Carlo Finocchiaro

 

FINOCCHIARO Carlo (17.01.1917 – 19.07.1983)

Presidente dal 9 aprile 1953 al 19 luglio 1983
Il 19 luglio 1983 è venuto a mancare, al Club Alpino Italiano e alla speleologia, Carlo Finocchiaro, Presidente della Commissione Centrale per la Speleologia, presidente della Commissione Grotte “E. Boegan” (il più antico sodalizio speleologico del mondo), vicepresidente della Società Alpina delle Giulie, Sezione di Trieste del CAI, membro della Commissione per l’insegnamento della speleologia dell’Unione Internazionale di Speleologia.

 Nato a Trieste nel 1917, si è dedicato sin da giovanissimo alla speleologia, diventando in breve tempo uno degli uomini di punta della Commissione Grotte della Società Alpina delle Giulie. Dopo la parentesi della guerra (e conseguente prigionia in Russia) riprende l’attività, assumendo ben presto la carica di presidente della Commissione Grotte e di vicepresidente della Società Alpina delle Giulie; sotto la sua guida gli uomini dell’Alpina scendono ad esplorare le grotte di mezza Italia (Sicilia, Sardegna, Puglie, Campania, Calabria, Veneto, Friuli, Toscana) e di parecchie nazioni vicine e lontane.

Ottimo esploratore (continuò a calarsi in grotta sino a pochi anni or sono), facondo conferenziere, instancabile organizzatore (ha creato e diretto riviste di speleologia quali “Atti e Memorie”, “Progressione”, indetto congressi nazionali e internazionali), abile dialettico, fine politico, scrittore preciso e documentato (ha pubblicato – in Italia e all’estero – oltre 110 lavori speleologici), ha legato, a livello nazionale, il suo nome soprattutto alla realizzazione delle due strutture fondamentali per la speleologia in seno al CAI: la Commissione Centrale per la Speleologia e la Scuola Nazionale di Speleologia. Maturate fin dagli anni giovanili nel seno della Commissione Grotte dell’Alpina (la loro realizzazione faceva parte dei programmi redatti dalla Commissione nel 1942), ebbe l’opportunità di concretizzare l’iniziativa alla fine degli anni ’50, grazie anche all’appoggio di molti membri della Direzione Centrale del CAI, che seppe conquistare alla sua causa, e all’amicizia del professor Nangeroni, sulla quale poté sempre contare. Sottocommissione per la Speleologia (nell’ambito del Comitato Scientifico del CAI) e Scuola di Speleologia presero l’avvio assieme e contribuirono notevolmente sia a diffondere la speleologia (grazie ai numerosi Corsi Nazionali, magistralmente organizzati da lui a Trieste e poi anche in altre città italiane) nelle regioni che pur avendo zone carsiche non avevano strutture speleologiche adeguate, sia ad organizzare la speleologia in seno al CAI (che ha quindi riconosciuto, anche con la trasformazione della Sottocommissione in Commissione, la validità della speleologia e la sua congruità con gli ideali e le finalità statutarie).
Pur senza entrare in polemica o in antitesi con la Società Speleologica Italiana (di cui era socio e nel cui Direttivo aveva attivamente operato per alcuni anni), ha sempre rivendicato al Club Alpino un ruolo preciso nell’ambito della speleologia nazionale. A dimostrare la validità di questa sua tesi stanno i molti corsi di speleologia organizzati a vari livelli (da quelli di iniziazione e divulgazione a quelli a livello universitario), le serie di diapositive didattiche utilizzabili per corsi e conferenze, i numerosi convegni e congressi – nazionali e internazionali – organizzati dal CAI in questi ultimi anni.
L’ultimo anno della sua vita lo ha dedicato non solo all’organizzazione delle manifestazioni del centenario della Sezione di Trieste del CAI – la Società Alpina delle Giulie – e della sua Commissione Grotte (primo sodalizio speleologico del mondo a varcare la soglia dei cent’annidi vita) ma anche al consolidamento della struttura della Commissione Centrale per la Speleologia, da lui diretta per molti anni e che intendeva consegnare al successore (era fermamente determinato a non ricandidarsi) ben avviata e collaudata.
Diceva spesso, a proposito di se stesso e degli altri, che nessuno è insostituibile, anche se tutti possono essere utili. Probabilmente quanto affermava è vero, ma il vuoto che lascia, a Trieste, in Italia e nella speleologia mondiale, non sarà facilmente colmabile.
Testo pubblicato sulla Rivista Mensile del CAI, 105 (1/2): 74-75, Torino 1984
Per alcuni anni accademici venne istituito presso l’Università degli Studi di Trieste un Premio di Laurea, intestato alla memoria di Carlo Finocchiaro, per una tesi che verta su temi attinenti aspetti fisici, naturalistici, geografici o storici delle aree carsiche
E’ stato socio della Commissione Grotte dal 1936 al 1983

 UN PRESIDENTE TANTI RICORDI

Estate 1977 grotta del Bufalo (foto di Furio FINOCCHIARO)
Pubblicato sul n. 49 di PROGRESSIONE – anno 2003

IN MEMORIA
E come la stella che si spegne è ogni opera della vostra virtù: ancor sempre la sua luce viaggia e va peregrinando …Così la luce della vostra virtù viag­gia ancora anche quando l’opera è compiuta. An­che se dimenticata e morta…
(F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra: Dei virtuosi).

