Walter Maucci

 

Walter MAUCCI – (Vienna 30.8.1922 – Borneo agosto 1995)

Foto De Rota

Testo pubblicato su Progressione 33 (1995): 61-62
 E’ Stato socio della Commissione Grotte dal 1938 al 1951
Il professor Walter Maucci, protagonista della speleologia locale e nazionale degli anni ’50 e ’60, ha chiuso la sua vita terrena in silenzio, quasi alla chetichella: della sua morte siamo stati informati da un amico uso a scorrere gli annunzi mortuari sul giornale.
I primi di agosto 1995 un infarto lo ha stroncato nel Borneo ove si era recato per approfondire i suoi studi sui tardigradi, settore cui, abbandonata la speleologia, si era dedicato dal 1986.
Nato a Vienna il 30 agosto 1922 da famiglia benestante, si avvicinò alla speleologia sin da giovanissimo, assieme ai fratelli Corrado e Arrigo, cominciando ad esplorare grotte con la Commissione Grotte dell’Alpina già nel 1939. Dotato di un’intelligenza vivace e di una pari aspirazione a riuscire, la militanza nella Commissione, durata sino al 1951, gli fu estremamente proficua: la disponibilità del catasto grotte della Venezia Giulia (quasi 4000 grotte) e di una fornitissima – per l’epoca – biblioteca gli permisero di inquadrare in nuovi meccanismi speleogenetici i morfotipi individuati nel corso delle esplorazioni domenicali. Gli studi, facilitatigli da un’ottima conoscenza della lingua tedesca (che gli permise di accedere ai testi dei più importanti studiosi d’oltralpe), si concretizzarono dapprima in alcune monografie su cavità del Carso (Grotta di Padriciano, 12 VG; Abisso di Opicina Campagna, 3873 VG; Grotta Vittoria, 2744 VG) e quindi nel 1952 nella presentazione dell’”Ipotesi dell’erosione inversa come contributo allo studio della speleogenesi”, teoria che per parecchio tempo ha fatto scuola.
Nel 1951, uscito dalla Commissione per insanabili divergenze sul modo di condurre e gestire le ricerche (divergenze dovute anche e soprattutto ad incompatibilità di carattere) diede vita ad una Sezione Geospeleologica in seno alla Società Adriatica di Scienze Naturali, con il dichiarato intento di far evolvere la speleologia triestina, facendole ottenere anche nel campo della ricerca scientifica quella preminenza che per un ventennio aveva avuto in campo esplorativo. Per raggiungere questi scopi propugnò una netta operazione fra la speleologia ed il grottismo, creando di fatto una spaccatura nella speleologia locale.
Sia riuscito o meno nel suo intento, il decennio seguente fu per lui indubbiamente fecondo: esplorazioni condotte con vari gruppi in Italia e all’estero (Spluga della Preta, Antro del Corchia, Grotta delle Tassare, Gouffre Berger, Ojo de Guarena), un ciclo di indagini sub al Timavo (Risorgive, Grotta di Trebiciano, Pozzo dei Colombi), descrizioni geomorfologiche delle cavità più importanti visitate, la ricostruzione della paleo idrografia di parte del Carso triestino, una teoria sulla retroversione degli inghiottitoi sono quanto di meglio rimane del suo lavoro sul campo. Nel 1959 la sua costanza viene premiata con il conseguimento della libera docenza in speleologia. Quindi nei quindici anni successivi abbandona la speleologia esplorativa, pur rimanendo attivo a livello nazionale, e non solo con la presenza fisica a tutte le più importanti manifestazioni speleologiche (congressi, convegni, corsi), ma anche e soprattutto con gli impegni con la Società Speleologica Italiana, di cui fu consigliere (dal 1955 al 1963, dal 197° al 1972 e nel biennio 1974-1975) e tesoriere per due mandati (dal 1964 al 1969).
Per i meriti acquisiti nel 1982 il Comitato per la difesa dei Fenomeni Carsici gli conferisce il Premio San Benedetto Abate.
Insegnante di scienze naturali alle scuole superiori, sempre bonario e sorridente – anche quando aveva a che fare con grottisti che proprio amici non erano – è stato uno speleologo per anni punto di riferimento per un certo tipo di speleologia seriosa (che forse aveva estremizzato i suoi intenti) snobbante di quanto di romantico c’è ancora nell’andar per grotte. Atteggiamento che gli aveva alienato le simpatie di una larga porzione del grottismo triestino che non volle mai riconoscerlo quale proprio esponente e che non mancò l’occasione di rinfacciargli errori anche commessi da altri (come nel caso della profondità della Spluga della Preta).
E’ stato un grande speleologo, ma con un carattere diverso lo sarebbe stato molto di più.
