso ad una scala fissa in ferro, un piccolo monogramma graffitato “ EB “ vicino a questo un nome in carboncino talmente sbiadito da risultare quasi totalmente invisibile “Eugenio“. Vedere quel nome mi colmò di soddisfazione e nonostante l’assenza del cognome probabilmente scomparso, quel nome e quel monogramma non lasciavano molti dubbi sulla paternità di chi lo scrisse, “ Eugenio Boegan “ al quale la Commissione Grotte è intitolata e del quale si fregia con orgoglio. Guardammo l’orologio, e ci accorgemmo che erano passate più di tre ore da quando eravamo entrati, decidemmo di avviarci verso casa, non senza chiederci se mai ci fosse stato qualcuno che di queste iscrizioni avesse mai redatto un elenco. La sera stessa controllai gli appunti e li confrontai con le foto scattate, e ciò ò che apparse immediatamente fu che nelle foto era possibile distinguere alcune scritte che a occhio nudo non si notavano per nulla. Il giorno successivo, domenica 3 maggio, eravamo nuovamente lì. Altre uscite, alcune da solo, altre in compagnia si sono susseguite sino ad ora, decine di foto scattate a rocce e concrezioni dove alcune tracce promettevano bene, impiegando diversi sistemi di illuminazione che ci hanno permesso di individuare ancora una grande quantità di materiale da studio. Il “1806” segna la data più vecchia sino ad ora rilevata e tenuto conto che ci troviamo nel 2016 appare evidente che “La nostra vecchia Signora” compie 210 anni dalla sua prima visita conosciuta. A Trieste le prime notizie pubblicate su di essa si rinvengono nell’articolo “Della Grotta di Padric” pubblicato sulla rivista il “Tourista” nel agosto del 1899. Vi si narra di esploratori e esplorazioni e si fa riferimento a una lista di firme risalenti al primo trentennio dell’800, si citano pure anche due studiosi tedeschi, il Prof. Hoppe (botanico) e il Dott. Hornschuk (farmacista) provenienti da Regensburg in Baviera. Arrivarono a Trieste con fini di interesse botanico nel 1816 e la visitarono nel mese di marzo, redigendo una relazione dettagliata nel loro diario giornaliero di viaggio, pubblicato due anni dopo, nel 1818 a Regensburg, in lingua tedesca. Rimasero a Trieste sino agli inizi di giugno alloggiando presso la locanda Hundsberg al Boschetto, di proprietà di Josef Eggenhöffner, locanda che negli anni a seguire prese il nome di “Locanda agli indagatori di scienze naturali” e che fu successivamente per molti anni punto d’appoggio per studiosi e ricercatori. Josef locandiere, mastro de pozzi, fontaniere civico, attività ereditate dal padre Enrico; Josef inventore, guida per i clienti della locanda, Grotten-König (Re delle grotte), come prediligeva farsi chiamare in virtù della vasta conoscenza delle cavità della zona, che egli asseriva di possedere. Quanto si sa di lui ci viene proprio raccontato dai due studiosi tedeschi, che raccolsero i suoi racconti durante le escursioni nelle quali egli si impegnò per loro in qualità di guida. Risulterebbe quale primo scopritore della grotta, che si prodigò a sue spese di far adattare a scopi turistici nella prima parte: fece allargare strettoie, scavare gradini nella roccia e costruire sentieri in massicciata fin dove danaro, tecniche e materiali dell’epoca glielo permisero. Non trasmise le sue conoscenze ai figli, ma assunse come apprendista un giovanissimo ragazzo di Longera, tale Giovanni Svetina che negli anni a seguire apparirà, per un breve periodo e non con poche controversie, accanto a Antonio Federico Lindner nella ricerca del Timavo sotterraneo, con il quale Svetina fu tra i primi a raggiungere il punto massimo di profondità della grotta di Padriciano. Di Josef Eggenhöffner, a poche decine di metri dal bordo del pozzo terminale, punto massimo di esplorazione raggiunto allora, esiste un monogramma “ I E “ , una croce e tre date “1806, 1807, 1808”, poco più sopra una sua firma per esteso “im 21 Juli 1808 – Josef Eggenhoffner”. A qualche metro di distanza alcuni monogrammi “GB 1806” poco sotto “GB”, una croce e “2 novembre 1807” e ancora a lato “GB 1808”, forse un lavorante di Eggenhoffner o magari uno dei suoi primi clienti. Attigue e nelle vicinanze “Matzau Renato”, “Gaspar”, “Marussi Vittorio”, “Bastiansic”, “Josef Marinitch 16-12-83 (1883)”, “Sussek” e persino una scritta “Viva Austira”; quella che però e indubbiamente una delle più interessanti e complete, sovrastata da un simbolo che sembrerebbe appartenere a qualche corporazione, cita “Michel Imbert Francoise de Marseille le 9 Juni 1809”. Visitò la grotta poche settimane dopo la terza occupazione francese della città e applicando fattori di calcolo statistici e ricerche negli annali militari dell’epoca, lo indicherebbero come aspirante ufficiale della Marina Imperiale Francese; in quanto al simbolo risulta essere uno dei più rappresentativi della carboneria, solitamente di spicco e bene in mostra negli attestati dei gran maestri dell’ordine.

