Progressione su sola corda……. 1954

 

PROGRESSIONE SU SOLA CORDA ALLA 38 VG

torno al pozzo siamo in 5 ( Foto A.Diqual)

Pubblicato sul n. 56 di PROGRESSIONE – Anno 2009
Correva l’anno 1954 e le corde in verità erano tre, ognuna di poco più di cinque metri e di varia provenienza; ma vediamo come iniziò la storia.
Eravamo un gruppetto di ragazzini d’età compresa tra i 12 e 14 anni ed, abitando nel rione di San Giovanni, eravamo usi ad andare “in gita “ come si soleva dire, risalendo il Valico Romano di Monte Spaccato e da lì girare per il Carso.  La bocca nera della grotta di Padriciano (12 VG), ci aveva già incuriosito e, con una lampada a carburo presa in prestito, ne avevamo già visitata (esplorata per noi) la prima parte fermandoci al primo pozzo. Il fascino dell’ignoto e dell’esplorazione ci contagiò subito e girando per la zona individuammo un pozzo (38 VG; pozzo ingresso 14m) di cui valutammo il fondo ad una decina di metri. Per noi il mondo delle grotte era tutto una novità. Non sapevamo nulla né di gruppi grotte di né che fosse possibile avere informazioni sulle grotte stesse, ma entusiasmo ed incoscienza ci fecero programmare la discesa di questo pozzo con l’ausilio di una corda. Eravamo sicuri di farcela a scendere e risalire. Infatti, frequentando durante l’estate il bagno Ausonia, ci eravamo allenati scendendo e risalendo lungo le corde, tipo palestra, che in quei tempi pendevano dalla terrazza più alta fino al livello del mare.
Il problema era trovare la corda. Uno spezzone di circa 5 metri era già disponibile e già usato alla 12 VG. Un secondo spezzone, sempre di circa 5 metri, lo trovò Nino tra gli attrezzi di campagna di suo zio. Ma anche annodandoli insieme, valutammo insufficiente la loro lunghezza. Era imperativo trovarne ancora una.
Negli anni ’50, nel rione di San Giovanni c’erano più campagne ed orti che case ed una banda di ragazzini si mise a caccia di corde spiando oltre muri e recinzioni. Dopo alcuni giorni avevamo ormai persa la speranza quando Rino ci raggiunse tutto trafelato. Arrampicandosi sul muro che divideva la nostra corte dalla campagna vicina aveva individuato una corda nuova fiammante attaccata al secchio del pozzo da cui attingevano l’acqua per bagnare l’orto. La corda ci costò i classici cinque minuti di paura inseguiti dalle grida della signora Italia (si chiamava proprio così) che dalla finestra al primo piano assistette impotente al furto. La corda sparì dalla circolazione e così   facemmo noi per alcuni giorni. Passata la buriana e le proteste dei vicini (ovviamente nessuno aveva visto niente) programmammo la discesa del pozzo.
Alcuni giorni dopo, di primo pomeriggio, risalito il Valico Romano e raggiunta la grotta, ci prepariamo a scendere. Le tre corde sono annodate insieme e costatiamo che la cima raggiunge il fondo. L’estremità è legata saldamente ad un albero e quindi non rimane che scendere. Attorno al pozzo siamo in cinque: Nino, Aurelio, Bruno, Rino ed il sottoscritto. Età tra i 14 nostri ed i 12 di Rino. Chi scende?  Non tutti sono molto convinti. Il pozzo sembra più profondo di quanto ci ricordavamo, ma non vogliamo tirarci indietro. Scendo io per primo. Afferro la corda con le mani e, senza casco e con la lampada a carburo spenta nel tascapane, arrivo sul fondo. Dopo poco mi raggiunge Bruno mentre gli altri rimangono in superficie ad aspettarci. Con Bruno facciamo il giro della caverna sottostante, ma siamo un po’ preoccupati. Durante la discesa ci siamo resi conto che il pozzo è più profondo di quanto valutato.
Decidiamo quindi di risalire. Comincia Bruno. Si arrampica deciso per buoni due terzi del pozzo e poi non ce la fa più. Ridiscende, ma ad un paio metri dal fondo le mani non lo tengono più e si lascia cadere sul cono detritico fortunatamente senza danni. Provo io. Salgo fino a circa metà e mi rendo conto che non è come con le corde da palestra dell’Ausonia. Ridiscendo senza danni ma piuttosto scoraggiato. Bruno fa un altro tentativo senza successo. Da sopra vogliono provare a tirarci fuori di peso. Sono in tre e forse possono farcela. Nel frattempo le ore passano e sta facendo buio. Bruno si lega la corda attorno alla vita e da sopra provano a tirarlo su. I primi metri vanno lisci, ma non appena il primo nodo trova uno spigolo di roccia, questa si blocca e non c’è più modo di farla scorrere.