                                                                                                            Pino Guidi
Durante la sua carriera di speleologo ha esplorato e rilevato moltissime cavità; nei registri catastali della CGEB risultano dovute alla sua mano i rilievi delle seguenti grotte effettuati in buona parte negli anni in cui ha operato nell’ambito della Commissione Grotte: 17, 35, 45, 46, 116, 136, 144, 147, 161, 195, 273, 294, 517, 559, 1475, 1856 al 1862, 2324, 2467, 2692, 2744, 3116, 3227, 3633, 3640, 3641, 3642, 3655, 3660, 3661, 3663, 3671, 3678, 3679, 3687, 3689, 3691, 3695, 3697, 3706, 3707, 3711, 3713, 3717, 3718, 3731, 3735, 3736, 3739, 3743, 3747, 3749, 3751, 3752, 3753, 3755, 3757, 3761, 3765, 3811, 3821, 3842, 3851, 3852, 3873, 3893, 3901, 3914, 3920, 4208

Bibliografia speleologica essenziale

1948: L’abisso di Opicina Campagna (N. 3873 VG) – Cenni preliminari sulla teoria dell’erosione inversa, Relaz. sul Congresso Speleologico Nazionale di Asiago, ott. 1948: 6-7
1949: Studio sulla grotta del Monte Spaccato (N. 12 VG), Atti del 3° Congr. Naz. di Spel., Chieti ago. 1949, Chieti 1975: 47-59; pure su Rass. Spel. It., 3 (4): 111-116
1949: Per una speleologia comparata e sistematica, Alpi Giulie, 50 (1): 40-41, Trieste 1949
1949: Lineamenti e indirizzo della speleologia giuliana, Alpi Giulie, 50 (2): 38-40, Trieste 1949
1950: N. 2744 VG, Grotta Vittoria di Aurisina, Alpi Giulie, 51: 17-22, Trieste1950
1950: L’abisso di Opicina Campagna, (n. 3873 VG) (Carso Triestino), Rass. Speleologica It., 2 (1): 11-18, Como giu. 1950
1950: Osservazioni a proposito di tre grotte nella zona di Duino (Carso Triestino), Rass. Speleologica It., 2 (1): 81-85, Como giu. 1950
1951: L’abisso a nord di Fernetti, Atti del 5° Congr. Naz. di Speleologia, Salerno ott. 1951,Salerno 1955: 120-124
1951: Studio sulla Grotta di Padriciano (12 V. G.), Rass. Speleologica It., 3 (4): 111-116, Como dic. 1951
1951: L’attività della Sezione Speleologica della Società Adriatica di Scienze Naturali, Atti del 5° Congr. Naz. di Speleologia, Salerno ott. 1951,Salerno 1955: 133-136
1952: L’ipotesi dell’erosione inversa come contributo allo studio della speleogenesi, Boll. della Soc. Adr. di Sc. Nat., 46: 1-60; pure si Atti del Seminario di Speleogenesi, Varenna 1973: 235-295
1952: [con DE MARTINI L.] Risultati preliminari di alcune ricerche sul corso ipogeo del Timavo (agosto-ottobre 1952), Boll. della Soc. Adr. di Sc. Nat., 46 (1951-1952): 61-74
1953: Relazione sul primo ciclo di ricerche svolte dalla Sezione Speleologica della Società Adriatica di Scienze Naturali sul corso sotterraneo del Timavo, Rass. Speleologica It., 5 (2): 67-74, Como lug. 1953
1953: Inghiottitoi fossili e Paleoidrografia epigea del Solco di Aurisina (Carso Triestino), Actes du Premier Congr. Int. de Spél., Paris 1953, vol. II Millau 1955,: 155-159
1953: Organizzazione tecnica e risultati delle ricerche sul corso ipogeo del Timavo (1952-1953) (Carso Triestino), Actes du Premier Congr. Int. de Spél., Paris 1953, vol. II: 201-213
1954: Ricerche in acque sotterranee mediante scafandri autonomi ad ossigeno, Boll. della Soc. Adr. di Sc. Nat., 47: 62-81
1954: Sezione Geo-Speleologica della Società Adriatica di Scienze Naturali, Atti del 6° Congr. Naz. di Spel., Trieste 1954, Trieste 1956: LXVI-LXVIII
1954: Analisi morfogenetica della Spluga della Preta (N. 1 V), Atti del 6° Congr. Naz. di Spel., Trieste 1954, Trieste 1956: 40-79
1954: La grotta termale di Acquasanta, Atti del 6° Congr. Naz. di Spel., Trieste 1954, Trieste 1956: 100-111
1954: La grotta delle Tassare sul Monte Nerone, Atti del 6° Congr. Naz. di Spel., Trieste 1954, Trieste 1956: 112-120
1954: Attività della Sezione Geospeleologica della Società Adriatica di Scienze Naturali (Trieste), Rass. Speleologica It., 6 (2): 95-96
1955: Il fenomeno della retroversione nella morfogenesi degli inghiottitoi, Atti del 7° Congr. Naz. di Speleologia, Sardegna 3-8 ottobre 1955, Como 1956: 221-236
1958: Il Gouffre Berger presso Grenoble, record del mondo (relazione sulla spedizione internazionale 1956), Atti dell’8° Congr. Naz. di Speleologia, Como 30. set.-6 ott. 1956, vol. I, Como 1958: 78-84
