Storia della speleologia e del soccorso

 La sezione speleologica del corpo del Soccorso Alpino

L’8 agosto 1965 in un tragico incidente nella grotta Guglielmo Como) perdeva la vita il giovane milanese Gianni Piatti. Per l’opera di soccorsi riunivano sul Monte Palanzone speleologi provenienti da Milano, Torino, Bologna, Como e Trieste. Quella triste circostanza mise alla luce la precarietà del soccorso prestato con tanta generosità e spirito di sacrificio, ma improvvisato e privo di mezzi tecnici e finanziari adeguati.

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Infortunistica speleologica in Italia – Cinque anni di incidenti in grotta e in forra (1998 – 2002)

Presentazione
Dopo “50 anni di infortunistica speleologica in Italia (1947-1997)”, Pino Guidi e Aurelio Pavanello, infaticabili e meticolosi come sempre, ne hanno preparato l’aggiornamento.
Ma “Infortunistica speleologica in Italia — 5 anni di incidenti in grotta ed in forra (1998-2002)” non si limita al pur importante ed indispensabile aggiornamento del precedente volume, ma, come indicati nel titolo, introduce ed inizia l’analisi degli incidenti in forra.
La frequentazione delle forre, che va senz’altro annoverata tra le attività ludiche emergenti, sta coinvolgendo sempre più appassionati registrando, purtroppo, ma forse il fatto è inevitabile, l’aumento di alcuni incidenti.
E’ proprio dalla loro analisi critica che possono emergere indicazioni utili alla loro prevenzione.
Anche per questa importante valenza de/loro lavoro il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, mio tramite, ringrazia Pino Guidi, Aurelio Pavanello e quanti a vario titolo hanno con loro collaborato per aver portato a termine questo lavoro.
                                                                       Armando Poli Presidente C.N.S.A.S.

Questo lavoro è la continuazione di una analisi condotta oramai da molti anni per quel che riguarda le grotte e ampliatasi alle forre più recentemente. E’ un esame accurato delle dinamiche degli incidenti, delle loro cause e delle conseguenze, delle caratteristiche degli infortunati; l’obiettivo degli autori è sensibilizzare ancora di più tutti coloro che praticano queste attività verso l’aspetto della prevenzione, dato che è ormai statisticamente assodato che quasi il 90% degli incidenti è imputabile direttamente a errori umani.
Per fortuna oggi possiamo affermare che, non solo grazie a questo tipo di pubblicazioni, ma anche e soprattutto ai Corsi di Speleologia delle Scuole della Società Speleologica Italiana e del Club Alpino Italiano, l’argomento “prevenzione” è adeguatamente affrontato nel caso delle esplorazioni nelle cavità naturali. Chi inizia l’attività speleologica, infatti, si aggrega ad un Gruppo ben organizzato ed è seguito da Istruttori di provata capacità. Ben diversa è ancora la situazione nel Torrentismo, attività che si sta diffondendo molto rapidamente ma ancora in modo pressochè incontrollato (molto spesso basta acquistare una “guida” che descriva l’area che si vuol visitare), e quindi troppe persone si avventurano nelle forre italiane senza possedere la necessaria tecnica ed esperienza, mettendosi, a volte inconsapevolmente, in situazioni di pericolo anche grave. Anche in questo settore sarebbe bene che le Associazioni che si occupano di questa attività si attivassero per organizzare in maniera concertata dei Corsi di introduzione al Torrentismo in cui la prevenzione fosse adeguatamente presente, al fine di minimizzare i pericoli insiti in questo tipo di attività sportiva.
Nel presente lavoro, frutto della lunga esperienza degli autori, speleologi di vecchia data che hanno preso parte ad esplorazioni speleologiche di notevole importanza ed a innumerevoli operazioni di soccorso in grotta, oltre agli aspetti strettamente legati all’infortunistica, si è voluto anche, per quanto possibile, fotografare l’attività speleologica italiana: quanti Gruppi Speleologici sono attivi e con quanti iscritti operano, quante cavità naturali sono attualmente note, ecc…
Il tutto trattato senza dimenticare la passione che li lega al mondo sotterraneo, tenendo ben presente che non esistono montagne, grotte o forre “assassine”, ma grandi e piccole imprudenze da parte degli esseri umani.
Paolo Forti
Presidente Onorario Unione Internazionale di Speleologia