UN PRESIDENTE, TANTI RICORDI
Nel luglio 2003 cadeva il ventennale della scomparsa di Carlo Finocchiaro (Trieste 1917-1983), socio della Commissione dal 1936 e suo presidente per un trentennio dal 1953 al 1983. Vent’anni fa della sua vita e delle sue opere hanno scritto in molti – Progressione, Atti e Memorie, Alpi Giulie, Speleologia, Rivista Mensile del CAI, per citare solo alcune testate – per cui non si ritiene il caso di reiterare una sua biografia. La Redazione desidera però ricordare quello che fu il suo ispiratore, e a cui la spe­leologia deve tanto, ospitando gli scritti di alcuni speleologi che lo avevano conosciuto e che intendono così onorarne la memoria. Abbiamo altresì ritenuto di pubblicare alcune frasi tratte da necrologi o dalle varie lettere di cordoglio scritti o inviate da speleologi di altre parti d’Italia e d’Europa: è una breve scelta di frasi che dimostrano quanto sia stato apprezzato e stimato quello che fu per la Commisione il miglior presidente, oggi ricordato sul Carso da una grotta a lui dedicata (la Grotta del Maestro, 5300 VG), dal nuovo sentiero nella Grotta Gigante e da una targa posta sul fondo della stessa.
                                                                           La Redazione
CARLO FINOCCHIARO, VENT’ANNI DOPO
Quando, nell’agosto 1961 sono appro­dato all’Alpina – allora i grottisti triestini chiamavano così la “Boegan” – introdotto da Beppe Baldo e Mario Gherbaz, la prima persona cui fui presentato, nella saletta in fondo al corridoio della sede di piazza del­l’Unità, è stata Carlo Finocchiaro. Un uomo di una quarantina d’anni, capelli neri con una ciocca bianca in fronte, avvolto in una nuvola di fumo, chiamato da tutti “il Mae­stro” perché era insegnante alle scuole ele­mentari, ma anche perché (e questo lo capii molto dopo) per molti di noi è stato vera­mente un maestro di vita. Non so che impressone gli abbia fatto, e non ricordo quella che lui fece a me. Io provenivo da un gruppo grotte con la fama – non del tutto immeritata – di scriteriati patriottardi, di bombaroli, gente da prende­re con le mollette, mentre lui era il capo carismatico del gruppo speleo più agguerrito di Trieste e più antico del mondo. Ci siamo conosciuti un po’ meglio alcu­ni mesi dopo, in occasione della spedizio­ne estiva sugli Alburni; è stata pure la pri­ma volta che siamo andati in grotta assieme: Grava dell’Auletta Cp 252, P. 25, P. 4, stret­toia, P. 60, altra strettoia. Ricordo che m’aveva colpito il fatto che questo vecchio speleologo, a cui tutti davamo del lei, s’era calato con noi per farmi sicura sull’infido P. 60. Dopo quell’esperienza abbiamo ancora avuto occasione di scendere in grotta as­sieme, ma è stato l’Alburno a rimanere più impresso nella memoria. I mesi e gli anni seguenti ho avuto da lui sempre più ampi spazi per operare in seno all’Alpina: forte della sua fiducia ho cominciato a lavorare per completare le cartelle del Catasto Friuli – a quel tempo nell’armadio a tre ante con le saracinesche scorrevoli in legno erano riservati al Friuli solo un paio di cassetti contenenti i dati delle grotte esplorate e rilevate da noi. Successivamente mi ha inserito nel gruppo di lavoro che curava la pubblicazione di Atti e Memorie, insegnandomi a correggere le bozze di stampa ed a trattare con le tipo­grafie – dapprima la litografia Cozzi, poi la Tipografia Nazionale del vecchio Rossi -ma soprattutto a trattare con gli Autori. Aveva un modo tutto suo signorile, elegan­te, discreto di suggerire l’aggiunta di una virgola o la sostituzione di un termine non troppo preciso con uno più adatto. È una cosa di cui continuo ad essergli grato. A Trieste, all’Alpina, ho avuto modo in quei primi anni ‘60 di conoscere il Maestro. Ma soltanto andando in giro per l’Italia ho avuto la possibilità di capire quanto vales­se. Credo che mai proverbio sia stato più azzeccato, nei riguardi del Maestro, del­l’evangelico “nessuno è profeta in patria”. Le piccole, continue lotte di piccoli uomini che hanno caratterizzato la speleologia tri­estina del secondo dopoguerra hanno im­pedito ad alcuni grottisti triestini di vedere lo speleologo Carlo Finocchiaro per quello che veramente era, al di fuori e al di sopra della sua funzione di presidente di un grup­po grotte (che, a quei tempi, per il solo fatto di esistere doveva essere considerato un nemico da combattere) e a lasciare che fosse l’invidia a determinare il loro giudizio. Ma forse l’invidia è soltanto una forma aberrante di ammirazione. In Italia il Maestro era apprezzato e sti­mato dagli speleologi, anche da quelli che ne avversavano e contestavano le idee, soprattutto per ciò che effettivamente era: un signore, nel termine più completo della parola. Un signore che sapeva essere giu­sto e corretto anche quando questo poteva arrecargli nocumento. Nei suoi rapporti con l’esterno ricordo una lezione di onestà e irreprensibilità che, indirettamente, mi die­de. Presidente della neocostituita Sottocom­missione per la Speleologia del Comitato Scientifico del CAI (l’antesignana dell’attuale Commissione Centrale per la Speleologia) aveva avuto l’incarico da Nangeroni di ri­partire i fondi messi a disposizione dal CAI per la speleologia. Non ricordo le cifre esat­te, si trattava di alcune centinaia di migliaia di lire, ma ricordo che all’Alpina (alla Com­missione Grotte) era stato destinato poco o nulla. Alle mie rimostranze (noi facciamo un sacco di lavoro, Canin, Alburno, Carso, scuole, congressi, pubblicazioni…) rispose che quei soldi erano molto più necessari ai gruppi grotte italiani a cui erano stati desti­nati, e che questo loro impiego era molto più utile alla speleologia italiana che non un’ulteriore campagna esplorativa o un numero in più della nostra rivista. I vent’anni che seguirono gli hanno dato ragione, e anche questa è stata una lezio­ne di cui gli sono debitore e di cui ho cer­cato di far tesoro: guardare più lontano nel tempo e nello spazio, sicuramente almeno oltre i “Lupi di Toscana” (Monumento eretto presso le foci del Timavo a ri­cordo dell’omonimo reparto che ivi combattè durante la prima guerra mondiale; segna, indicativamente, il limite nord occidentale del Carso triestino e, per estensione, il territorio dei [vecchi] grottisti triestini); vedere la spele­ologia nel suo sviluppo sulle lunghe distan­ze e in modo ecumenico. La considerazione di cui godeva in cam­po nazionale e internazionale s’era via via accresciuta con il passare degli anni, facendone un personaggio di spicco della speleologia. Ne daranno riprova le cospi­cue attestazioni di cordoglio e stima giunte alla sua immatura – almeno per noi – scom­parsa e i numerosi necrologi apparsi sulle riviste di speleologia di tutt’Europa. Oggi, vent’anni dopo, cosa rimane di Carlo Finocchiaro, el Maestro, l’uomo che per trent’anni ha retto le sorti della Com­missione Grotte dell’Alpina, divenuta nel frattempo la “Boegan”, cosa rimane della stima incondizionata raccolta nel mondo speleologico? Rimangono gli scritti (oltre un centina­io), le opere (molti rilievi, la nascita della Commissione Centrale per la Speleologia, la creazione della Scuola Nazionale di Spe­leologia, i grandi lavori alla Grotta Gigante, il Museo Speleologico, la Legge regionale sulla speleologia ed il Catasto Regionale delle Grotte realizzati con Marino Vianello…) ed i ricordi nel cuore di amici, disce­poli, estimatori. Gli scritti rimangono nel tempo, ma nel tempo sono destinati a sva­lutarsi, diluirsi, perdere consistenza. Le opere vengono via via sostituite da altre nuove più aderenti alle necessità dei nuovi tempi, e quando sopravvivono trovano spes­so nuovi padri. I ricordi. Questi albergano soltanto den­tro chi ha avuto modo di conoscerlo e di viverli, per poi metabolizzarli; per quanto mi riguarda il Maestro fa parte del mio passato e continua a vivere nelle cose che mi ha insegnato. Ma non sono molti, ormai, quelli che hanno avuto l’opportunità di in­contrarlo, ed il tempo trova modo ogni anno di ridurne il numero. In Commissione sono pochi, oggi, i soci che lo hanno visto di persona: per i giovani è quello che era, quaranta anni fa per me e per i miei coeta­nei – Beppe Baldo, Natale Bone, Mario Bussani, Augusto Diqual, Luciano Filipas, Franco e Mario Gherbaz, Dario Marini, Marino Vianello ecc.- Eugenio Boegan: un nome e un mito da custodire, da interpre­tare, magari anche da contestare. Oltre i Lupi di Toscana, oltre il Timavo, credo sia per i più soltanto un nome, quello di un vecchio speleologo noto per aver fatto qualcosa di non molto ben definito. Carlo Finocchiaro lo abbiamo portato al camposanto e seppellito vent’anni fa, in una triste giornata del luglio 1983, ma comincia a morire soltanto ora che scompaiono, uno ad uno, quelli che lo hanno conosciuto di persona.
  Pino Guidi

