Ferruccio Mosetti

 

FERRUCCIO MOSETTI – TRIESTE 29 MARZO 1929 – TRIESTE 29 OTTOBRE 1992

Non è facile scrivere una biografia quando si tratta di quella di uno studioso così completo come lo è stato Ferruccio Mosetti, studioso che in quarant’anni di vita operosa ha lasciato oltre 500 pubblicazioni su argomenti che vanno dalla geodesia all’idrologia, dalla geoelettrica alla meteorologia, dall’oceanografia dalla speleologia ed al carsismo. In questa rubrica ci si limita a tratteggiare per sommi capi il suo apporto agli studi correlati alla speleologia ed all’idrogeologia carsica, lasciando ad altri il compito, non semplice, di analizzare e descrivere il suo contribuo alle scienze intese nel senso più vasto.
Ferruccio Mosetti, giovane di vivace intelligenza, nel 1950 è assunto – ventunenne – all’Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste (struttura scientifica di cui qualche anno dopo diverrà direttore). L’anno successivo si laurea in fisica all’Università di Trieste con il professor Vercelli, scienziato da cui eredita la passione per lo studio del mare e per la meteorologia, conseguendo poi nel 1962 la libera docenza in oceanografia.
Gli anni Sessanta lo vedono a Bari ove insegna, presso la locale Università, dapprima oceanografia (1960-1963) e quindi fisica terrestre (1963-1965). Dal 1965 al 1970 insegna fisica terrestre all’Università di Trieste; nel 1970 vince la cattedra di oceanografia, disciplina che insegnerà sino al 1992, anno in cui la sua forte fibra è stroncata da un mare incurabile.
Molto attivo – la sua bibliografia conta oltre 500 pubblicazioni scientifiche, la collaborazione con varie enciclopedie e alcuni libri – è membro di molte associazioni e accademie: Accademia dei Lincei, Accademia Pontificia, fra i fondatori e primo presidente del Rotary Club “Trieste – Carso – Muggia”, socio (e per un periodo presidente) della Società Adriatica di Scienze, della Pro Natura Carsica per citarne solo alcune.
Anche se l’oceanografia e la fisica terrestre sono le sue principali materie di insegnamento, molti sono stati i campi dello scibile cui dedica le sue energie e il suo interesse, guadagnandosi moltissimi riconoscimenti e medaglie.
Di notevole importanza per la speleologia è l’apporto da lui dato agli studi di idrologia carsica applicandovi la tecnica della geoelettrica, studi in cui ha conseguito risultati di notevole interesse.
Sin dai primi anni della sua carriera Ferruccio Mosetti è presente nel mondo speleologico portandovi le sue competenze e le nuove idee – frutto dei suoi studi e delle sue ricerche sul campo – in materia di idrologia carsica e geofisica. Nel 1956 pubblica su Rassegna Speleologica Italiana, la più prestigiosa rivista di speleologia di quegli anni, due articoli sulla geoelettrica: il primo (a. 8, n. 1) sulle possibilità che questa tecnica offre alla ricerca speleologica ed il secondo (a. 8, n. 3-4) sulla prospezione geoelettrica fatta nelle Grotte di Castellana. Altra rivista con cui collabora sono gli Atti e Memorie della Commissione Grotte “E. Boegan”: vi è presente nel numero 3 (1963) con l’esposizione dei nuovi metodi di studio delle acque sotterranee, nel numero 6 (1966) con una disamina delle vicissitudini costiere dell’Alto Adriatico, nel numero 11 (1971) con uno studio sulle influenze carsiche nelle falde acquifere del conoide isontino ed infine nel numero 25 (1985) in cui assieme alla figlia Paola in trenta pagine espone i risultati delle sue ricerche sulla carsificazione profonda del Carso triestino.
Oltre che sulle riviste di speleologia Mosetti frequenta pure i congressi speleologici: al 9° Congresso Nazionale di Speleologia (Trieste 1963) porta una relazione sui moderni mezzi di indagine geofisica ed idrologica negli studi sulle acque carsiche sotterranee, gli Atti del 3° Convegno Speleologico della Regione Friuli Venezia Giulia (Gorizia 1977) ospitano un suo contributo alla conoscenza della profondità dell’incarsimento nel Carso triestino mentre il Simposio Internazionale sull’Utilizzazione delle Aree Carsiche (Trieste 1981) lo vede tra i relatori ufficiali con un aggiornamento sulle indagini geofisiche per l’utilizzo delle aree carsiche.
Di fondamentale importanza è il suo apporto, negli anni ’60, alla risoluzione del problema del collegamento delle acque del Recca-Timavo, problema posto dallo studioso sloveno France Bidovec che ipotizzava essere marginale il contributo della Notranjska Reka (Recca, Timavo Superiore) alle risorgive del Timavo, attribuendone invece l’alimentazione principale dal fiume Isonzo. Sono numerosi gli scritti che Mosetti, in collaborazione con altri studiosi, ha dedicato a questo tema.
Gli speleologi del Friuli Venezia Giulia il 18 dicembre 1987 gli hanno assegnato il Premio San Benedetto Abate “… per gli alti meriti acquisiti nello studio della geoidrologia e geofisica applicata ai territori carsici”. La morte prematura ha privato la speleologia regionale di una mente che avrebbe sicuramente potuto dare ancora molto. (PG)