Infortunistica speleologica nel Friuli Venezia Giulia (1808 – 1995)

Con questo volume esce un’altra opera di Franco Gherlizza, autore che certamente non ha bisogno di presentazioni nelI’ambiente visto il successo ottenuto dai suoi precedenti libri. Se lo stile di questo volume e in linea con quello di “-100” o di “Spelaeus”, cambia radicalmente I’argomento: non si parla piu di grotte, ma di speleologi, o, se si vuole, di grottisti, termine che può meglio accomunare i “professionisti” del sottosuolo con gli occasionali ma assidui frequentatori delle grotte della nostra regione. Anzi, più che di grottisti, si parla degli incidenti avvenuti nel corso di quasi due secoli di storia della speleologia; eventi che, nel bene e nel male, dai fatti comici, fonte inesauribile di scherno per compagni e soci, alle tragedie, che hanno invece lasciato un segno indelebile nell’animo di amici e parenti, costituiscono parte integrante di quel patrimonio genetico proprio di quelle centinaia di esseri umani che alle grotte della nostra regione hanno dedicato parte della propria vita, se non addirittura la vita stessa.
Il volume esce sotto gli auspici della Federazione Speleologica Triestina e questo sembrerà forse strano a qualcuno. Ma se parliamo di incidenti, non possiamo fare a meno di parlare di Soccorso e allora vedremo, al di la della macchina burocratica che esiste per necessità, che ciò che anima il soccorritore e un qualcosa che non ha niente a che vedere con quelle sigle e tessere che ancora oggi, alle soglie del 2000, sembrano talora dividere la speleologia regionale e triestina in particolare. I sentimenti di amicizia e solidarietà, nonchè la comunanza di passione e di intenti, manifestatisi in tutte le situazioni verificatesi negli anni ed accuratamente descritte nel libro, sono proprio gli stessi che devono essere alla base degli ideali di qualsivoglia progetto che tenda a promuovere I’attività tra i gruppi per il progresso di quella comune passione chiamata speleologia, anzi Speleologia. Presentiamo dunque ai lettori un libro utile anche per farci meglio comprendere, grazie ad una rilettura attenta ed appassionata degli errori del passato, chi siamo e da dove veniamo, condizioni queste necessarie per capire forse dove stiamo andando.
                                                                                                   Kraus Mauro

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Infortunistica speleologica nel Friuli Venezia Giulia (1808 – 1995)

Con questo volume esce un’altra opera di Franco Gherlizza, autore che certamente non ha bisogno di presentazioni nelI’ambiente visto il successo ottenuto dai suoi precedenti libri. Se lo stile di questo volume e in linea con quello di “-100” o di “Spelaeus”, cambia radicalmente I’argomento: non si parla piu di grotte, ma di speleologi, o, se si vuole, di grottisti, termine che può meglio accomunare i “professionisti” del sottosuolo con gli occasionali ma assidui frequentatori delle grotte della nostra regione. Anzi, più che di grottisti, si parla degli incidenti avvenuti nel corso di quasi due secoli di storia della speleologia; eventi che, nel bene e nel male, dai fatti comici, fonte inesauribile di scherno per compagni e soci, alle tragedie, che hanno invece lasciato un segno indelebile nell’animo di amici e parenti, costituiscono parte integrante di quel patrimonio genetico proprio di quelle centinaia di esseri umani che alle grotte della nostra regione hanno dedicato parte della propria vita, se non addirittura la vita stessa.