1958: Considerazioni sistematiche sul problema dell’idrologia carsica, Actes du Deuxième Congr. Int. de Spél., Bari Lecce Salerno ott. 1958, tomo I, Castellana Grotte 1962: 23- 43
1958: Campagna speleologica nelle Murge di Minervino (Puglia – Agosto 1958), Actes du Deuxième Congr. Int. de Spél., Bari Lecce Salerno ott. 1958, tomo I, Castellana Grotte 1962: 233- 244
1959: Lo stato attuale del catasto speleologico della Venezia Giulia (Grotte del Carso triestino), Rass. Speleologica It., 11 (4): 190-219; pure su Boll. della Soc. Adr. di Sc. Nat., 51: 149-186
1960: Dieci anni di attività (1951-1960), Boll. della Soc. Adr. di Sc. Nat., 51: 5-32
1960: [con D’AMBROSI C.] Geo – speleologia del Carso triestino, Boll. della Soc. Adr. di Sc. Nat., 51: 33-37
1960: Evoluzione geomorfologica del Carso Triestino successiva all’emersione definitiva, Boll. della Soc. Adr. di Sc. Nat., 51: 59-82
1960: La speleogenesi sul Carso triestino, Boll. della Soc. Adr. di Sc. Nat., 51: 122-147, pure su Le Grotte d’Italia, s. 3, 3: 25-42
1960: Contributo per una terminologia speleologica italiana, Boll. della Soc. Adr. di Sc. Nat., 51: 203-228
1962: Intervento a seguire la relazione di Giancarlo Pasini sulle spedizioni effettuate all’Antro del Corchia (N. 120 T) nell’anno 1960 dal Gruppo Speleologico Bolognese del C.A.I. in collaborazione con lo Speleo Club Milano, Atti Conv. Assemblea Soc. Spel. It., Finale Ligure Marina, ott. 1960, Rass. Speleologica It., 14 (2): 104-105
1962: Intervento a seguire la relazione del prof. Louis Barral, Atti Conv. Assemblea Soc. Spel. It., Finale Ligure Marina, ott. 1960, Rass. Speleologica It., 14 (2): 131
1963:  In memoriam Antonio Federico Lindner, Atti 3° Congr. Int. Spel., Vienna 1963, vol. II: 289-290
1967: Speleologia, in “Il Carso di Trieste”, Azienda Aut. di Soggiorno e Turismo di Trieste ed., Trieste 1967: 23-29
1969: Il V Congresso Internazionale di Speleologia, Atti della Soc. Speleologica Italiana, 1969: 17-18
1971: La paleoidrografia epigea nei terreni carsici, Atti I Conv. Naz. per lo studio, la protezione e la valorizzazione dei fenomeni carsici, Verona ott. 1971: 97-107
1972: I fenomeni carsici, in “Le riserve naturali del Cansiglio Orientale”, Reg. Aut. Friuli Venezia Giulia ed., Maniago 1972: 80-89
1972: Discussione sulla relazione di W. Maucci (replica di Maucci), in Atti Seminario speleogenesi, Varenna 1972, Le Grotte d’Italia, s. 4, 4 (1973): 287-295
1973: Attività della Sezione Geo-speleologica della Società Adriatica di Scienze Naturali nel periodo novembre 1972 – novembre 1973, Atti del 1° Conv. di Spel. del Friuli Venezia Giulia, Trieste dic. 1972, Trieste 1975: 196-199
1974: I fenomeni carsici, in “L’ambiente fisico del Prescudin”, Reg. Aut. Friuli Venezia Giulia ed., Maniago 1974: 78-81

Ulteriori notizie su Walter Maucci si possono trovare in:

– – , 1990: Società Adriatica di Speleologia, Rassegna della Fed. Spel. Triestina, n. spec. 1990: 15-16
Badino G., Posfazione, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 131-146
Brun C., 2009: Walter Maucci, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 109-111
Cigna A. A., 2009: Walter Maucci, scienziato naturalista, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 87-89
Comitato Regionale per la Difesa dei Fenomeni Carsici (a cura del), 1982: Walter Maucci, El Teston de Grota, Trieste marzo 1982
Dambrosi S., 1999: Intervento, Quaderni di Spel. e dell’Ambiente Carsico, 1:21-22;pure su “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 28-29
Dambrosi S., Semeraro R. (a cura di), 2009: Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009, pp. 150
Dambrosi s., Guglia P., Semeraro R., 2009, Ad oltre dieci anni dalla scomparsa di Walter Maucci, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 11-12
Dini A., 1992: Il Premio “San Benedetto Abate”, patrono degli speleologi italiani, Ipogea ‘92: 30-31
Ernè C. , 1995: Borsa di studio in memoria del professor Walter Maucci, Il Piccolo, Trieste 10 set. 1995
Forti F., 1995: Frammenti, Progressione 33: 62-63
Forti F., 2009: La ripresa della speleologia triestina nell’immediato dopoguerra, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 37-39