A questo punto siamo veramente scoraggiati. Bisogna decidere cosa fare anche se non ci sono molte scelte: da soli non ce la facciamo ed abbiamo bisogno d’aiuto. Mentre Nino rimane sull’orlo del pozzo, Aurelio e Rino si avviano in direzione di Padriciano. Non va dimenticato che a quei tempi dopo di una certa ora poca gente circolava per il Carso ed anche le case non erano così numerose come adesso. Giunti in prossimità del paese, ne vedono una con le luci accese. Bussano alla porta e spiegano la situazione. Il tizio che li accoglie li accompagna subito presso la trattoria del paese stesso. Va premesso che, per nostra fortuna a quei tempi non esisteva ancora la televisione e molta gente passava le serate in trattoria giocando a carte bevendo qualche bicchiere di vino che era servito direttamente da botti o da damigiane da 50 litri.
In trattoria, tra gli avventori è subito tenuto una specie di consiglio di guerra
Per prima cosa uno va a prendere una corda sufficientemente lunga per raggiungere il fondo del pozzo già conosciuto dagli abitanti del posto. Altri procurano lampade e torce a vento. Dopo di che, messo insieme un numero sufficiente di volontari, si mettono in cammino.
Ormai   è scesa la notte e da sotto non vediamo più l’imbocco del pozzo. Non possiamo fare altro che aspettare. Quando cominciamo ad essere preoccupati per non avere notizie, da sopra Nino ci comunica di vedere   nel buio delle luci in movimento. Dopo poco un numeroso gruppo di persone raggiunge l’imbocco della grotta. Un paio di giovani certamente più maturi di noi prendono in mano la situazione e calano la cima della corda. Le istruzioni sono di legarcela in vita per accompagnarci nella risalita lungo la nostra corda. Cerchiamo di legarci passando la corda anche sotto il cavallo per non forzare vita e costole, ma manchiamo d’esperienza. Appena legati ci tirano fuori uno per volta.  Dico ci tirano fuori perché è proprio quello che fanno. Sono in tanti e ci tirano su letteralmente di peso in modo che non   riusciamo quasi a toccare la nostra corda.  Non avendo esperienza di legature, è facile immaginare le sollecitazioni alle nostre giovani ossa.  Alla fine, con nostra grande vergogna, siamo entrambi in superficie e cerchiamo di ringraziare nel buio chi ci ha aiutato. Recuperate le corde, la gente riprende la via del paese e della trattoria dove il fatto deve aver monopolizzato le conversazioni della serata. Uno degli ultimi, una persona più anziana, conclude con un “podevi almeno pagaerghe de bever” ma considerando che, a quei tempi ed a quell’età, nessuno ragazzino girava con dei soldi in tasca, la frase ci mise in imbarazzo.
Rimasti soli riprendiamo la strada di casa camminando al buio lungo il bordo della camionale in direzione del Monte Spaccato. Percorriamo però la strada nascondendoci nei cespugli ad ogni faro delle poche macchine che vediamo arrivare in lontananza. Infatti, uno del gruppo ci aveva detto che qualcuno aveva chiamato i pompieri e noi eravamo terrorizzati all’idea di dover rispondere del fatto. Tiriamo il fiato solo dopo raggiunto il sentiero che scende a San Giovanni ponendo così fine alla nostra avventura.
Ovviamente ci rendemmo conto della stupidaggine che avevamo fatto e questo influì moltissimo sulle nostre intenzioni future.  Per gli altri fu la fine delle avventure speleologiche mentre per me fu l’inizio di qualcosa che continua ancora oggi.
Rileggendo ora queste righe mi viene spontaneo ricordare con estrema nostalgia di quando si poteva girare senza ostacoli per tutto il Carso, dove i suoi abitanti   ti indicavano le grotte   ed erano subito pronti a lasciare il bicchiere e le carte da gioco per aiutare cinque ragazzini incoscienti che giocavano a fare gli esploratori. Mi viene anche da pensare cosa avrebbe messo in moto oggi, tra carabinieri, vigili del fuoco e soccorsi,   un episodio del genere. Indubbiamente i tempi sono cambiati.
      Augusto DIQUAL

Comments

comments