 Il volume esce sotto gli auspici della Federazione Speleologica Triestina e questo sembrerà forse strano a qualcuno. Ma se parliamo di incidenti, non possiamo fare a meno di parlare di Soccorso e allora vedremo, al di la della macchina burocratica che esiste per necessità, che ciò che anima il soccorritore e un qualcosa che non ha niente a che vedere con quelle sigle e tessere che ancora oggi, alle soglie del 2000, sembrano talora dividere la speleologia regionale e triestina in particolare. I sentimenti di amicizia e solidarietà, nonchè la comunanza di passione e di intenti, manifestatisi in tutte le situazioni verificatesi negli anni ed accuratamente descritte nel libro, sono proprio gli stessi che devono essere alla base degli ideali di qualsivoglia progetto che tenda a promuovere I’attività tra i gruppi per il progresso di quella comune passione chiamata speleologia, anzi Speleologia. Presentiamo dunque ai lettori un libro utile anche per farci meglio comprendere, grazie ad una rilettura attenta ed appassionata degli errori del passato, chi siamo e da dove veniamo, condizioni queste necessarie per capire forse dove stiamo andando.

                                                                                                   Kraus Mauro

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50 anni di speleologia della scuola CAI 1958 – 2008

Mezzo secolo di vita della Scuola Nazionale di Speleologia costituisce un importante traguardo nell’attività associativa del Club Alpino Italiano. Ma, trattandosi di attività speleologica, la ri­correnza assume un risalto ancor più originale in quanto, nel­l’immaginario prevalente, la speleologia viene rappresentata alla stregua di un’entità capovolta rispetto alla montagna degli alpi­nisti. Quest’ultima è percepita normalmente come il luogo del­l’elevazione, dell’allargamento degli orizzonti, dell’allungamento delle prospettive. Tra la verticalità luminosa delle altezze e quella tenebrosa delle profondità si stabilisce, per associazione di idee, una sorta di contrasto oppositivo. Non si coglie invece, a causa di un radicato preconcetto nutrito di tentazioni semplificatorie, l’ana­logia e la simmetria esistenti fra le due dimensioni. Il mondo ipo­geo resta, comunque, un mondo pieno di seduzione, attrattivo e repulsivo al tempo stesso. Esso richiama l’attenzione dell’uomo al­l’alternativa irriducibile fra conoscenza e mistero, fra simbologie della luce e simbologie delle tenebre, fra ierofanìe divine e de­moniache. Nel caso dell’alpinismo ascensionale si evoca, spesso, lo statuto esistenziale dell’essere umano rivolto all’ethos del tra­scendimento, alla sindrome di Icaro, al ghigno sprezzante di chi sta in alto e guarda con commiserazione chi sta in basso, come ci ricorda il filosofo Nietzche. Ma il basso ipogeo non è la superficie anonima della quotidianità. È la radice profonda delle montagne, la loro essenza primordiale. Ecco perché la speleologia interpreta lo spirito e la vocazione autentica dell’andar-per-monti, la spinta al conoscere e far conoscere le montagne, come ci hanno insegnato i padri del Club Alpino Italiano. La dimensione scientifica del­l’andar-per-grotte conferisce dignità culturale all’attività speleo­logica, le attribuisce un valore aggiunto rispetto alla semplice di­mensione ricreativa, rafforza il ruolo del Club Alpino in funzione della conoscenza e dell’esplorazione del territorio. Cinquant’anni di attività didattica rivolta all’insegnamento delle tecniche di pro­gressione e di sicurezza rendono l’impegno speleo del CAI cre­dibile ed autorevole nel vasto arcipelago della speleologia italiana, sia di matrice volontaristica che professionale. Consapevole del qualificato impegno di tutti gli Istruttori che ne hanno fatto e ne fanno parte, applicato all’attività formativa di generazioni di spe­leologi italiani che si sono riconosciuti e si riconoscono nei valori fondanti del CAI.
Compito gradito anche perché in qualità di Presidente della Com­missione Centrale per la Speleologia, ho l’occasione, forse unica, di ringraziare in modo indelebile, e a nome di tutto il Sodalizio, l’intero organico della Scuola, a cominciare dagli illustri Direttori che si sono succeduti negli anni, giù fino all’ultimo Aiuto Istrut­tore che si è cimentato nell’impegno didattico. 50 anni di attività per un Organo Tecnico come la SNS, sono certamente un tra­guardo prestigioso che inorgoglisce tutti noi, investendoci della forza di una tradizione finoad oggi vincente, ma che proprio per questo, impone costanti ed avveduti aggiornamenti tecnici, di­dattici, e normativi, indispensabili condizioni per continuare de­gnamente ed utilmente l’incarico intrapreso. Il tracciato icono­grafico del libro, oltre ad illustrare le varie tappe del diffondersi a livello nazionale della Scuola, rende merito agli speleologi più rappresentativi che hanno avuto un ruolo fondamentale e signi­ficativo nella sua storia. Ne emergono figure quasi “mitiche” per chi ha condiviso con loro i fermenti generativi e gli albori della neo-nata struttura didattica. Figure che resteranno sempre di esempio e di sprone per quelli che, oggi e domani proseguiranno il cammino da loro tracciato.
Il libro quindi, non vuole essere solo un momento di mera cele­brazione che, seppur dovuta e quanto mai opportuna, porterebbe con se il solo valore della cronaca, ma vuole soprattutto essere la testimonianza di un cammino entro il quale ogni Istruttore possa riconoscersi e attingervi l’orgoglio della propria appartenenza, nella convinzione morale, prima ancora che tecnica che chi tra­smette e tramanda un patrimonio di nozioni fondato sulle proprie e sulle altrui esperienze, nel farlo trasmette anche emozioni, che in fondo sono il nutrimento primario e imprescindibile per ogni Speleologo.
A tutti gli artefici di questa lunga ma ancora giovane avventura,
l’augurio di poterla continuare per altri gloriosi 50 anni a venire.
Ad majora!
Edoardo Raschellà
Presidente della Comm. Centrale per la Speleologia