Forti F., 2010: In onore di Maucci, Progressione 56 (2009): 22-27
Forti F., 2009: Quando conobbi Walter Maucci, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 83-84
Galli M., 1999: Timavo. Esplorazioni e studi, Suppl. n. 23 di Atti e Memorie CGEB, Trieste 1999, pp. 198
Galli M., 2000: La ricerca del Timavo, Museo Civico di Storia Naturale di Trieste ed., Trieste 2000, pp. 176
Guglia P., 1998: Walter Maucci (1922-1995), Speleologia, 38: 107
Guglia P., 1999: Immagini di Walter Maucci, Quaderni di Spel. e dell’Ambiente Carsico, 1: 23-26
Guglia P., 2009: Le imprese subacquee negli scritti di Walter Maucci, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 55-57
Guglia P., 2009: Walter Maucci, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 105-106
Guglia P., Galleria Fotografica, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009:113-120
Mosetti S., 2009: Maucci: spirito libero e sociale, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 81-82
Rigo D., 2009: Anno 2007. Il ricordo di un amico scomparso: dott. Walter Maucci, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 91-92
Scala C., Dall’abisso dei ricordi, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 93-97
Semeraro R., 1998: Ricordo di Walter Maucci. In memory of Walter Maucci, Ipogea 2 (1977):7-11
Semeraro R., 1999: Ricordo di Walter Maucci, Quaderni di Spel. e dell’Ambiente Carsico, 1: 17-20; pure su “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 25-27
Semeraro R., 2009: Le origini del pensiero speleologico in Walter Maucci, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 41-54
Semeraro R., 2009: Maucci, con l’ “Adriatica” di allora, nel contesto della grande speleologia di spedizione: verità e veleni nella speleologia nazionale dell’epoca, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 59-64
Semeraro R., 2009: La visione di Walter Maucci sul carsismo e sull’idrologia carsica: sintesi del suo contributo scientifico, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009:65-77
Semeraro R., 2009: La vera via, in “Walter Maucci (1922-.1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”, a cura di S. Dambrosi e R. Semeraro, Soc. Adriatica di Speleologia ed., Trieste 2009: 99-103
Tiralongo F., 1995: Speleologo e professore, Progressione 33: 64
Torelli L., 2010: Maucci, Badino e la speleologia triestina, Progressione 56 (2009): 12-18

IN ONORE DI MAUCCI

 La Società Adriatica di Speleologia nel 2009, a cura di Sergio Dambrosi e Rino Semeraro, ha presentato un’importante testo del titolo: “Walter Maucci (1922-1995): speleologo scienziato triestino. Scritti memorialistici e celebrativi”.
Si tratta di una vera e propria ricerca storica sia sull’indubbia statura di Walter Maucci, sia su quel difficile periodo che fu il dopoguerra e l’inizio di una speleologia che malgrado le grandi difficoltà di tutti i generi di quei tempi ormai lontani, seppe svolgere appieno il suo compito di diffondere l’interesse per le esplorazioni condotte e compiute con metodo, per arrivare ad una ricerca nel mondo delle grotte, inserite nel complesso ambiente carsico, in modo nuovo ed originale. Maucci ne fu indubbiamente l’artefice, il propulsore, ma non il continuatore, compito questo che fu assunto da altri, dopo di Lui, in modo assolutamente casuale e con finalità tra le più varie e talora anche indefinite. Sono nate così diverse speleologie, quasi tutte di comodo, perché interpretate a seconda della necessità, convenienza, capacità, immagine. Tutto ciò avvenne con una diffusione a livello mondiale e, rimanendo nel campo dello studio e della ricerca sulla genesi delle grotte e del fenomeno carsico in generale, di cui il Maucci intendeva avvalersi, basandosi soprattutto con l’osservazione e lo studio. Vi fu invece un seguito, con delle interpretazioni sul mondo delle grotte tutte di natura fisico-matematica e assolutamente non geologica, che esulavano completamente dal Suo pensiero e che alla prova dei fatti non solo bloccarono artificialmente la speleologia, ma non portarono ad alcun miglioramento sulle conoscenze della genesi ed evoluzione delle grotte, che non fossero già state annunciate e documentate nel XIX secolo.
