Maja-Hekurave 2015

Spedizione Maja-Hekurave 2015

Pubblicato sul n. 63 di PROGRESSIONE anno 2016

La condotta che costituisce l’ingresso (foto A. Fedel)

Dopo le esplorazioni di agosto è stata organizzata nel mese di settembre 2015 una spedizione sul massiccio del Maja- Hekurave, situato nei pressi della cittadina di Bajram Curri. Inizialmente dovevamo essere di più; purtroppo all’ultimo momento ci sono state numerose defezioni sia per impegni di lavoro che per motivi più o meno pretestuosi. Pertanto il giorno della partenza, il 4 settembre 2015, ci siamo trovati all’appello solamente in tre: Lucio Comello, Eugenio Dreolin e Aldo Fedel. L’obiettivo prefissato e sicuramente ambizioso era di esplorare alcune promettenti cavità già individuate, o anche parzialmente discese, durante la campagna precedente; una di esse profonda sicuramente 80m prima di un ulteriore pozzo. A tale scopo era necessario predisporre un campo base a circa 2100m, nei pressi dell’altopiano carsico, individuato gli anni precedenti (vedi Progressione n°62) e in corrispondenza di una selletta dove ci sono alcuni ruderi di ricoveri di pastori. Dopo oltre 24 ore di viaggio, funestato dall’immancabile taglieggiamento da parte di un sedicente poliziotto montenegrino, abbiamo raggiunto la località di Bajram Curri. Lì abbiamo preso contatto con Edi e Leon, quest’ultimo il proprietario dell’Hotel Royal. Edi si è dimostrato inaffidabile già dalle prime discussioni in merito al prezzo del trasporto in fuoristrada fino al Liqeni Ponarit, laghetto a quota 1350m dove sono situate delle malghe e che funge da punto di partenza dei sentieri che portano all’altopiano. Tuttavia, una volta raggiunto il Liqeni Ponarit, ci siamo comunque di buon grado affidati a Edi per la fornitura dei cavalli da soma che erano indispensabili per il trasporto dei materiali per allestire il campo in quota; a posteriori bisogna ammettere che la scelta non è stata azzeccata. Difatti il giorno successivo, in serata, dopo aver atteso invano l’arrivo dei cavalli, con Edi sempre irraggiungibile al cellulare, è stato evidente che sul suo supporto logistico non si poteva contare e che quindi svaniva la possibilità di allestire il campo in quota. Si è pertanto deciso di raggiungere inizialmente una cavità già individuata posta a circa 1750m; essa era stata segnalata come una breve condottina decapitata, di evidente origine freatica, impraticabile dopo pochi metri, però caratterizzata da una discreta corrente d’aria. Abbiamo raggiunto l’ingresso, ben visibile dal basso, posto su una parete rocciosa, dopo circa 3 ore di cammino, reso faticoso dal terreno impervio, nonostante avessimo con noi una attrezzatura minimale. Con un breve lavoro di disostruzione si è potuta forzare la strettoia che impediva l’accesso ai vani interni. La cavità, che risulta piuttosto interessante e complessa già in questa prima parte, è stata esplorata con attrezzature di fortuna sino alla profondità di circa 20m ed è interessata da notevoli fenomeni di crollo; inoltre le pareti dei pozzi sono alquanto instabili. La scarsità di materiali non ci ha permesso di scendere un ulteriore pozzo stimato almeno 10m.

La condotta che costituisce l’ingresso (foto A. Fedel)