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50 anni di infortunistica speleologica in Italia (1947 – 1997)

Presentazione
Sono da sempre convinto che la STATISTICA è una scienza che, tra l’altro, riesce a far parlare i numeri rendendo il loro linguag­gio, arido per natura, comprensibile ed evidenziando fatti, com­portamenti che altrimenti difficilmente sarebbero emersi e quindi noti.
Provo dunque ammirazione per chi, nei campi più disparati, si dedica alla raccolta di dati, alla loro “manipolazione” ed alla suc­cessiva analisi, pervenendo a risultati spesso e, sopra ttutto,di grande utilità.
“50 ANNI DI INFORTUNISTICA SPELEOLOGICA IN ITALIA” è un tipico esempio di questo lavoro, che non è stato improvvisato, ma ha richiesto anni di paziente lavoro.
Sono quindi particolarmente grato, certo di interpretare il senti­mento dell’intero CNSAS, agli amici Pino Guidi e Aurelio Pavanello che in questo lavoro si sono impegnati con serietà, competenza ed entusiasmo; nonché alla Commissione Medica per l’apporto dato.

Non si tratta di una ricerca fine a se stessa.

Innnanzitutto dà un importante contributo alla ricostruzione del­l’archivio storico del CNSAS che, per ragioni varie, è in gran parte andato disperso. Ma l’importanza di una analisi degli incidenti verificatisi nel corso di mezzo secolo, e nella fattispecie in ambiente ipogeo, sta soprattutto nella possibilità di introdurre eventuali correttivi nella raccolta dati, fase molto importante, e di meglio orientare sia la prevenzione che la formazione dei nostri tecnici di soccorso che tale analisi potrebbe evidenziare.
Non è un contributo da poco.
            Armando Poli 
Presidente CNSAS