Il “Maestro” esegue delle misurazioni alle “Stufe di S.Calogero (Sciacca) ( Foto Archivio CGEB)

 

QUANDO ERA SEMPLICEMENTE “CARLETTO”
In una delle mie cronache sugli antichi fatterelli della nostra Commissione ebbi già a raccontare (Progressione 44) come, nel lontano autunno del 1934, il carismatico Medeot riuscì ad inculcare il virus della speleologia a quattro giovani sprovveduti; in tale occasione incontrai per la prima volta tal Carlo Finocchiaro, per gli amici “Carlet-to”, di un anno più vecchio di me e diplo­mando all’Istituto Magistrale.
Ebbe inizio così una solida amicizia che riuscì superare indenne i drammatici eventi e le lunghissime separazioni che negli anni successivi seguirono.
Al tempo, quasi ogni domenica all’alba, previo lancio di pietre sulle finestre al terzo piano a titolo di sveglia e l’apparizione dalle stesse di una testa scarmigliata, si aggre­gava una specie di zombie addormentato che, caricato della sua quota di soma spe­leologica, veniva da noi sospinto verso l’al­tipiano. Passata Cattinara si aveva la ripre­sa di conoscenza ed allora, ingranata la quarta, il baldo giovane riusciva seminarci senza difficoltà lungo l’erta della “Strada delle Vacche”.
Vi fu una breve interruzione della sua partecipazione quando, nel 1935, avendo ottenuto una supplenza in uno sperduto sorgitore istriano di cui ricordo solo un nome: Mocibobi; lo riavemmo però nuova­mente poco dopo dato che ebbe definitiva­mente la cattedra alla scuola di Gropada, composta da una unica classe.
Molte furono in quelli anni le nostre pic­cole avventure, qualcuna l’ho raccontata (Progressione cento, Progressione 45) ma di una credo non aver mai parlato.
Era la primavera del 1937, quando, pros­simo all’esame di maturità, mi competeva l’ultimo compito in classe di latino, che prudentemente avevo poca intenzione di fare. Allora “lippe” e, non sapendo dove nascondermi, a piedi a far visita al maestro di Gropada.
Carletto mi vede dalla finestra e, senza scomporsi, con grande presenza di spirito, dà il “ritti” alla sua diecina di alunni acco­gliendomi con un: “Buongiorno Signor Ispettore, ragazzini salutate”. Quindi, dopo avermi fatto notare l’ordine e la pulizia del­l’ambiente, avermi offerto di interrogare qualcuno degli allievi, preso il violino orga­nizza un coro in mio onore. Interrotte le lezioni in anticipo, dato l’eccezionale even­to, ritorniamo, naturalmente sempre a pie­di, in città ridendo come matti, felici del­l’inusitato incontro.
Poco dopo il sodalizio ebbe termine dato che Bruno1 ed io partimmo per fare i militari; fu possibile rivederci solamente duran­te le mie brevissime licenze; poi la lunga guerra. Ci rincontrammo, per la prima vol­ta, quasi dieci anni dopo, all’inizio del 1947, quando io arrivai a Trieste con moglie mentre lui era appena rientrato dalla prigio­nia in Russia.
Dato che abitavamo negli stessi parag­gi, spesso ci si riuniva nella mia cucina, davanti una bottiglia di grappa, con Medeot che parlava degli eventi del giorno -abitavamo in prossimità del turbolento con­fine etno-politico che divideva la città, dove quasi settimanalmente avvenivano conflitti – oppure abbozzava programmi per una certamente prossima spedizione nelle grot­te di Sciacca. Carletto invece, sempre si­lenzioso, centellinava il suo bicchierino con grande distacco per questi problemi che noi ritenevamo alquanto importanti. Un gior­no, parecchio tempo dopo, ebbi a chieder­gli il perché di quella sua apparente abulia; la risposta che mi colpì profondamente fu: “mi meravigliavo ancora di essere vivo”.
Poi la diaspora: Medeot in Venezuela, Bruno in Argentina, io in Sicilia, e così ebbe fine la storia dei quattro sprovveduti giovani del 1934.
A parte gli incontri di quando venivo a Trieste, in grotta ci siamo ritrovati sola­mente nel 1958, durante la spedizione alle Stufe a Sciacca, ma ormai la vita ci aveva fatto crescere: lui era diventato “el Mae­stro” ed io “il Comandante”; sono però certo che nel profondo del suo cuore, come del resto sentivo nel mio, avrebbe voluto fossimo rimasti ancora più sempli­cemente “Carletto” e “Lulo”.
                                                                   Giulio Perotti, per gli intimi Lulo

C. Finocchiaro (Foto Archivio CGEB)

 

UN  PRESIDENTE  IRRIPETIBILE
Forse sarò ingiusto ad intitolare così questo mio scritto, però, nella mia lunghis­sima permanenza nella “Commissione Grot­te”, tra tutti i presidenti che ho conosciuto (tutti degni di questo titolo), Lui è stato senz’altro il migliore e il più amato. Sto par­lando di Carlo Finocchiaro, ovviamente, il “Maestro”, non soltanto delle scuole elemen­tari ove insegnava, ma anche di tutti noi.
Ci ha lasciato dopo una penosa malat­tia giusto vent’anni fa, sessantasettenne, età alla quale anch’io mi sto avvicinando ine­sorabilmente.