Il lavoro, attraverso scritti, relazioni, memorie, bibliografie, ripercorre le tappe di quel periodo che da alcuni fu definito “maucciano”, invece era un modo di essere, nel vero e sincero senso della parola “speleologo”, che attraverso un’esplorazione sempre meglio organizzata, doveva contribuire affinché anche il singolo speleologo potesse avvicinarsi un po’ alla volta a quel mondo complesso che sono le grotte e soprattutto allo studio della loro origine o genesi. Maucci iniziò con una idea o meglio con una proposta, nata da sue valutazioni che ebbe modo da compiere nel corso delle prime esplorazioni che vennero fatte sul Carso triestino, nell’immediato dopoguerra. Ebbe la capacità, ma forse anche l’abilità, di chiamare queste sue scoperte con una definizione accattivante: “la teoria dei fusi” o, più scientificamente illustrata quale “ipotesi dell’erosione inversa”. In quel mondo di esploratori improvvisati, quasi primitivo, della seconda metà degli anni quaranta del secolo scorso, tale nuovo modo di pensare sulle grotte fece immediatamente grande impressione e valicò ben presto i difficili ed allora anche ristretti confini di Trieste e del suo ormai limitato Carso. L’argomento venne affrontato in tutti i congressi nazionali ed internazionali di speleologia. In quei tempi ormai lontani, Maucci, la speleologia, Trieste, erano sulla bocca di tutti. Era un inizio davvero incoraggiante … Di tutto ciò ne parla il volume in argomento. Non aggiungo altro, invito coloro che vogliono conoscere la “vera” storia di quegli anni, a leggere ed a meditare, perché effettivamente si tratta di scritti molto interessanti, forse in alcuni punti di difficile comprensione, per tutti quelli, e sono ormai la maggioranza, che non hanno vissuto quel periodo “eroico” per la speleologia triestina, nel suo complesso di interpretazioni e di significati.
* * *
Queste le premesse, ma l’argomento che intendo affrontare è un altro. Si tratta di un problema di “presentazione” e conseguentemente di “illustrazione”, sciente e non sciente della speleologia triestina, con ampio riflesso su quella italiana, che compare ad opera di Giovanni Badino nella Prefazione ed anche in una lunga, complessa, articolata Postfazione.
Badino ebbe l’incarico, diciamo più semplicemente di presentare l’opera, cioè Maucci, non conoscendo affatto la storia di un personaggio sicuramente importante nella “speleologia”, avendolo solo sfiorato in una seconda fase, quando il Maucci stava lentamente uscendo dalla stessa. Chi vi parla, a differenza di Badino, il periodo iniziale di Maucci lo ha invece vissuto e quindi ben conosciuto per cui posso affermare che il testo si discosta completamente da quella realtà che vorrebbe giudicare.
Nella Prefazione viene affermato da Badino che in età giovanile nella sua frequentazione con la speleologia triestina, in particolare con la “Commissione Grotte”, aveva chiesto “notizie” sul Maucci e sul suo periodo, ricevendone risposte evasive e vagamente imbarazzate. Quando ho letto queste parole – un sorriso piuttosto divertito è comparso sul mio viso, di tipo sempre piuttosto serio e preoccupato: evidentemente qualcosa di fondamentale, anche se ormai scarsamente importante, non era stato capito, poiché con tutta probabilità neppure le persone che sono state allora interpellate, non erano a conoscenza di una paginetta della storia della speleologia triestina, che un po’ tutti, per ragioni diverse ed anche opposte, volevano dimenticare. Sono fatti di tempi e personaggi della speleologia triestina, di cui non si può neanche lontanamente immaginare la complessità; episodi curiosi riguardanti accadimenti di settanta anni fa si possono trovare ancora “scritti” con vernice rossa, sulle pareti di alcune delle più note grotte del Carso!
Così Badino dopo aver letto le “bozze” del volume in oggetto e, considerato che da tempo cercava di capire come “funziona” il mondo speleologico, scopriva che la storia qui contenuta si inseriva molto bene nelle sue analisi, anche se il Maucci appariva come un personaggio di non facile comprensione e piazzamento nella “sua storia” che riguardava in genere la speleologia, per cui volle passare ad una lunga, complessa, articolata e critica: Postfazione, sulla quale ritengo necessario fare alcune considerazioni. Questa è divisa in capitoli: L’inizio; Concezioni; Esplorazione; Speleologi e convivenza; Speleologia; Conclusioni. Li ho letti tutti con grande attenzione. La maggior parte dei concetti espressi sulla presunta “speleologia triestina” mi trova in disaccordo, mentre concordo su certi concetti generali; ma vediamo un po’ di commentare brevemente solamente gli aspetti più importanti di questa sua ricerca e delle sue considerazioni e valutazioni.

L’inizio:

osservo che c’è una non convincente esaltazione della speleologia triestina, madre della moderna speleologia. Da queste nostre parti (si intende oltre il Fiume Isonzo, all’inizio della sponda orientale dell’Adriatico) abbiamo una visione dei problemi generali, storici compresi, del tutto particolare, forse retaggio dei molti secoli vissuti in un impero multinazionale.

Concezioni:

qui il mio pensiero “scientifico” addirittura si ribella. Ho conosciuto molto bene il Maucci e soprattutto le sue ipotesi; personalmente non le ho seguite, ma per dei motivi che riguardavano delle diverse interpretazioni geologiche. Ciononostante ritengo che il Maucci ebbe il coraggio di dire qualcosa sulla genesi delle grotte: non riesco a capire il complesso ragionamento che viene fatto e sembra anche piuttosto oscura ed assolutamente incomprensibile l’affermazione: L’ambiente in cui inizia ad operare è caratterizzato da una grande rigidità, generata dall’apparente incolmabile superiorità della speleologia triestina in generale e dell’Alpina in particolare, su ogni altra; non si aveva bisogno di nulla, vedremo come le novità tecniche che in seguito rivoluzionarono la speleologia, lì vennero liquidate fra le risate.