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120 ANNI IN GROTTA

L’ALPINA E LE GROTTE. – QUESTO LIBRO CONCLUDE I FESTEGGIAMENTI PER IL 120° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DELLA SOCIETÀ ALPINA DELLE GIULIE.
Ritengo opportuno in questa occasione ricordare come è nata la nostra Società e tracciarne una breve cronistoria dei fatti.
Gli ideatori furono due giovani studenti dei Ginnasio Comunale di Trieste, ODDONE ZENATTl e ANTONIO MARCOVICH, che ricevettero in dono una rassegna della Società degli Alpinisti Tridentini che contava già alcuni anni di vita. Ne parlarono ai loro amici che accolsero l’idea con entusiasmo ed iniziarono un lungo lavoro di preparazione. Chiesero la collaborazione a FERRUCCIO CIMADORI che con l’appoggio convinto dei capi dei partite liberal – nazionale iniziarono le riunioni nei la sede della Società operaia per la preparazione dello statuto. Ottenuta l’approvazione dalle autorità, venne fissato un congresso per la sera del 23 marze 1833. Alla carica di Presidente è risultato eletto LORENZO de REYA e vice – presidente GIULIO GRABLOVITZ. La Società si intitolo “SOCIETÀ’ degli ALPINISTI TRIESTINI”.
I soci iniziano pertanto un’intenta attività, non solo sul Carso ma anche sulle Alpi Giulie e sulle Dolomiti.
La direzione persuasa dei notevoli vantaggi, che dal iato scientifico potrebbero apportare gli studi idrografici sotterranei in una regione come la nostra, crea una Commissione Grotte. Inizia cosi un’esplorazione sistematica del mondo sotterraneo del nostro Carso. Visto il successo ottenuto dalla Commissione Grotte nel 1884 viene costituita la commissione escursioni.
L’esigenza di rendere noti i risultati ottenuti con queste ricerche fa nascere nei 1885 iI bollettino ‘ATTI e MEMORIE” che undici anni dopo diventa periodico col nome di “ALPE GIULIE”.
Con l’approvazione delle modifiche dello Statuto nel 1886 il nostro sodalizio assume il nome di “SOCIETÀ’ALPINA delle GIULIE”’ che nel 1920 diventa la Sezione di Trieste del Club Alpino Italiano.
Nel 1922 la Società acquista la Grotta Gigante.
Nella prima meta del ‘900 l’attività dei soci della Società Alpina delle Giulia e stato tutto un susseguirsi di successi e di scoperte sia in campo speleologico che alpinistico. Vengono costruiti sulle Alpi Giulie sia orientali che occidentali i Rifugi Alpini che in parte oggi abbiamo perso. Nelle seconda meta del secolo anche i soci dell’Alpina delle Giulie hanno iniziato l’esplorazione extra – europea raccogliendo notevoli risultati sia in campo speleologico che alpinistico. La Società oggi conta 2500 soci suddivisi in 15 gruppi ed una sottosezione.

                                             Gianni Cesca Presidente della Società Alpina delle Giulie

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 Una legge per il Carso

La salvaguardia del Carso triestino è problema scientifico, sociale e anche economico che interessa tutta la comunità, triestina le nazionale. Ma è anche problema che tocca da vicino il sentimento di coloro, e sono migliaia, che hanno fatto dewl Carso una passione, una regola di vita. finalmente, dopo anni di incertezze, l’assoluta necessità di salvaguardare, con strumenti validi e rigorosi, questo patrimonio inestimabile ha trovato uno sbocco in sede politica, e soprattutto legislcttiva. Ciò è avvenuto con la presentazioine di una proposta di legge nazionale, da parte del parlamentare triestino, on. Corrado Belci, proposta di legge che mira appunto a creare sul Carso quelle riserve naturali, che sono state proposte in sede scientifica. L’azione parlamentare sarà concretata nella prossima legislatura.

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La legge sulla speleologia ha 30 anni