In questo ventennio molte cose sono cambiate nell’ambito della Società, certe in meglio altre in peggio… Ma no! Che sto scrivendo? In vent’anni le cose sono varia­te di poco se non di niente. Abbiamo sol­tanto cambiato un paio di volte la sede sociale, fatto qualche siluramento più o meno doloroso nei vertici del Direttivo e acquistato tanti Personal Computer come si addice ad una società seria.
Sul Carso ci sono sempre i nostri “fiori all’occhiello” rappresentati dalla Grotta Gua-tiero, per la quale – dicono – si è fatto poco (e male) e la Grotta Meravigliosa di Lazzaro Jerko, la grotta sul cui fondo scorre il Timavo, per la quale – dicono – non si è fatto nulla (e peggio). È un vero peccato che il “Maestro ci abbia lasciato prima della sco­perta di queste ed altre interessanti cavità.
A Borgo c’è sempre la Grotta Gigante, secondo polo turistico della regione, con i suoi eterni problemi in parte risolti e in parte ancora da risolvere. C’è poi quella secolare vocina che insistente circola tra le mura della sede, la quale sussurra, ma non tanto sottovoce, che le altre sezioni dell’Alpina delle Giulie, quelle che verso gli speleologi hanno la puzza sotto il naso, vogliono to­gliere alla CGEB l’incarico della gestione della Grotta Gigante stessa. Ma se lo pren­dano pure quel benedetto incarico, vivad­dio, potremmo così domani appurare chi sia stato il miglior gestore, e finalmente poi, il Consiglio Direttivo della Commissione Grotte cesserà di essere un Consiglio di   Amministrazione di tipo aziendale. Questo vuole dire che i membri che compongono il direttivo stesso parleranno finalmente soltanto di grotte “normali”, di materiali e di spedizioni nel vero senso della parola.
Sto andando fuori dal seminato con queste mie polemiche fuori luogo che non hanno nulla a che fare con quanto mi ero proposto con questo scritto, che è quello di ricordare il “Maestro”. Non voglio nep­pure elencare i suoi meriti che sono tanti (non ne sarei capace), ma soltanto raccon­tare come Lo ho conosciuto la prima volta in quel lontano mese di novembre del 1957.
Era la mia prima uscita con la Commis­sione Grotte, e me ne stavo sotto un caval­cavia in trepidante attesa del camion milita­re che mi avrebbe portato nell’allora per me sconosciuta località di Pradis, dove si aprivano le ancor più sconosciute Grotte di La Val. Arrivato il mezzo salii a bordo e Marino Vianello, che avevo avuto il piacere di conoscere qualche giorno prima, diede il via alle presentazioni: Questo è Tizio, que­sto è Caio, quello laggiù che sonnecchia sul cumulo di corde è Carlo Finocchiaro, il nostro presidente, che noi solitamente chia­miamo “Maestro”. Per la veneranda età da lui raggiunta (aveva appena compiuto i quarant’anni, n.d.A.) e per il titolo con cui è insignito, gli spetta il “Lei”.
Carletto, anche così veniva chiamato il Maestro da una ristretta cerchia di perso­ne, guardò di sottecchi con fare sornione Marino Vianello e poi indirizzò nei miei ri­guardi un assenso con il capo e un gesto di saluto con la mano, che io contraccam­biai con un sorriso e un lieve inchino.
Giunti a Monfalcone l’automezzo, la cui data di costruzione risaliva senz’altro a pri­ma della guerra d’Etiopia, si fermò in pan­ne e, in attesa della sua sostituzione ci re­cammo in un bar per riscaldarci con un buon caffè. Come ho scritto poc’anzi si era in novembre e faceva piuttosto freddino. Dato che il locale era provvisto di biliardo, chiesi ai compagni se c’era qualcuno di­sposto a fare una partitina con me. Nessu­no di loro però aveva dimestichezza con le stecche, soltanto il Maestro accettò la mia sfida, battendomi poi clamorosamente.
Quel giorno stesso, nelle grotte di La Val, mi resi immediatamente conto che Egli era uno speleologo provetto, coraggioso e con una grande attitudine per l’organizza­zione. Oggi, tra i soci della Commissione Grotte Eugenio Boegan, sono uno dei po­chi rimasti che hanno avuto il privilegio di scendere in grotta con Lui.
Voglio ricordarLo così, come è raffigu­rato nelle foto un po’ sbiadite dal tempo che possiedo: col ciuffo di capelli grigi tra quelli neri, l’eterna sigaretta tra le dita, il suo cordiale sorriso e, quando scendeva in grotta, le gambe infilate in quei lunghissimi stivaloni di gomma.
Era una persona gentile e sempre alla mano, però poco incline ai complimenti, che raramente faceva in pubblico. Alcune volte, a quattr’occhi, si rallegrò con me per qual­che mio riuscito articolo per Progressione, oppure per qualche rilievo topografico di cavità ben rappresentato, facendomi senti­re al settimo cielo.
Rubando le parole a Dario Marini, po­trei sinteticamente definirlo anch’io con tre parole, soltanto, ma che dicono tutto: Era un signore!
                                                                                        Bosco Natale Bone