Bibliografia speleologica

Per non appesantire troppo il testo, la parte speleologica della cospicua bibliografia di Ferruccio Mosetti è stata inserita nella sezione Bibliografie, alla quale si rimanda il cortese lettore.
 Ulteriori notizie su Ferruccio Mosetti si possono trovare in:

  •  – – , 1992: E’ morto Mosetti, geofisico illustre, Il Piccolo, Trieste 30 ott. 1992: 12
  • – – , 1992: Improvvisa scomparsa del professor Mosetti. Negli anni ’60 diresse l’Osservatorio geofisico, Trieste Oggi, 30 otto. 1992
  • [Bussani M.], 1992: Ferruccio Mosetti, Hydrores, a. IX, 10: 51, Trieste dic. 1992
  • Dini A., 1992: Il Premio “San Benedetto Abate”, patrono degli speleologi italiani, Ipogea ‘92: 30-31
  • Finetti I. R., 1992: Memorial F. Mosetti, Boll. di Geofisica Teorica e Applicata, vol. 34, n. 136: 317-318, Trieste dic. 1992
  • Guidi P., 1993: Rimembranze. Ferruccio Mosetti, Progressione 28: 72; Trieste 1993
  • Pagan F., 1992: Mosetti, un fisico naturalista, Il Piccolo, Trieste 1 nov. 1992: 15

RICORDO di FERRUCCIO MOSETTI (il fisico delle acque)