Constatato definitivamente in serata che l’arrivo dei cavalli era una mera utopia, si è deciso di raggiungere comunque l’altopiano, anche in questo caso con equipaggiamento leggero, senza prevedere alcun pernottamento in quota. Pur non appesantiti dal carico, raggiungere solamente la più vicina delle cavità da esplorare ci ha impegnati per oltre 4 ore di cammino; a questo punto, sapendo che l’esplorazione avrebbe comportato diverse ore di permanenza in grotta (visto che era già stata discesa sino a -80), abbiamo dovuto optare per una battuta di zona che ci ha permesso di individuare ulteriori interessanti punti di assorbimento e di constatare che le potenzialità esplorative dell’area sono notevoli (anche per l’elevata quota dell’altopiano, la cui parte più alta raggiunge circa i 2300m). Al rientro, dopo oltre 10 ore di cammino, finalmente siamo riusciti a contattare Edi, con il quale Lucio ha avuto un colorito per quanto inutile scambio di insulti. Eravamo già al quarto giorno di permanenza al campo presso il Liqeni Ponarit e le previsioni del tempo per i giorni successivi non erano incoraggianti. Tra l’altro lo sterrato che permette di scendere a Bajram Curri è a tratti ripido ed alquanto sconnesso e con forti piogge diviene impraticabile per il fango. Con il maltempo c’era quindi il rischio di dover rimandare il rientro magari di diversi giorni. Si è optato pertanto di contattare Leon affinché venisse a prelevarci col fuoristrada il giorno successivo. Abbiamo passato la notte a Bajram Curri; e ci è andata bene perché in effetti la mattina seguente il tempo si era guastato e pioveva a dirotto. Ciò non di meno è stata fatta un’escursione nella valle di Valbona (a NE del massiccio del Maja-Hekurave), con lo scopo di individuare la risorgiva già segnalata dal consocio Elio Padovan ancora negli anni ‘90. Abbiamo verificato che la Valle di Valbona, oltre a questa risorgiva, ne presenta anche altre, che danno l’idea della potenzialità rappresentata dall’altopiano calcareo sovrastante. Nel pomeriggio dello stesso giorno abbiamo iniziato il rientro seguendo la strada tortuosa e sconnessa che conduce a Scutari la quale, a seguito delle forti piogge, presentava numerose frane, per cui in diversi punti siamo stati costretti a rimuovere le pietre che impedivano il passaggio (con il pericolo che altri blocchi ci cadessero addosso…). Per il ritorno abbiamo scelto la litoranea “Jadranska Magistrala” e abbiamo visitato le Bocche di Cattaro e la parte iniziale della Velika Paklenica. Questo itinerario, seppure lungo, riserva bellissimi scorci del paesaggio delle isole della Dalmazia e dei monti del Velebit. Non è stata stata una spedizione di grande successo, ma l’esperienza ci ha suggerito come migliorare la logistica per le prossime campagne esplorative.

GROTTA DI QUOTA 1750M

La cavità si trova a circa 1750m su una parete rocciosa alta una cinquantina di metri, che degrada su un ripido ghiaione in parte ricoperto da vegetazione, ed è chiaramente visibile anche in lontananza. L’ingresso è costituto da una modesta condotta a sezione pressoché circolare, situata a pochi metri d’altezza dal ghiaione sottostante e vi si accede con una facile arrampicata. La condotta, avente il diametro non superiore a un metro, dopo circa 4 m terminava con una strettoia impraticabile ostruita da concrezione calcitica e detriti. Con un breve lavoro di demolizione il passaggio è stato reso agibile ed ha permesso di accedere ad un pozzo di circa 15m. Tale pozzo ha inizio con una struttura meandriforme ed è largo circa mezzo metro (prosegue anche verso l’alto con un camino), per poi allargarsi gradatamente sino al fondo che misura circa 2m di diametro. All’altezza di circa 5m dal fondo, vi è una finestra che conduce ad un pozzo parallelo, dalle pareti molto instabili, sormontato da un camino, che è stato disceso per una decina di metri sino ad un terrazzo; poi il pozzo prosegue per almeno altrettanti metri, che non sono stati discesi per mancanza di materiali. All’altezza della sopracitata finestra, proseguendo in traversata lungo la stessa diaclasi, vi è un altro pozzo parallelo più angusto, che con tutta probabilità è comunicante con quello inesplorato. Dall’ingresso fuoriesce una discreta corrente d’aria; gli ambienti più interni sono caratterizzati da roccia instabile. Posizione: Wgs 84: 42° 21’ 41.71 N – 19° 59’ 47.37 E Quota ingresso: 1770 m Profondità: 20m (approssimativa) Sviluppo: 30m (approssimativo)

Lucio Comello

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