                                                                                        COSÌ, DI LUI, HANNO SCRITTO
… l’ho visto battersi generoso e a volte folle in un sacco di battaglie per la speleo­logia, non solo triestina. Giovanni Badino (Grotte, 82: 2)
Era uno dei ‘grandi’, il Maestro, e lo sapevano tutti. Il riguardo e la considerazione da cui era circondato in Italia e all’Estero derivavano da quel che Carlo aveva dato alla speleologia in oltre quarant’anni di attività. Paolo Grimandi (Sottoterra, 66: 32)
Portatore di idee nuove e di proposte spesso avveniristiche, la sua voce era autore­vole in qualsiasi consesso dove si parlasse di speleologia ad un certo livello; per questo era inviso ai mediocri che ne avvertivano la carismatica superiorità…
Dario Marini (Progressione 11: 2-3)
la speleologia italiana e mondiale perde un preciso riferimento, un propugnatore di idee… Leonardo Busellato (Schio, 1 agosto 1983)
con Finocchiaro è andato via un gran personaggio della speleologia italiana…
Vittorio Castellani (Roma, 16 sett. 1983)
… ho avuto modo di conoscerti ed apprezzare le tue grandi doti di organizzatore e coordinatore dell’attività speleologica che pur prediligendo l’esplorazione del profon­do per svelarne i suoi misteri resta sempre avulsa dal pubblicizzarli.
Totò Sammataro (Montagne di Sicilia, 50 (4): 3)
la Société Spéléologique Hellenique … regrette d’avoir perdu un des plus remar-quables Spéléologues du mond intier. Anna Petrochilos – Gr. Papadopulos (Athene, 4.10.1983)
Dieser sein Tod hinderlässt nicht eine schwer zu schiessende Lücke in seinem Verein und in der italienischen Speläologie, sondern ist auch ein schmerzlicher Verlust für die internationale Höhlenforschung … Für die Karst-und Höhlenforscher aller Länder wird er unvergesslich bleiben. Hubert Trimmel (Die Höhle, 34 (3): 108-109)
qui fui pendant des années le ’Maestro’ de la spéléologie italienne et l’un des ses plus illustres représentant dans le rèunion internationales … Sa disparitions brutales laisse un grand vide, non seulement dans la spéléologie italienne, mais aussi dans la karstologie mondiale. Bernard Gèze (Spelunca, 13, 1984)
Provvisto in egual misura di ironia e di umanità, è stato certamente per noi un maestro e un secondo padre del quale chi lo ha conosciuto non smette di sentirsi orfano. Tony Klingendrath (Cane sciolto, Vivalda 2003)

 