UNA LEGGE ILLUMINATA
Celebriamo con questa pubblicazione e con l’imminente convegno il trentennale di una piccola legge, fatta solo di quattro articoli, nato da una felice decisione della Regione quando questa compi­va ancora i primi passi.
Con la legge regionale n. 27 del 7° settembre 1966 la Regione autonoma Friuli – Venezia Giulia, prima in Italia, ha dato alla speleologia mezzi finan­ziari preziosi per il suo sviluppo e, istituendo il Catasto regionale delle grotte, ha sancito l’alto valore scien­tifico e culturale di questa attività.
La legge regionale non è sorta dal nulla: la speleologia italiana è nata a Trieste, in quel Corso che al carsismo ha dato il nome e ne è prova vivente il nostro sodalizio, la Commissione Grotte Eugenio Boegan, primo gruppo speleologico esistente al mon­do, formatasi in seno alla Società Alpina delle Giu­lie, divenuta dopo la prima guerra mondiale Sezio­ne di Trieste del CA!.
La ricca e antica tradizione speleologica di Trieste ha trovato nell’on. Sergio Coloni, socio del­l’Alpina delle Giulie, il proprio patrocinatore presso la neonata Regione, al cui Consiglio propose e fece approvare questa legge. Ma Io speleologia regiona­le non è solo triestina, nè i corsi sono solo fra Triestee Gorizia. Altri corsi di grande interesse si trovano nelle Prealpi Carniche, nelle Alpi Comiche, nelle Alpi Giulie – fra cui il Canin con i suoi profondi abissi – e nelle Prealpi Civile. La speleologia è diffusa in tutta la Regione ed ha raggiunto, ovunque, un grado di eccellenza.
Tre anni dopo la legge 27, la Regione appro­vò lo legge n. 8 del 3 giugno 7969, sul Soccorso alpino e speleologico, provvedendo così a sostenere il volontariato impegnato in quel settore, per cui oggi chi va in montagna o si cala nelle grotte sa di poter contare, in caso di bisogno, su persone altamente qualificate in questi speciali tipi di soccorso.
Con questa pubblicazione e con il convegno vogliamo ringraziare la Regione della sensibilità di­mostrata, mostrare i risultati raggiunti grazie al soste­gno regionale e all’attività dei nostri speleologi, fare il punto per proporre quegli eventuali aggiornamenti che consentano alla legislazione regionale in mate­ria di rimanere sempre giovane e attuale.
Franco Gherbaz
                                                                    presidente dello Comm. Grotte E. Boegan”

PRESENTAZIONE

La decisione della Commissione Grotte Euge­nio Boegan di ricordare con un ben articolato con­vegno la legge regionale 1° settembre 1966 n. 27 è certamente significativa, a conferma di un lungo, serio e glorioso impegno speleologico.
Ritengo che l’occasione vada colta soprattutto per elaborare un ancora maggiore e qualificato coin­volgimento regionale nella materia e come punto di riferimento per le altre Regioni italiane.
Spero che il convegno potrà essere di pungolo per lo stesso Parlamento nazionale che non ha an­cora approvato le norme quadro presentate fin dal 1 987, con il sostegno di deputati di tutti i gruppi ed in piena collaborazione con il CAI, la Società Spe­leologica Italiana e gli Amici della Montagna.
A me credo sia richiesto, in queste brevi note di presentazione, di richiamare i tempi, i modi ed il clima in cui il provvedimento fu presentato e poi definitivamente varato dal Consiglio regionale del Friuli – Venezia Giulia.
C’era allora intorno alla nuova Regione un grande interesse delle diverse componenti economi­che, sociali, culturali, scientifiche, sportive che ani­mavano la società civile. E così fu del tutto naturale che al giovane consigliere si rivolgesse l’indimentica­bile amico e collega Marino Vianello per “fare quacosa per le grotte”, con la discreta, ma appassiona­ta spinta del presidente Carlo Finocchiaro.
L’accoglienza in Regione fu molto favorevole, ma si trattava di superare soprattutto le resistenze iicentralistiche” del Governo. Un attento lavoro legi­slativo ed il giusto riconoscimento delle esigenze militari dell’epoca consentirono di varare la legge.
Il provvedimento è a mio giudizio ancora oggi valido nelle sue linee ispiratrici. In esso trovano rico­noscimento la cultura e la tradizione ambientalista, la ricerca scientifica, l’attività speleologica ed un appropriato sostegno pubblico, invero modesto, al libero associazionismo. Penso sia giusto ricordare che la legge 27/1966 ha costituito un avvio, non solo per la speleologia, ma anche per la montagna, per il soccorso alpino e speleologico, per i rifugi. Tutto ciò fu in modo del tutto naturale inserito in un rapporto cordiale con la realtà contermine di lingua diversa, ben prima che sorgesse Alpe Adria. Fu un momento fecondo in cui tante dolorose ferite comin­ciarono a guarire.
Auguro al convegno il successo che meritano i tanti giovani e meno giovani che per generazioni hanno manifestato il loro amore per la natura e per l’ardimentoso ricerca speleologica, cercando di sco­prirne tutti i misteri e valori.
Sia il convegno di buon auspicio anche per superare recenti, inopinate resistenze verso la tutela, e la valorizzazione di quella meravigliosa ricchezza rappresentata dal Corso Triestino.
                                                                                               On. Sergio Coloni

