Storie e leggende del carso e delle sue grotte

 

STORIE E LEGGENDE DEL CARSO E DELLE SUE GROTTE

Il testo, completo di rilievi e illustrazioni, è stato pubblicato sulla rivista mondo sotterraneo, n.s., xxv (1-2), 2001, udine 2002
Premessa
Gli studi sul folklore delle grotte e dei territori carsici del Friuli Venezia Giulia hanno avuto un certo sviluppo a partire dagli anni ’60, grazie all’apporto di parecchi cultori della materia che si sono avvalsi della aumentata possibilità di pubblicare su riviste o atti di convegni e congressi sia lavori monografici che testi di singole leggende.
In questo contesto una quindicina d’anni fa Faraone, a conclusione di una lunga fase di ricerca, aveva pubblicato quali supplementi della rivista Speleologia una sintesi bibliografica organica del materiale raccolto sulle leggende legate al fenomeno carsico ipogeo del Friuli (Faraone E., 1982) e della Venezia Giulia (Faraone E., 1986). Qualche anno dopo lo scrivente aveva presentato ad un convegno sul folklore delle grotte uno schematico aggiornamento dei dati relativi alla Venezia Giulia, strutturato sul modello di quelli pubblicati da Faraone (Guidi P., 1996).
Quel lavoro faceva sinteticamente il punto sulle conoscenze in materia di folklore delle grotte del Carso presentando un elenco, preceduto da un breve commento, delle cavità con leggende e tradizioni; di ogni cavità erano indicati i temi delle leggende, ma non il loro testo. Considerato che non sono stati ancora distribuiti gli atti del convegno sul folklore contenenti quella sintesi e rilevato che non sono apparse nel frattempo ulteriori monografie esaustive sull’argomento ritengo utile presentare il materiale raccolto in questi ultimi decenni, completando così il lavoro iniziato nel 1975 con la pubblicazione su questa rivista di un analogo studio dedicato alle leggende sulle grotte del Friuli (Faraone E., Guidi P., 1975).

Inquadramento geografico

Qualsiasi indagine su di un territorio deve necessariamente partire dalla delimitazione geografica dello stesso, in modo da dare al lettore la chiara visione dell’area interessata dalla ricerca. Ma se è già molto difficile segnare i confini di una zona carsica – in cui l’idrografia sotterranea sovente ha poco o nulla a che vedere con l’idrografia o la paleoidrografia epigea – ancor più ardua è la definizione di ambiti culturali omogenei in zone mistilingue, in cui il folklore fa riferimento a popoli e a culture diverse. E questo è senz’altro il caso del Carso triestino (Triester Karst dei vecchi autori quali F. Kossmat, G. Stache, R. Schubert) o Carso Classico, in cui alla cultura slava dell’altopiano fanno riscontro quella friulana e bisiacca a nord ovest, quella cosmopolita triestina della città e quella veneto-istriana a sud est. Il tutto poi reso ancor più complesso dalla presenza di notevoli componenti culturali tedesche, veicolate durante i sette secoli di presenza politica, amministrativa e militare dell’Austria sul territorio (1382-1918).
Comunque, dovendo porre dei limiti alla zona, e trattandosi di un lavoro che riguarda uno degli aspetti speleologici della stessa, sono stati adottati quelli dell’attuale Catasto Speleologico della Venezia Giulia, cioè i confini entro i quali le grotte vengono registrate con la sigla V.G. Questi sono dati a nord ovest dal fiume Isonzo (da Gradisca al confine di Stato nella città di Gorizia), a nord est e ad est dal confine di Stato con la Slovenia (da Gorizia a Caresana), a sud e sud ovest dalla tamponatura marnoso-arenacea e dal mare Adriatico (da Caresana alle foci del Timavo), quindi ad ovest e nord ovest dalla piana alluvionale di Monfalcone – Gradisca sino al fiume Isonzo: In sostanza si tratta del Carso goriziano-monfalconese e della porzione di Carso triestino e istriano compresa negli attuali confini italiani, come definiti dal Trattato di Pace (1947), dal Memorandum di Londra (1954) e dal Trattato di Osimo (1975).
Si tratta, in sostanza, della provincia di Trieste e dalla parte della provincia di Gorizia posta ad oriente dell’Isonzo, per un totale di circa 200 chilometri quadrati di superficie carsificabile in cui risultano inserite a catasto circa 3000 cavità, di cui ben oltre 2000 scoperte, aperte ed esplorate nel dopoguerra, cioè dal 1945 ad oggi.
Non si è ritenuto di inserire in questa nota, come fatto da altri Autori (Faraone E., 1986; Gherlizza F., Monaco L., 2001), le tradizioni relative alla parte più interna del Carso triestino (come la leggenda di San Servolo e classica leggenda sulle fate della Grotta di Corniale o Vilenizza) o sul rimanente Carso istriano. La notevole mole di materiale folklorico raccolto in queste regioni attende tuttora di essere esaminato e ordinato.