Venticinque anni dalla morte di Carlo Finocchiaro

Il 19 luglio 1983 a Trieste moriva Carlo Finocchiaro.
Venticinque anni fa: tanti ne sono ormai trascorsi. Nel frattempo la speleologia triestina, come quella a scala maggiore, è profondamente mutata; a Trieste, degli stessi attori del tempo non molti sono quelli rimasti attivi nella speleologia: alcuni non ci sono più, altri hanno lasciato per “limiti d’età”, altri ancora hanno sviluppato tutt’altro interesse. Tuttavia, a venticinque anni di distanza, questa notevole figura di speleologo, che è stato presente sulla scena speleologica – e limitiamoci solo a quell’italiana – per oltre quarant’anni, costituisce ancora un esempio di dedizione alla speleologia, in particolare a quella “sua” Commissione Grotte “Eugenio Boegan” alla quale, innegabilmente, diede il meglio di sé, del proprio tempo, della propria cultura, del proprio ingegno.
In una speleologia triestina – ma si può parzialmente estendere a quella regionale – dove da parte dei gruppi grotte c’è quasi un senso, ancora non stemperato, di rigido possesso delle proprie radici più lontane, come se il patrimonio di esplorazioni, studi, e uomini, che col passare degli anni diventa “storico”, così, col tempo non si accasasse invece, maggiormente forte e duraturo, con una più ampia, fino agli estremi di una universale, identità comune – quella di un’intera collettività – ebbene, ai più – ai tradizionalisti, tanto per usare un luogo comune – forse apparirà strano come io, che proprio da circa venticinque anni non sono più membro di quella Commissione Grotte, di un tempo, scriva in ricordo di quest’uomo che s’identificò, totalmente, in quel gruppo. Con l’onestà, e la dignità, di non voler sottrarre nulla e a nessuno.
Sul contributo di Carlo Finocchiaro alla speleologia rimando il lettore agli scritti pubblicati venticinque anni fa dai suoi consoci della Commissione Grotte, dalle persone che più d’altri, nella speleologia, gli sono state vicine. Sono parecchi articoli, comparsi in varie riviste, dal locale “Atti e Memorie” al nazionale “Speleologia” e così via, in cui è stata tracciata la vita e l’azione di questo notevole speleologo italiano del ‘900, ben documentati, meritatamente celebrativi. Carlo Finocchiaro, dunque, protagonista della grande speleologia italiana d’alcuni decenni fa, poiché in tale contesto si cala precisamente il suo ruolo. Il presente approfondimento potrà essere invece, a venticinque anni di distanza, un’occasione per i nostri giovani speleologi (che non hanno potuto conoscerlo) per rispolverare vecchie riviste e leggere gli articoli di quel tempo, così comprendere l’emozione che, palpabile, quella perdita causò alla speleologia tutta, e riflettere sull’impegno reale e tangibile che quest’uomo profuse nella nostra comunità. Solamente gli articoli scritti all’epoca, infatti, possono trasmettere esattamente l’impressione su com’era considerato l’uomo – e, giustificatamene, la considerazione su di lui era alta – nonché le sensazioni provate dal mondo speleologico alla sua scomparsa, che furono di grande tristezza e di sconcerto. Io ora, invece, grazie al tempo trascorso potrò dare una lettura verosimilmente meno intimistica, forse maggiormente serena, probabilmente più concreta, ma non per questo meno celebrativa di questo speleologo, con la “S” maiuscola che, anche in periodi difficili, in una società più semplice ma contemporaneamente più chiusa in sé stessa, decisamente in una speleologia affatto globalizzata, visse, costruì e lasciò ai posteri, azioni, progetti, strade da seguire, di grande rilievo speleologico, parecchie delle quali tutt’oggi sono fondanti la nostra speleologia, non solo locale ma nazionale.
Mi limito ad alcuni accenni biografici. Nato nel 1917 Carlo Finocchiaro inizia andare in grotta nel ’34 – quindi a 17 anni, giovanissimo, anche lui come vuole la più schietta tradizione triestina – entrando nella Commissione Grotte di allora nel 1936, perciò conoscendo il grande Eugenio Boegan (che morirà nel ’39). Da subito ottimo esploratore, all’interno di una piccola compagine di giovani fortemente motivati molti dei quali diverranno come lui illustri, maestro elementare, s’inserisce immediatamente nel filone “colto” della speleologia. Non è un caso se nel 1938 il giovane Carlo scende, assieme al compagno Luciano Medeot, l’imponente verticale di 285 metri dell’Abisso di Leupa sulla Bainsizza (Alto Carso) – che divenne l’allora più profondo pozzo del mondo – ma ciò che è predittivo è che il Boegan, direttore de “Le Grotte d’Italia”, gli pubblicò sulla prestigiosa rivista il suo articolo sull’esplorazione e la morfologia dell’abisso. Nel settembre del 1939 la Germania invade la Polonia, per l’Italia è un susseguirsi di chiamate alle armi (l’Italia, fatalmente, entra in guerra il 10 giugno del ’40). Carlo Finocchiaro sarà ufficiale dell’Esercito, vivrà di persona le dolorose pagine della ritirata del Don, poi sarà prigioniero dei russi e – sopravissuto! – rientrerà in Italia appena nell’agosto del 1946.
Per lui la speleologia, in pratica, ricomincerà nel ’48, quando la Commissione Grotte ufficialmente riprenderà l’attività, un paio d’anni dopo la costituzione dei primi, grandi, gruppi triestini del secondo dopoguerra. Per Carlo Finocchiaro, come per altri giovani speleologi suoi coetanei, ci fu un “buco nero”, incolmabile, di circa nove anni: gli anni che avrebbero potuto essere, forse, i più belli, quelli dell’età dai venti ai trenta …chissà cosa in quegli anni, in pace e spaziando sulle grandi aree carsiche della Venezia Giulia – magari sull’Alto Carso o sul Canin che fu ricognito immediatamente prima dello scoppio del conflitto – il giovane Carlo avrebbe potuto dare alla speleologia?
Ed è con quella parentesi, drammatica, che va inquadrata l’intera successiva opera di Finocchiaro: uomo “di mezzo” della rinata speleologia triestina: tra ai pochi ritornati ad un’attività speleologica iniziata anteguerra, con da una parte vecchi soci che ormai vivevano di ricordi e da un’altra dei giovanissimi privi di qualsiasi esperienza. Esploratore degli anni ’50, ancor valido, che affronta da uomo maturo e responsabile le fatiche degli inghiottitoi del Ciaorlec, con ben chiaro nella mente un vero “progetto esplorativo” su quell’altopiano delle Prealpi Friulane, portatore di un ancor più chiaro insegnamento, essendo uno tra quegli speleologi triestini che raccolsero quell’eredità morale del Boegan che propugnava: Speleologia = Scienza, conscio cioè che essa, semplicemente, “passa” per l’esplorazione, – ebbene – Carlo Finocchiaro diviene, attraverso i suoi studi geomorfologici nelle Grotte di La Val e del Ciaorlec in generale e con la sua costante e fattiva presenza ai congressi nazionali di speleologia e nella politica speleologica italiana degli anni ’50, uomo e speleologo di riferimento. Ciò – si badi bene – non tanto dovuto al fatto che egli nel ’53 assunse la presidenza della Commissione Grotte “Eugenio Boegan” (a quel tempo le presidenze ancora contavano, oggi valgono ben poco!) per cui divenne, per così dire, la voce di una delle più prestigiose realtà speleologiche italiane, quanto invece – secondo me – al riconoscimento, che vi fu, della sua capacità in campo scientifico, della sua visione e del suo carisma in campo esplorativo, ed infine della sua statura nel campo dell’organizzazione della speleologia. Ed è a questo suo alto profilo in campo organizzativo che si volle contraddistinguerlo dagli anni ’60 in poi, quando, totalmente assorbito dagli impegni (oggi si direbbero gestionali) della “sua” “Commissione”, e nazionali, sia per l’età che avanzava sia per la maturazione di altri e più giovani speleologi (quelli veri!), rallentò il suo diretto impegno nel campo prettamente esplorativo e scientifico.