Chiedo perdono a tutti i lettori, per quanto sto per dire: Ma di quale rigidità, superiorità e di altre amenità del genere si vuol parlare? Sono uno speleologo triestino, che proprio in seno all’Alpina, oltre ad una speleologia puramente esplorativa, a cui immagino si riferisca, avevo iniziato anche un’altra speleologia, quella che è partita dagli studi carsici (mi sembrava logico), ma sembra che questa “speleologia” sia sconosciuta all’A.; comunque qui non si è mai avuta la pretesa di superiorità. Forse ci si riferisce, agli apporti ai convegni o congressi nazionali di speleologia in cui spesso l’assemblea rimaneva colpita? Per quanto mi riguarda ho semplicemente seguito con enormi sacrifici, per oltre sessanta anni, la ricerca scientifica su base geologica: spiace constatarlo, ma questa è la base per iniziare a capire qualcosa delle grotte. Sembra che l’A. non si renda conto che le grotte sono degli spazi vuoti pieni di aria, talvolta di acqua, ma ciò che conta e non viene quasi mai affrontato, è lo studio delle roccia in cui detto vuoto è compreso. Tema che qui, Maucci compreso, era stato affrontato. Giudico poi strane certe affermazioni riportate in corsivo: la variabili nel modo delle grotte e della speleologia sono tante, ma sembra che alcune siano proprio sconosciute! Sembra che la parolina “geologia” dia fastidio: in tutto il testo di cui stiamo trattando non viene mai ricordata, ma allora a proposito di grotte di che cosa si sta parlando?
Concludo le precisazioni, con le “beffe e risate” riguardo all’esperimento del primo tentativo di risalita con sola corda alla Grotta delle Torri di Slivia. Il commento che ne viene fatto è assurdo, ma cerco di capirlo ed anche giustificarlo: Se invece di una competizione imbecille sui trenta metri avessero fatto una prova che includesse avvicinamento e discesa in profondità….lo sbeffeggiamento sarebbe stato in direzione opposta. Mi dispiace, ma credo che non si conosca in realtà la speleologia triestina, con la quale Badino afferma di lavorare da molti anni. I triestini, forse nessuno glielo avrà mai detto, sono capaci di prendere in giro, con serietà chiunque senza che “l’altro” se ne accorga. Sono sempre pronti a dirti: “no se pol”, “no se ga mai fato”, “cossa te se sogni”, “no te sarà miga imbriago”, “me par che sta roba sia proprio una cagada”. Potrei continuare all’infinito, per illustrare l’animo ed il modo di fare e di dire che caratterizza tutta la triestinità, speleologica compresa. I triestini sono dei “laici” dissacratori per sistema, ma poi, sono i primi ed anche i più svelti e abili, non solo ad utilizzare il “metodo” che hanno prima deriso (non mi riferisco al caso delle Torri di Slivia) ma in generale, anche a migliorarlo ed a diffonderlo. Mi dispiace deludervi, ma siamo fatti tutti così noi Giuliani della sponda orientale dell’Adriatico. Gli “altri”, ne sono consapevole, non possono capirci.
Si contraddice poi quando afferma: Infatti proprio la loro modernità … si sarebbe rivelata un limite allo sviluppo successivo…Come organismi di una nicchia ecologica, i gruppi grotte di Trieste erano andati evolvendo occupando la nicchia. Chiudendocisi dentro. Più avanti c’è questa sentenza del tutto gratuita: Ma altrove si è riusciti a fare passi successivi d’uscita dalla dimensione sportiva verso una geografia scientifica del sottosuolo, passi che a Trieste paiono stentare ancora adesso. Concludo con quest’altra osservazione riguardo al “supposto” pressapochismo della speleologia triestina ed ovviamente di quella della Commissione Grotte in particolare: D’altra parte io non credevo alle mie orecchie quando, la prima volta che andai in Gortani, sui pianori esterni mi venne spiegato che quello era l’ingresso di quell’abisso e quello, di quell’altro: A me balzava all’occhio che erano diverse entrate della stessa grotta, probabilmente unica come unica è la montagna…Basta così. Ma tutto ciò cosa significa? Una presa in giro? Sono intuizioni, oppure tutto ciò è stato detto per convinzione scientifica, ma vorrei sapere quale! Quella geografica? Ma come si faceva ad intuire con l’occhio l’appartenenza di diversi ingressi che dovevano dunque ovviamente essere in collegamento con la parte interna della stessa grotta? Da “carsista” che è tutto un’altra cosa, ho girato in lungo ed in largo il massiccio del Canin ed effettivamente avevo rilevato questo medesimo fatto, ma partendo da una condizione “geologica”, molto evidente. Questi ingressi risultavano perfettamente allineati secondo uno o più “piani di frattura” che ovviamente sono sempre le migliori possibilità che hanno le acque di precipitazione meteorica ad iniziare tutti i processi carsici legati alla parola “grotte”. Ho già fatto notare che nel testo in esame non ho “letto” una sola volta la parola “geologia”, come mai? Forse non serve, basta l’intuizione? Ma che razza di speleologia si sta qui proponendo? Noi, sprovveduti speleologi triestini, la parola “geologia” parlando delle grotte la usiamo molto spesso.