Criteri seguiti

Vengono presentati i testi delle leggende (racconti organici e completi, talvolta contenenti una morale) e delle tradizioni (usanze connesse ad un sito a una grotta più o meno definita) legati al fenomeno carsico epigeo (Carso in senso lato, doline, forme carsiche superficiali) ed ipogeo (grotte, pozzi e caverne – generiche, ben definite, immaginarie).
Gli ambiti temporali abbracciano pressoché lo stesso periodo analizzato nel già citato lavoro di Faraone (la segnalazione più antica risale al 1698 con Ireneo Della Croce, le ultime ai giorni nostri). Quelli geografici, sufficientemente ben definiti, sono stati rigorosamente rispettati per quanto attiene le cavità ed i fenomeni carsici superficiali ed ipogei ben precisati, un po’ meno per le tradizioni riferite al fenomeno carsico in generale. Si sono pertanto esclusi i racconti sulle grotte del Carso Classico ora in Slovenia, come le già citate grotte di Vilenizza e di San Servolo, mentre non si è ritenuto opportuno omettere le storie sui personaggi mitici – Skrat, Vile, Coboldi – presenti non solo nel folklore del territorio in esame, ma anche e soprattutto nel Carso Classico più interno.
L’intenzione è di esporre in un unico lavoro i testi delle leggende sin qui raccolte, facendo così il punto sullo stato attuale delle conoscenze in materia.

Fonti

La ricerca si è basata inizialmente sull’analisi del materiale conservato presso il Catasto delle grotte della Venezia Giulia, istituito alla fine del XIX secolo dalla Società Alpina delle Giulie che tuttora lo conserva e gestisce, e del Catasto Regionale delle Grotte. Successivamente sono state esaminate la bibliografia speleologica e le pubblicazioni di storia patria attente ai problemi connessi all’antropologia culturale e al folklore di queste zone di confine. Non si è trattato di una ricerca bibliografica nel senso più stretto del termine, in quanto lo scopo del lavoro non è un’analisi di quanto scritto sulla materia, ma soltanto la raccolta – per quanto possibile completa – del materiale folklorico connesso al Carso e al suo mondo delle grotte.
Parecchie informazioni sono state attinte alla biblioteca della Società Alpina delle Giulie, e specificatamente dalla sua sezione Manoscritti e tesi; i riferimenti sono dati nella Bibliografia nelle voci Catasto (il rimando è alla cartella del rispettivo numero di catasto della Venezia Giulia) e Arch. SAG (cfr. il fascicolo indicato).
E’ interessante rilevare che, anche se la ricerca è stata condotta prevalentemente su materiale archivistico e bibliografico, buona parte delle nuove segnalazioni riportate (vedi le numerose grotte dei partigiani, le grotte rifugio dai bombardamenti) sono frutto di informazioni raccolte sul terreno dagli speleologi che hanno redatto le schede catastali delle relative grotte. Fortunatamente fra le migliaia di grottisti che hanno percorso il Carso negli ultimi 150 anni ve ne sono stati molti attenti non solo alle bellezze del mondo fisico, la grotta in sé, ma anche all’aspetto umano, al rapporto fra gli abitanti del Carso con le grotte e che hanno raccolto e tramandato una somma di conoscenze – aneddoti, racconti, leggende – altrimenti persi per sempre. E’ una catena di nomi che si può far iniziare da G. A. Perko e proseguire con E. Boegan, R. Battelini, C. Prez per concludersi con D. Marini, per quarant’anni curatore del Catasto grotte della Società Alpina delle Giulie, di cui ha implementato la consistenza non solo con i rilievi di centinaia di cavità, ma anche e soprattutto con un’infinità di notizie, racconti e aneddoti raccolti dalla viva voce di vecchi contadini durante le sue diuturne peregrinazioni sul Carso.
Da questo punto di vista, e grazie alla lungimiranza e sensibilità di chi ci ha preceduto, il Catasto grotte della Venezia Giulia (archivio cartaceo contenente ogni genere di informazione sulle quasi 3000 grotte conosciute negli attuali confini della Venezia Giulia) si è rivelato una fonte documentaristica di notevole importanza.
Contrariamente a quanto si possa pensare, comunque, le ricerche sul folklore proseguono tuttora da parte di una piccola schiera di appassionati (G. Benedetti, F. Gherlizza, L. Monaco, M. Radacich) che aumentano ogni anno il bagaglio di conoscenze in materia.