È innegabile, la sua visione a trecentosessanta gradi della Speleologia. Colto protagonista, per decenni, della speleologia italiana sostenne e fece realizzare, nell’ambito dell’attività della “Boegan” esplorazioni, studi, divulgazione della speleologia e propaganda della stessa, editoria, nonché la costruzione di opere, come quelle della Grotta Gigante ed un bivacco sul Canin. Mai si sottrasse al “dovere morale” di incentivare, quale massimo responsabile della Commissione Grotte, le grandi esplorazioni ed i più difficili studi nell’ambito delle potenzialità e della discrezionalità di cui disponeva. Mai sopito il suo interesse scientifico in speleologia, ancor nel ’62 pubblica un apprezzato studio sulla paleoidrografia carsica dell’Alburno – zona cui egli si dedicò fin dalla prima campagna – concludendo poi il suo contributo alla ricerca in quest’area con un ulteriore studio sulle cavità, del ’72. Ma ancor prima aveva partecipato alla ripresa delle esplorazioni e delle ricerche scientifiche a Sciacca – altra zona a lui cara – dove intuiva la possibilità di grandi scoperte: dalla preistoria all’archeologia, dalla speleogenesi all’idrogeologia, fino alla fisica del clima ipogeo, per non parlare della possibilità di sperimentare tecniche, attrezzature e materiali d’esplorazione assolutamente innovativi onde poter affrontare quell’ambiente ipogeo particolarmente ostile: insomma, una speleologia a trecentosessanta gradi ma …sempre rivolta alla scienza! Del resto, non aveva egli sempre considerato le esperienze sociali nel campo delle “grotte sperimentali”, che furono realizzate da esperti studiosi coordinati dal Polli alla “Gigante”, alla “Doria” ed alla “12”, come – tangibile dimostrazione della bontà di un coordinato rapporto tra gruppo grotte, speleologi, scienziati ed enti di ricerca – tra quelle migliori? Non aveva forse fortemente voluto la nascita di una collana, edita dalla “Commissione”, esclusivamente dedicata alla ricerca scientifica? E sarà, così e per sua volontà, che la rivista “Atti e Memorie” prese il via nel ’61! Se centinaia di studi sono state finora pubblicate su “Atti e memorie”, ciò si deve alla lungimiranza di Carlo Finocchiaro ed alla sua visione, globale, del “problema speleologia”. Non supportò forse, in ogni modo, le spedizioni della “Commissione” che si susseguirono sul Canin a partire dal ’63, che s’inserivano di diritto nella grande “speleologia di esplorazione”, concependole in un quadro di conoscenza dell’area come risulta dai suoi scritti? E non comprese forse – ad un certo punto – che il vasto lavoro esplorativo della “Commissione”, in quanto tale, avrebbe dovuto trovare naturale collocazione in una rivista specifica, più “leggera”, facendo nascere nel ’78 “Progressione”? Senza contare il suo personale e forte impegno per la realizzazione di una Scuola Nazionale di Speleologia nell’ambito del C.A.I., tanto ché nel 1959, con l’approvazione del Comitato scientifico del Club allora presieduto dal Nangeroni, la “sua” Commissione Grotte organizzò il primo corso a Trieste. Concludo qui, senza enumerare gli altri suoi, molteplici, impegni a favore della speleologia, che altri prima di me hanno illustrato.
Quando Finocchiaro morì io mi trovavo fuori Trieste, ebbi così solo la possibilità di inviare un telegramma di cordoglio alla famiglia, non potendomi recare alle esequie. Quest’articolo, perciò, mi pare una sorta di debito. All’epoca della sua morte, ricordo, io non ero più socio della “Commissione” da uno o due anni. Debbo dire d’essere riconoscente a Finocchiaro, poiché frequentandolo assiduamente per un decennio – periodo in cui io riuscii a produrre, anche grazie alla “Commissione”, una serie di studi che, per così dire, avviarono il filone della moderna geomorfologia ipogea, almeno sul Carso – da lui appresi molto, comprendendo la globalità e la modernità del suo pensiero in materia di speleologia. Detto da me che – com’è noto – non ebbi un rapporto con lui tra i migliori, dato che le divergenze tra noi furono sempre palesi, può assumere un preciso significato: quello di storicizzare, in modo fermo, la sua grande statura di speleologo, che tale rimane, non intaccata, a venticinque anni di distanza. Non che ce ne sarebbe bisogno …è uno degli uomini che, limitandoci alla sola speleologia triestina, ha più contato, ed è riduttivo dirlo.
Dalla morte di Carlo Finocchiaro la speleologia, come ho esordito, è profondamente mutata: è un fatto! Rimanendo nel piccolo, a Trieste o nella regione, alle esaltanti scoperte esplorative degli ultimi venticinque anni grazie ad innumerevoli spedizioni, durante le quali sono stati frantumati record su record, si è contrapposto, man mano, col passare degli anni, lo scollamento tra esplorazione e ricerca scientifica, che si è reso sempre più evidente giacché progressivamente, come scivolando su una china, nell’ambito dei gruppi grotte si sono assunti valori ed obiettivi diversi da quelli fondativi. Certo più facili da perseguire, meno intellettualmente dispendiosi da ottenere, sicuramente “popolari” nel senso che le dirigenze ne riscuotono il consenso (panem et circenses), ma che, inevitabilmente, depauperano gravemente i contenuti stessi della speleologia. Senza timore di smentita, affermo che ciò non rientrava nel pensiero speleologico di Carlo Finocchiaro, egli non avrebbe voluto si scivolasse lungo questa china. Non è retorico, non avendo la banalità di un luogo comune cucito alla circostanza della commemorazione, invitare i giovani d’oggi, ma soprattutto i responsabili della speleologia odierna, a meditare l’opera di Carlo Finocchiaro: là ci sono chiavi di lettura, semplici e chiare, per risalire la china, per concepire una speleologia globale, moderna – direi virtuosa – e che guarda sempre al futuro.
Rino Semeraro