Tratto dal volume di Giovanni Battista Carulli:
Bibliografia Geologica del Friuli Venezia Giulia 1700-2010 (Pubbl. n. 53 – Ed. Mus. Friul. Sto. Nat. Udine, 2012), il nome di Ferruccio Mosetti compare un’ottantina di volte, con studi e ricerche eseguite tra il 1948 ed il 1993. Nel corso di tutti questi anni si occupò prevalentemente di “acque”, sia dolci che marine. Dai titoli dei lavori, gli studi prevalenti furono indirizzati sulla oceanografia e geomorfologia (dei fondali) dell’Alto Adriatico, idrogeologia, geofisica applicata, geochimica, in riguardo alle acque soprattutto quelle sotterranee della bassa pianura friulana e dell’area prealpina. In particolare troviamo ancora una serie di importanti lavori sulle acque del sistema Timavo ipogeo e sue risorgive, argomenti questi di idrogeologia carsica, che furono trattati con altri studiosi, in particolare con Carlo D’Ambrosi, grande conoscitore della geologia dell’Istria e del Carso triestino.
Non ricordo con esattezza quando ebbi i primi contatti con Mosetti, ma certamente in un tempo successivo al 6° Congresso Nazionale di Speleologia, tenuto a Trieste nel 1954. Fu in quell’occasione che conobbi il prof. Michele Gortani, Carlo D’Ambrosi, Franco Anelli delle Grotte di Castellana, Francè Habe, dell’Istituito di Ricerche Carsiche di Postumia. Avevo ormai alle mie spalle circa 9 anni di studi sul “carsismo”, su base geologica, che interessarono in particolare il D’Ambrosi e, da quel momento divenni la sua “spalla” nelle ricerche. Ma il problema “Timavo” sempre ed ancora irrisolto, dominava l’interesse generale in riguardo all’approvvigionamento d’acqua per la città di Trieste. L’incontro Mosetti – D’Ambrosi e di riflesso con il sottoscritto, avvenne in conseguenza di sollecitazioni da parte di diverse “Autorità”, per sviluppare ulteriori conoscenze in merito all’idrogeologia carsica, che nel passato furono caratterizzate da alterne vicende. Ma ciò che unì maggiormente i nostri interessi, avvenne a partire dal 1960, sulla provocatoria proposta di Franc Bidovec di Lubiana, di considerare che le risorgive del Timavo non vengono alimentate dal Timavo superiore (per loro Reka), ma … dall’Isonzo. A prescindere che da un punto di vista idrogeologico si può dire di tutto e di più, veniva completamente ignorato che tale collegamento (Isonzo – Timavo) non fosse possibile per delle ragioni squisitamente geologiche, (probabilmente “ignorate” dal proponente). La causa è la presenza del “complesso dolomitico cenomaniano” che risulta chiaramente interposto tra il Monte San Michele (zona del Lago di Doberdò) e l’area delle Risorgive del Timavo. Seguirono due anni di proposte formulate da D’Ambrosi – Mosetti, per tentare di illustrare, sulla base di considerazioni sulle non semplici condizioni idrogeologiche carsiche relative a tale collegamento. Finalmente, nel 1963 studiosi di Trieste, Lubiana e Vienna (Mosetti, Eriksson, Bidovec, Hodoscek, Ostanek), utilizzando il “tritio” come tracciante delle acque ipogee tra S. Canziano e le Risorgive di Duino, venne inequivocabilmente accertato … il rapporto di dipendenza tra la Notranjska Reka stessa, l’acqua della Grotta di Trebiciano, quella di Aurisina e delle stesse risorgive del Timavo … Oltre a questo accertamento logicamente scontato, il Mosetti intensificò le ricerche sull’idrologia del nostro sistema carsico. Rimasero però sempre dei dubbi sulla possibilità di un collegamento, anche non determinante sulle portate generali, da parte di acque provenienti dalla “sub-alvea” isontina, al contatto della zona carsica facente parte del Monte San Michele. Il Mosetti constatava che: …in magra il Timavo inferiore (risorgive) è alimentato da piccole quantità di acqua del Timavo superiore (Grotte di S. Canziano), mentre nei momenti di piena …si assisterebbe ad un contributo pressoché totale da parte del Timavo superiore alla (sua logica) risorgiva a San Giovanni di Duino. A questo proposito in altro suo studio, ricorda che va considerata anche la piovosità sulla superficie del Carso triestino (all’incirca 1000 kmq), dove tali acque…per “cause carsiche” vanno ad alimentare direttamente la portata della sottostante falda carsica e … alla sua alimentazione, concorre anche il Timavo superiore. Ma nel 1963 in altro studio, il Mosetti assieme al D’Ambrosi, continua nel ricercare se vi fosse una più o meno remota possibilità di una: … alimentazione fra il Timavo e l’Isonzo. Questa viene però solo supposta, in corrispondenza del profondo “Solco del Vallone”, in direzione del Lago di Doberdò, e da questo punto per delle “vie” sempre intuitive, vi sarebbero delle fuoriuscite sparse di acque carsiche, anche verso il Timavo, ma in quantità assolutamente non accertabile.
Non sono riuscito a spiegarmi come il D’Ambrosi, buon conoscitore della geologia del Carso non si sia ricordato che lo “specchio d’acqua” di Doberdò, è sito su di un “locale” livello di base carsico, condizionato, come già accennato, dal “complesso dolomitico cenomaniano”, per definizione paracarsificabile. E’ pertanto un po’ difficile che possa esistere un collegamento significativo di cui tenere conto… in un bilancio idrico. Ma da “carsista” debbo fare un’altra osservazione: è molto più probabile che al contrario, possano esistere delle alimentazioni idriche da parte del Carso di Doberdò (Carso isontino), verso la sub-alvea dell’Isonzo. Ciò per una semplice logica, che le acque meteoriche cadenti in zona carsificata vanno al alimentare il livello di base (locale), per caduta e quindi dall’alto in basso e, in seguito, tali acque tendono a fuoriuscire in corrispondenza di un livello ritentivo, dovuto ad una massa di materiali argilloso – sabbioso – detritico (quindi in zona satura) delle alluvioni isontine, per spinta laterale. E’ quindi piuttosto difficile che, in tali situazioni idro-geomorfologiche, possa verificarsi una controspinta ad andamento sub orizzontale, dovuta alle acque dell’Isonzo scorrenti in prossimità di questa “struttura carsica”.