Struttura dell’opera

Il materiale viene presentato suddiviso in due parti, Leggende sul territorio e su cavità non note e Storie su cavità conosciute.
I materiali del primo gruppo, a loro volta riuniti per argomento (Personaggi mitici; Aspetti geografici e fenomeni carsici superficiali; Fenomeni carsici ipogei), sono ordinati alfabeticamente. All’indicazione della leggenda fa seguito l’elenco degli autori che la hanno riportata. Al fine di permettere una chiara visione degli eventuali rapporti di interdipendenza dei vari Autori che hanno raccontato o citato le singole leggende, i richiami bibliografici che precedono i testi sono disposti in ordine cronologico. Per l’Agapito e per il Mailly sono stati indicati fra parentesi gli anni in cui è stata stampata la prima edizione della loro opera (e quindi data di effettiva presentazione del testo: 1823 e 1922), seguito dagli anni delle edizioni consultate (rispettivamente 1972 e 1986), ed a cui fanno riferimento la numerazione delle pagine richiamate.
I testi sono presentati senza velleità di analisi critica o formale; mentre di norma è stato scelto il testo più antico; in qualche caso si è preferito mettere un testo più recente in quanto più completo. Di alcune leggende sono riportate più varianti, talvolta di notevole interesse in quanto comportanti modifiche non solo formali (vedi ad esempio le due versioni della nascita del Carso: castigo di Dio  e dispetto del Diavolo). Alla fine di ogni testo viene indicato l’Autore da cui è stato tratto (Cognome, anno, numero della pagina da cui è stato ripreso).
Per il secondo gruppo, rilevato che il presente è un contributo essenzialmente catastale alla conoscenza del folklore delle grotte della Venezia Giulia, l’ordine dei testi segue la numerazione del Catasto grotte V.G., ordinamento che permette una rapida ricerca e una corretta individuazione della cavità interessata.
Al numero di Catasto e al nome ufficiale della grotta (quello con cui la stessa è stata catastata) fanno seguito le altre denominazioni, desunte dalla Toponomastica delle Grotte della Venezia Giulia (Guidi P., 1996) con cui è conosciuta. Seguono quindi i riferimenti bibliografici, il testo – o i testi – della leggenda e l’indicazione della provenienza.
I testi delle leggende riguardanti cavità note sono preceduti da un breve corsivo in cui viene descritta la grotta; qualche riga di declaratoria è stata messa – ove possibile e/o necessario – a corredo delle leggende della prima parte. La bibliografia che chiude il lavoro riporta gli estremi bibliografici dei lavori citati nel testo: è quindi da considerarsi una bibliografia essenziale.
Nella monografia sul folklore delle grotte del Friuli il materiale raccolto era stato presentato in cinque gruppi (Diavoli ed esseri diabolici; Esseri leggendari; Leggende di origine storica; Leggende sui fenomeni naturali; Grotte meravigliose). Volendo essere, come già detto, questo un lavoro di intento “catastale” (mero elenco organizzato del materiale raccolto) non si è ritenuto suddividerlo per argomenti, ritenendo sufficiente dedicare un paragrafo alla disamina dei singoli temi. Soprattutto non si è inteso appesantirlo con analisi letterario-filologiche, oltretutto non agevoli essendo il materiale non omogeneo (a fianco di racconti in dialetto ve ne sono altri resi dal raccoglitore in italiano letterario; alcuni sono notevolmente prolissi, altri estremamente sintetici).
Maggior interesse per lo studioso di folklore possono rivestire, invece, sia l’aspetto toponomastico che quello dei nuovi temi, legati a inusuali utilizzazioni delle grotte.