Ritornando ad infierire sul Maucci, ci viene fatto presente che i suoi lavori li pubblicò solo in italiano. Ciò infatti è divenuta una colpa grave: …negli ultimi decenni del secolo scorso limitarsi a pubblicare in italiano è diventato un ricadere nel proprio ombelico, un fingere (questa è davvero grossa ed offensiva) di fare lavori scientifici cercando allo stesso tempo di limitare il pubblico competente che può criticare. In quei anni l’italiano – lingua ufficiale dell’UIS – veniva usato anche da autori stranieri; la colonizzazione dell’inglese è arrivata alcuni decenni dopo. Per quanto riguarda lo scrivente faccio presente che per approfondire le mie conoscenze in tema di carsismo delle rocce carbonatiche ho letto lavori, oltre che in tedesco, francese, assai poco in inglese, pure in sloveno, croato, rumeno, e in diverse altre lingue, arrangiandomi come potevo, perché dovevo capire cosa altri studiosi avevano fatto, altro che immobilizzarsi in una stupida ed inutile superiorità linguistica di comodo. Continuando sulle critiche gratuite al Maucci, trovo anche questa: Una distinzione che rimane totalmente fuori dell’ambito culturale del Maucci è quella dell’esplorazione intelligente (ma cosa sarà mai?); ripeto che mi sembra sia stato il sue errore fondamentale. Beato lui! Non ci si perita anche di prendere ironicamente in giro il povero Maucci, con le seguenti affermazioni: E mi rammarico rammentare che, sul ciglio di una strada di Spagna, accanto ad un misero focherello, con rara improntitudine lo punzecchiavo invitandolo irrispettosamente a riconoscere di essere legato a metodiche di ricerca ottocentesche che non contemplavano l’indagine matematica dei fenomeni e il ricorso ai principi generali della Fisica nella comprensione degli stessi. Quando ho letto queste parole, mi sono letteralmente cadute le braccia, perché siamo ormai arrivati veramente al fondo, non di una grotta, ma nella vanagloria del pensiero umano. Sembra che ci venga imposto: “Io ho ragione, gli altri miseri tapini non esistono se non la pensano come me”. Vogliate scusarmi, ma se non si capisce il processo carsico, che non può essere altro che geologico, cosa ne fate dei numeri? Ve lo hanno mai detto che con i numeri potete dimostrare tutto ed il contrario di tutto e se i conti che fate non vi “tornano” proprio, ci aggiungete il noto coefficiente “K” e risolvete il vostro problema sulle grotte?
Ancora alcune considerazioni su dei concetti che ritengo particolarmente salienti, poi vorrei chiudere, perché mi sono letteralmente “stancato” di dover analizzare tanti commenti per demolire il povero Maucci e, soprattutto di prendere in giro in vari modi, anche piuttosto banali, la speleologia triestina, “Commissione Grotte” in particolare. Sommessamente faccio presente ai pazienti lettori di questo mio povero testo, ricordando a tutti che la tanto vituperata “Commissione Grotte” della Società Alpina delle Giulie, Sezione di Trieste del Club Alpino Italiano, è nata nel 1883 e quindi nel 2009 ha compiuto il suo centoventiseiesimo (se ho fatto giusto il conto, perché non sono un matematico e quindi posso sbagliare) anno di attività continuata, nel cui ambito il sottoscritto ne ha fatti solo sessanta e su tutte le stranezze che qui sono state dette, è la prima volta che ci metto il naso. Mi scusi il paziente lettore.