Dopo alcuni anni di continue ricerche in varie “direzioni”, il Mosetti, assieme a sua figlia Paola (era il 1986), esordisce in un’importante ed assai significativa considerazione e …proposta di studio: formulando l’ipotesi che l’incarsimento del Carso Triestino sia assai più profondo di quanto finora noto. Era questa una “ipotesi” comunque già da tempo “sospettata” dagli studiosi di carsismo, invero molto rari, ma non suffragata da prove certe, anche indirette, come invece ci vengono indicate dai Mosetti. Già a partire dal 1954 il Mosetti segnalava che da rilievi geoelettrici eseguiti in corrispondenza della Cartiera del Timavo erano state individuate al di sotto del materasso alluvionale nella sottostante giacitura rocciosa calcarea, delle depressioni a “canyon” situate ad oltre 80 m al di sotto dell’attuale livello del mare. Doveva quindi trattarsi di profonde incisioni di tipo fluviale avvenute in ambiente (allora) subaereo. Per il Mosetti, risultati maggiormente probanti si ebbero nel 1974 e poi nel 1984-85, con la terebrazione di pozzi per le ricerche promosse dall’ACEGA per il nuovo Acquedotto di Trieste, nella pianura isontina a NW di Monfalcone. In località Cassegliano, venne trovato il basamento calcareo a -178,5 m s.l.m. Perforati 4 m di roccia, si trovò una “cavità carsica”, che fu attraversata per una profondità di circa 12 m, senza incontrare il suo fondo. Furono comunque carotati grossi frammenti di concrezione calcitica, ciottoli calcarei e terra rossa. Segni questi di un’estrema evidenza nella loro deposizione, quando il “livello” del mare doveva trovarsi a parecchie centinaia di metri al disotto dell’”attuale” livello. E tale indubbia “galleria fluviale” era diretta grosso modo verso SW ed il suo sbocco o risorgiva doveva trovarsi lontano molti chilometri, rispetto all’attuale linea di riva. Altri pozzi perforati in località San Zanut hanno trovato il basamento calcareo a 138,63 m ed a 160,12 m sempre sotto all’attuale livello del mare. Quindi il Mosetti, dopo altre considerazioni sulle terebrazioni eseguite, ci parla di aver messo in evidenza un incarsimento “fossile”, ma forse il termine più appropriato sarebbe invece: “sepolto”. Il Mosetti conclude segnalando di avere avuto ulteriori prove indirette, mediante rilievi geoelettrici e sismici.
A proposito delle cause sull’abbassamento del livello dell’Adriatico (meglio di tutti i mari del pianeta Terra), viene proposta quella, che per noi “carsisti” è assai improbabile, derivata dalla fusione dei ghiacciai pleistocenici. Resta comunque inteso che il Mosetti ritiene che la “causa principale” di tale abbassamento del livello marino, sia dovuta al “prosciugamento del Mediterraneo” avvenuta nel Miocene. Si deve però ricordare che nel Pliocene (5-6 milioni di anni fa), il livello del “mare” al contrario, raggiunse delle quote superiori ai 300 m, rispetto al livello “attuale”, testimoniate dai depositi marini sabbioso-argillosi gialli dell’Astiano e Piacenziano (Pliocene), lungo tutto l’arco della Val Padana. Sedimenti questi, facenti anche parte dei “depositi di riempimento” nelle cavità “a galleria” del Carso triestino.
Sulla base delle ricerche speleologiche e nostri modesti studi carsici, da tempo si sospettava che fosse molto probabile la possibilità di un incarsimento, almeno di 200 metri al disotto dell’attuale livello del mare. Fu proprio in forza dalle evidenti certezze forniteci dalle ricerche del Mosetti, che tra il 1990 ed il 1992 si svolse una delle più importanti esplorazioni spelosubacquee, che prese il nome di “Progetto Timavo 2000”, voluto ed organizzato dalla Commissione Grotte “E. Boegan”, della Società Alpina delle Giulie (CAI), dalla Società Adriatica di Speleologia, con l’attiva collaborazione della Federation Française d’Etudes et de Sports Sous Marins (Claude Toulomdjian) ed infine dal Labirint Club di Brno (Michael Piskula). Nelle lunghe esplorazioni dei tre rami delle Risorgive del Timavo, furono rilavati oltre 2 km di gallerie completamente sommerse e in un punto si raggiunse la quota di -82 m s.l.m. Questo fu un trionfo per la speleologia, … ma si aperse anche una non facile “porta” per gli studi carsici, o meglio per i “carsisti”!
Concludo con un ricordo (personale) ed anche indiretto, che riguarda il prof. Mosetti.  Ormai le diverse perforazioni nella bassa pianura isontina  per la cattura delle acque del nuovo acquedotto per Trieste, al posto del Timavo, erano da tempo avviate.  Accadde, con mia particolare meraviglia, di essere urgentemente convocato … mi dissero che il prof. Mosetti essendo ricoverato in ospedale, non poteva essere interpellato e,…considerato che nelle perforazioni era sorto un problema ed essendo  a conoscenza, che nelle ricerche oltre al prof. D’Ambrosi c’ero anch’io,… mi venne sottoposto il seguente “quesito”: … dall’analisi delle acque di “una” perforazione, era risultato un eccesso di cloruri … mi fu richiesto se fosse possibile che in profondità si sarebbe potuto intercettare qualche antico “bacino” soprasaturo di acqua marina? Mi feci indicare su una carta topografica la posizione dl sondaggio. Sospettai che la perforazione fosse stata eseguita in corrispondenza di un piano di faglia ad orientamento NW-SE, che data la sua posizione poteva essere quello della “linea della faglia di Palmanova” (o qualche sua sub parallela variante), dove era possibile trovare … di tutto! Suggerii di spostare le perforazioni alcuni chilometri verso Ovest. Non conosco il seguito, il prof. Mosetti nel frattempo ci aveva lasciato per sempre.
Fabio Forti, il “carsista”

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