LO SPORT

Fra le attività sportive, la speleologia ha un ruolo e un fascino del tutto particolari. Non è uno sport competitivo, anzi chi lo pratica deve avere un forte spirito di solidarietà: si compete solo con le difficoltà opposte dalla Natura a svelare i suoi segreti, ma è una competizione amorevole, fatta di rispetto e ammirazione per i gioielli nascosti che essa mostra a quei temerari che la sfidano.
Non è uno sport solo per atleti: i giovani speleologi scendono abissi vertiginosi e forzano strettoie che pare impossibile superare, ma tanti non più giovani continuano a penetrare nei me­andri ipogei, a percorrere cunicoli, a calarsi nei pozzi naturali per scoprire nuovi tesori di pietra.
È uno sport in cui, alla fatica e allo sprezzo meditato e cosciente del pericolo si aggiunge l’amore per l’ignoto di cui ancora sono ricchi i tanti corsi, anche i più esplorati, come quelli della nostra Regione.
Grazie a questa attività conosciamo oggi nella Regione più di 6.000 grotte e circa altre 100 ne vengono esplorate ogni anno, producendo un immenso patrimonio di conoscenze scien­tifiche e di cultura.
La legge regionale n. 27 del 1966, una piccola legge di pochi articoli, che con fondi modesti, ma preziosi consente a tante associa­zioni speleologiche di operare, è sicuramente una delle migliori che abbia mai approvato il Consiglio regionale. La si potrà perfezionare e aggiornare, dopo trent’anni di operatività, ma è indubbio che la scelta di approvarla – fummo la prima Regione in Italia – è stata felicissima.
La Commissione Grotte Eugenio Boegan, sorta nel 1883, qualche anno prima che la parola speleologia venisse coniata, ha voluto compiere un’opera meritoria celebrando con una pubbli­cazione e un convegno i trent’anni della legge speleologica regionale.
In questo convegno cercheremo il modo di mantenere questa legge sempre giovane e atti­va, come sono giovani e attivi gli speleologi, dai ragazzi agli ultrasessantenni, che con passione esplorano i fenomeni ipogei.
Roberto De Gioia
                                                       assessore regionale all’edilizia, servizi tecnici e sport

L’AMBIENTE

Vi è sulla Terra un continente solo in picco­la parte esplorato: è il mondo degli abissi, dei fenomeni ipogei, dei quali si conosce una gran­de quantità di esempi, ma sempre infinitesima rispetto a ciò che esiste.
Nel solo Friuli – Venezia Giulia sono più di 6.000 le grotte scoperte, esplorate, rilevate e, iscritte al catasto regionale, ma si sbaglia proba­bilmente per difetto stimando che ve ne siano sotto i nostri piedi dieci volte tante. Questo re­gno della natura, non meno affascinante del regno animale e del regno vegetale è conosciuto grazie al lavoro volontario degli speleologi, che ci svelano fenomeni di grande fascino: cavità dalle forme ardite e imponenti scavate dall’ac­qua in milioni di anni, colate calcitiche che le hanno rivestite con ricami fantastici e delicatissi­mi: stalattiti, stalagmiti, cortine, cannelli, fiori di calcare.
La speleologia della nostra Regione è una delle più antiche e prestigiose del mondo, e la più antica associazione speleologica del mondo – la Commissione Grotte Eugenio Boegan, che compie quest’anno i 113 anni – meritoriamente ha organizzato un convegno per celebrare i trent’anni della legge regionale n. 27 sulla spe­leologia. Il Carso triestino è chiamato Corso clas­sico, avendo dato il nome al carsismo, ma altri corsi si trovano nel Friuli – Venezia Giulia: sono un patrimonio culturale e scientifico che va tute­lato. Trent’anni fa, con la legge 27, la Regione mise le basi della tutela finanziando i gruppi speleologici, istituendo il Catasto regionale delle grotte, prevedendo la tutela paesaggistica delle cavità più importanti.
Oggi il Catasto è un indispensabile stru­mento di conoscenze. Stiamo applicando il vin­colo paesaggistico a numerose cavità: per 26 di queste l’iter si sta concludendo, per altre più di 200 è avviato. Con il nuovo piano territoriale regionale, in avanzata fase di redazione, tutele­remo le aree di interesse geomorfologico e i monumenti naturali, in primo luogo le aree car­siche e le singole grotte più rilevanti. Potremo forse fare ancora di più e questo convegno sarà l’occasione per concordare con le associazioni speleologiche ogni possibile azione per tutelare e valorizzare meglio questo immenso, ma delicatis­simo patrimonio.
Mario Puiatti
                                  assessore regionale alla pianificazione territoriale, programmazione e ufficio di piano