Ulteriori notizie su Carlo Finocchiaro si possono trovare in:

2003: Così, di lui, hanno scritto, Progressione 49: 95
Badino G., 1983: Carlo Finocchiaro, Grotte, 82: 2, Torino sett. 1983
Bone N., 2003: Un Presidente irripetibile, Progressione 49: 92-93
Caracci P., 1983: Avevo visto Carlo Finocchiaro …, Mondo Sotterraneo, n. s., 7 (2): 5, Udine ott. 1983
F. C. [Cucchi F.],1985: Cominciavo a dargli del tu…, Progressione 14: 48
Cucchi F., 1987: Premio di Laurea intestato alla memoria di Carlo Finocchiaro, Speleologia, 17, 10, (1): V
Cucchi F., 1988: Premio Finocchiaro, Progressione 19: 32
Cucchi F., 1989: Verbale della Commissione per l’attribuzione del Premio di Laurea “Carlo Finocchiaro” istituito per l’anno accademico 1986/1987, Atti e Memorie 28: 14
Forti F., 1984: Ricordo di Carlo Finocchiaro, Atti e Memorie, 23: 15-20
Gèze B., Nécrologie, Carlo Finocchiaro, 1917-1983, Spelunca, 13, 1984
Grimandi P., 1983: A Carlo Finocchiaro, Sottoterra, 66: 32, Bologna 1983
Guidi P., 1983: Obituary. Carlo Finocchiaro, The British Caver, 89, Winter 1983: 28
Guidi P., 1983: Cento anni di presidenti, Progressionecento, Trieste 1983:19-20
Guidi P., 1984: Carlo Finocchiaro, Riv. Mens. del CAI, 105 (1-2): 74-75
Guidi P., 2003: Carlo Finocchiaro, vent’anni dopo, Progressione 49: 88-90
h. t. [Trimmel Hubert], 1984: In memoriam Carlo Finocchiaro, Die Hoehle, 34 (3): 108-109; pure in ungherese su Karst és Barlang, 1983 (1/2): 76
Habe F., 1984: V spomin. Carlo Finocchiaro (1917-1983), Nase Jame, 26: 125-126, Ljubljana 1984

La Redazione, 1983: In memoria. Carlo Finocchiaro, Boll. Sez. Spel. Del CNSA, 10: 37

Marini D.,1983: Carlo Finocchiaro, il Maestro, Progressione 11: 2-3
Marini D., 1983: Lutto alla S.A.G., Alpinismo Goriziano, 9 (4): 2
Marini D., 1983: Carlo Finocchiaro, Le Alpi Venete, 22: 7-9
Marini D., 1984: Carlo Finocchiaro, Alpi Giulie, 78 (1): 35-36
Marini D.,1986: Tre anni, Progressione 16: 29-30
Marini D., 1996: Sentiero Carlo Finocchiaro, Progressione 35: 28-29
Perotti G., 1985: Carletto scusami, Progressione 14: 49
Perotti G., 2001: Così è iniziata con “Carletto”, Progressione 44: 56-60
Perotti G., 2003: Quando era semplicemente Carletto, Progressione 49: 90-92
Rkviashvili K., 1985: Carlo Finocchiaro 1917 – 1983, Georgian Caves, 10: 83, Tbilisi 1985
Sammataro T., 1983: … a Carlo Finocchiaro, Montagne di Sicilia, 50 (4): 3, Palermo 1983
Semeraro R., 2008: Venticinque anni dalla morte di Carlo Finocchiaro, La Gazzetta dello speleologo, 140: 6-8, Trieste lug. 2008

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