L’arco del portale che sovrasta la partenza del pozzo di 18 metri presenta in evidenza nella sua parte in alto a destra l’iscrizione “Hades” con attiguo “Perk”o. Hades era il circolo studentesco al quale Andrea Perko (in futuro direttore delle Grotte di Postumia) apparteneva e dal quale, dopo la chiusura da parte delle autorità austriache, buona parte dei soci confluirono a formare il Comitato Grotte Club Touristi Triestini. Nella sala alla quale si accede dopo la discesa del pozzo, prima di una strettoia si trova “I R Oppenmair” e poco vicino una delle due firme di “Lindner 1839”, ma il pezzo forte si trova al di sotto di un grande masso di crollo che appoggiandosi alla parete forma un piccolo anfratto. Vi si trovano le firma di “Pazze 16-12- 1883”, presidente della Sezione Litorale del Club Alpino Austro-Tedesco, “Paolina 8-12 1883” esponente di spicco della Società Alpinisti Triestini (futura Società Alpina delle Giulie), “Lindner” e “Svetina 26 maggio 1839”, “H Burgy 1812”, “Johan Nicolitz 30 maggio 1818”, “Vulzenegger”, “Bartak Graselt A D 1807” e molta altre, alcune di queste non più perfettamente leggibili purtroppo, rovinate da iscrizioni più recenti. A riguardo mi sorge d’obbligo una riflessione su noi frettolosi e troppo spesso superficiali speleologi o meglio come amiamo definirci qui a Trieste grottisti e dico noi poiché, seppur con riserve, non mi escludo da questa schiera, visto che nemmeno io in tanti anni le avevo mai notate.

Iscrizione Rolich (foto I. Ardetti)

Sono sempre state li, ci hanno osservato ogni volta passargli vicino, alcune persino deteriorate dallo strusciare incurante dei sacchi d’armo e dal nostro andirivieni, senza essere degnate di un minimo riguardo, ignorando noi con indifferenza la loro presenza; se non peggio quando viste, imbrattate con un tocco di malcelata ignoranza o quasi spregio, apponendovi sopra nuove scritte a caratteri cubitali, fatte con vernice rossa o lampada a carburo, quasi che la valenza di un grottista si quantificasse in relazione alla misura dei caratteri del suo nome. Oltre all’evidente nome di “Georg Starasinic 1899” che fa bella mostra di sè al centro della prima sala all’ingresso, nella stessa zona ve ne si trovano molte altre, alcune come “Rolich”, “A.Vicic 1880”, “Mocnik 1861”, “Laurencic”, “Ploetagh”, “Fland”, “Kodermatz” grafitate con eleganza. Osservare più attentamente i metodi d’esecuzione delle iscrizioni, equivale per buona parte a determinarne con una certa approssimazione il periodo in cui sono state fatte; con grafia semplice, graffitate ai primordi (anche se alcune con grafia elegante); poi incise più profondamente con precisione del solco; quindi con lume di candela o lanterna, carboncino, matita e solamente dagli inizi del ‘900 con la fiamma della lampada a carburo… in un crescendo di approssimazione per finire con la vernice degli anni venti e trenta del ‘900. Di personaggi come Giuseppe Sigon, capo dei pompieri di Trieste tra il 1840-50 che fece lavori di scavo sul fondo della Gr. di Padriciano, Anton Hanke esponente di spicco della Sezione Litorale del Club Alpino Austro-Tedesco che fu la seconda persona a redigere un rilievo di grande precisione della cavità nel 1883, l’Hauptmann J. Berchem che redasse il primo rilevo della cavità nel 1842, l’ing. Costantino Doria che nel 1885 redasse il terzo rilievo, associato alla relazione dettagliata scritta da Antonio Marcovich, non si sono trovate ancora iscrizioni, nonostante il loro impegno tecnico scientifico abbia apportato non poche conoscenze in merito. Se come molti asseriscono la speleologia è nata a Trieste, allora la “Grotta di Padriciano“ ne è stata sicuramente parte di spicco se non persino precettrice, quel Josef Eggenhoffner che agli inizi dell’800 la scoperse e la esplorò fino dove allora era possibile; da fontaniere civico addetto al mantenimento degli acquedotti cittadini, forse cullava un sogno che trovava spunto nelle storie e leggende della valle di San Giovanni, quelle di un mitico fiume sotterraneo le cui acque vennero contenute, per evitare disastrose alluvioni, da una serie di porte di ferro, della cui posizione nel tempo si perse notizia, ma non memoria.

Iscrizione Močnik 1861 (foto I. Ardetti)

Eggenhöffner era persona pratica, magari non molto colta, ma ingegnosa e concreta, sarebbe quindi ovvio supporre che la sua ricerca nelle grotte del Carso non celasse solamente come fine l’attività turistica; altrimenti non avrebbe senso il fatto che trentadue anni più tardi, la Grotta di Padriciano fu la prima grotta della quale Lindner e Svetina indagarono le profondità. La parte di grotta in cui sono state censite le iscrizioni, delle quali sino a ora se ne contano circa duecento, si ferma attualmente sul margine superiore dell’ultimo pozzo, di 45 metri. Alla base di questo ce ne sono altre, come sicuramente altre se ne potrebbero rilevare nei posti già censiti, poiché ad ogni nostra nuova visita viene rilevato sempre qualcosa di nuovo, sfuggito la volta precedente. Sembrerebbe quasi che la Vecchia Signora abbia voluto onorarci, facendoci partecipi di alcuni suoi piccoli segreti, forse per invitarci a custodirli con cura e cercare di preservarli al meglio. Dovremmo essere più attenti a insegnare ai ragazzi che si avvicinano alla speleologia il rispetto di quanto nelle grotte li circonda e chissà che la vecchia “12” non serbi anche per loro qualcosa di nuovo da svelare, magari a chi con un po’ di umiltà, sappia scrutare nel profondo buio della sua anima.

Giuliano Ardetti