IL PERCHÈ DELLE LEGGI E, NELLO SPECIFICO, DI UNA LEGGE PER LA SPELEOLOGIA

L’esperienza ci insegna che ogni essere umano non può vivere in solitudine ma deve continuamente raffrontarsi con i suoi simili, con i quali costituisce un contesto sociale talora anche estremamente complesso.
L’adesione ad una specifica aggregazione civile può rappresentare una scelta libera oppure condizionata da comuni interessi o vantaggi pra­tici, ottenibili soltanto con l’appartenenza ad una struttura organizzata e con la collaborazione collettiva dei suoi componenti.
In pratica questi sono i presupposti che portano gli uomini a creare una “Società” o un “Gruppo” che abbiano, quale elemento vincolante, soprattutto la difesa degli interessi comuni.
Ma una struttura aggregativa di questo genere non può rispondere positivamente alle finalità per cui è stata creata senza autoimporsi specifi­che regole che disciplinino i rapporti di coesistenza fra i soggetti che la compongono.
Devono così essere identificate norme e disposizioni istituzionali le quali, oltre che a regolamentare nell’immediato i rapporti fra i singoli, impostino per il futuro condizioni favorevoli al conseguimento e alla difesa degli intendimenti a cui mirano il “Gruppo” o la “Società”.
Pertanto con la definizione di uno specifico dispositivo legislativo ogni comportamento viene ad essere regolamentato e finalizzato all’interes­se dei singoli, da intendersi non come soggetti isolati ma come realtà facenti parte di una aggregazione di uomini aventi specifici e comuni in­tendimenti.
Si delinea così un sistema di regole, cioè di “leggi”, che nel loro insieme costituiscono l’Ordinamento che deve organizzare, anche salva­guardandoli, gli interessi della collettività, intesa nella sua accezione più ampia.
Dunque la “Società” come risultato dell’aggregazione di molteplici realtà associative, spazianti nei più diversi campi operativi nel rispetto di ben specifiche regole comportamentali.
Perché questo avvenga sono indispensabili precise norme che disciplinino, con chiarezza, i rapporti individuali; che forniscano chiare indicazio­ni sui vantaggi che la struttura “STATO” potrà fornire alle singole realtà (i “Gruppi” sociali) che lo costituiscono. In questo quadro generale appare indiscutibile che ogni struttura or­ganizzata, a seconda delle sue particolari finalità, se da una parte deve rispettare gli ordinamenti istituzionali, dall’altra può richiedere specifiche disposizioni che salvaguardino quelli che sono riconosciuti come i suoi scopi sociali.
in base a queste considerazioni che anche la Speleologia, come realtà organizzata operante all’interno della collettività, si inserisce perfet­tamente nel contesto delle strutture che, per le loro peculiarità operative, necessitano di ben precisi dispositivi di legge che definiscano quelle spe­cifiche competenze che sono ad esse riconosciute dalla SOCIETA in cui operano.
Pertanto con una Legge per la Speleologia si avrà il riconoscimento ufficiale delle sue peculiarità operative e, nel contempo, potranno essere definiti e regolamentati i rapporti interni tra coloro che la praticano, come pure le forme di collaborazione tra tali soggetti e le istituzioni pubbliche.
                                                                              Antonio Rossi – Ilaria Rossi

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