Debbo purtroppo soffermarmi ancora su una curiosa affermazione, che trovo nel Capitolo Speleologia, che mi riguarda personalmente ed è la seguente: Ora, in questi ultimi anni, e non per merito diretto degli speleologi, stanno emergendo aspetti insospettati delle grotte che contengono tracce di climi e geografie (?) passate. Il sottoscritto, che si ritiene di essere uno “speleologo” (però triestino), esplorando il Carso triestino (da sempre noto anche come “Carso Classico”), le Grotte di Postumia (Postojnska jama, un tempo conosciute anche come: Grotten und Höhlen von Adelsberg), il Friuli, oltre a diverse puntate conoscitive per rapporti geomorfologici ed idrogeologici in cavità, inghiottitoi e paleo inghiottitoi, nella parte slovena del Carso e nella parte croata dell’Istria settentrionale (Carso di Buie) ed infine nell’Istria centrale, zona carsica circostante il Canale di Leme (vi risparmio la traduzione dei nomi attualmente in Croato), vuole affermare quanto segue:
A) E’ dal 1995 che lo “speleologo” Fabio Forti della C.G.E.B. sta pubblicando studi sulle situazioni climatiche pleistoceniche e che dalle ricerche eseguite nelle località citate, risulta che le morfologie riguardanti gli oggetti in esame, sono state caratterizzate da intensi periodi “diluviali”;
B) Che, il cambiamento climatico, verso le attuali condizioni, è avvenuto nel corso dell’Olocene;
C) Che, da lunghe e pazienti ricerche durate molti anni, tali variazioni climatiche sono state rilevate in particolare nella Grotta Gigante, dove sono stati evidenziati tali cambiamenti molto significativi avvenuti negli ultimi 10.000-12.000 anni;
D) Che, in questo stesso periodo a causa di un drastico cambiamento termico (più freddo rispetto al Pleistocene), delle correnti d’aria (comprendenti anche acqua allo stato di vapore) con direzione in entrata (nella cavità), hanno cancellato per dissoluzione uno spessore di una trentina di centimetri di concrezionamento calcitico parietale, che si era evidentemente depositato nel corso dell’ultimo Pleistocene, in un periodo climatologicamente definibile più caldo e piovoso, che ha abbondantemente favorito tutto il concrezionamento calcitico. Che, …potrei continuare ancora per delle ore tutte le “scoperte” che gli “speleologi” hanno fatto in materia paleo-climatica (anche dalla tipologia dei depositi di riempimento), scoprendo infine, almeno da quanto ci raccontano le grotte, che il “clima” del Pleistocene non era affatto “glaciale”, ma caldo-umido e “diluviale”. Su di un altro argomento morfologico, che, dalle ricerche eseguite molti anni fa, in collaborazione con l’Istituto di Ricerche Carsiche di Postumia e continuate poi in diverse cavità della Regione Friuli Venezia Giulia, è stato accertato che grandi sconvolgimenti tellurici di una tipologia ancora poco conosciuta, hanno lasciato tracce molto evidenti nelle nostre grotte e tali eventi si sarebbero verificati più volte, ma di quello di cui si hanno maggiori certezze, è stato datato dai colleghi di Postumia a 12.000 anni fa. Questi sommovimenti tellurici sarebbero avvenuti con contemporaneità sulla crosta terrestre. Che, noiosamente continuando, sempre degli “speleologi” e sempre gli stessi triestini, a partire dal 1979 hanno iniziato a misurare sul Carso, sulle Prealpi ed Alpi Carniche e Giulie, poi in quelle Dolomitiche ed in seguito in tanti altri luoghi con rocce carbonatiche, l’entità dell’abbassamento delle superfici rocciose per consumazione dissolutiva operata dalle acque meteoriche. Nel corso di questi trent’anni abbiamo eseguito migliaia di misure con cui si è appena “cominciato” a capire qualcosa dei tempi necessari per lo studio del processo carsico superficiale e sotterraneo. Che, nella Forra di Pradis con tali misure, dopo il 1995, si è riusciti a quantificare e differenziare la consumazione chimica da quella meccanica, dove questa seconda risulta essere dominante in modo assoluto. Gli “scienziati” che hanno attrezzato queste stazioni con metodi del tutto innovativi, sono dei semplici “speleologi” della C.G.E.B. e del Gruppo Speleologico Pradis. Che, dal 1950 sempre quei noiosi e sprovveduti “speleologi” della C.G.E.B. hanno impostato le prime (in assoluto) “stazioni meteorologiche sperimentali” nella Grotta Gigante (2 VG), Grotta Costantino Doria (3875 VG), Grotta di Padriciano (12 VG): tutte le altre stazioni di questo tipo sorte in Italia, sono state impostate “dopo” aver conosciuto la nostra esperienza!
Non è che delle Università non siano a conoscenza di queste nostre ricerche e che non abbiano dato anche il loro contributo scientifico, ma l’idea e l’impostazione è originale da parte dei soci della C.G.E.B., quindi di semplici “speleologi”, che ne curano le misure e le complesse gestioni.
Di tutto ciò vi sono numerosissime pubblicazioni (eseguite anche in ambito universitario) che illustrano con dovizia di dati tali ricerche, eseguite ed elaborate da “speleologi”; peccato che molte sono scritte in italiano e quindi di conseguenza “scientificamente” inesistenti!
Vi sarebbero tante altre ed anche importanti considerazioni da fare su questo “testo chiamato Postfazione”. Seriamente, questa volta termino, ma con un’ultima considerazione. Badino conclude questa sua Postfazione con un “pensierino”:
Mi pare che da questo libro, emerga molto chiaramente che Walter Maucci, più che un grande speleologo triestino, è stato un grande triestino.
Con questa frase si è voluto eliminare Walter Maucci dalla storia della speleologia. Forse noi triestini non comprendiamo bene certe sottigliezze linguistiche, ma pensiamo che questo non sia un complimento. Spero di non dover occuparmi più di simili “argomentazioni”, considerato pure che ho ormai 82 anni. Viva Maucci, viva Trieste, lunga vita alla C.G.E.B., carissimi saluti.
                                        Fabio Forti – Speleologo e cultore della materia in carsismo.