Gli argomenti

La leggenda è poesia di popolo, scriveva Predonzani nel 1950, che ha un suo stile rispecchiante il tempo della sua massima diffusione. I motivi richiamati non si discostano molto da quelli presenti negli analoghi racconti in uso presso i popoli dell’area mediterranea, anche se i singoli termini – uomini, animali, attrezzi – possono variare.
La novantina di racconti riuniti in questa antologia si differenzia un po’ da quelli a suo tempo presentati per il Friuli: mancano tutte le storie sulle Krivopete, come pure mancano quelle sui Pagani; sono temi comuni invece i racconti di cavità usate quale rifugio al tempo delle guerre napoleoniche, quale tana di briganti e le gare fra la Madonna e il Diavolo.

Diavolo ed esseri diabolici

Sette sono i racconti su grotte che hanno come protagonista il Diavolo (7 VG, 23 VG, 56 VG, 163 VG, 225 VG), mentre altre otto lo vedono all’opera sul Carso; due soltanto (e ambedue risalenti alla Grande Guerra) parlano di un orco o di un mostro (450 VG e 1063 VG).

Esseri leggendari

Molto basso il numero di grotte – solo sei – abitate da esseri mitici o leggendari: una per le Fate (225 VG), due per i Coboldi e le Ondine (2 VG e 17 VG), due per i fantasmi (16 VG e 4616 VG) ed infine una legata ad Ercole (6 VG). Sette sono i racconti in cui gli esseri leggendari sono sistemati genericamente sul Carso.

Leggende storiche

E’ il gruppo più numeroso, ben 44 grotte; di queste quattordici hanno ospitato i terrazzani nei momenti di pericolo (10 VG, 93 VG, 239 VG, 260 VG, 264 VG, 274 VG, 843 VG, 1479 VG, 1491 VG, 2716 VG, 3461 VG, 4112 VG, 4122 VG, 4669 VG), dieci sono conosciute come rifugio di Partigiani (37 VG, 135 VG, 2689 VG, 3477 VG, 3978 VG, 4392 VG, 4559 VG, 4778 VG, 5047 VG, 5057 VG), nove avrebbero dovuto custodire tesori (12 VG, 17 VG, 225 VG, 260 VG, 310 VG, 425 VG, 939 VG, 1756 VG, 4616 VG). Delle altre sei sono legate a fatti storici disparati (102 VG, 174 VG, 425 VG, 765 VG, 939 VG, 1492 VG) mentre le rimanenti hanno fornito ricovero a ladri e disertori (10 VG e 301 VG), zingari (3896 VG), contrabbandieri (2945 VG) e lebbrosi (140 VG). Altre cinque leggende, non legate a specifiche cavità, rientrano in questo gruppo.

Fenomeni naturali

E’ il secondo gruppo, dopo quello delle leggende a sfondo storico, per numero di racconti; fra le grotte undici si riferiscono alla loro lunghezza (10 VG, 18 VG, 205 VG, 225 VG, 310 VG, 450 VG, 521 VG, 842 VG, 939 VG, 4191 VG, 4669 VG,), sei al loro collegamento con le risorgive del Timavo (23 VG, 163 VG, 360 VG, 2156 VG, 5654 VG, 6192 VG) e due a fenomeni strani (366 VG e 3919 VG). Altri dieci racconti, non riferiti a grotte conosciute ma riguardanti la nascita del Carso, della bora o le acque carsiche, arricchiscono questo gruppo.

Grotte meravigliose

Sono due i racconti che hanno come tema un mondo meraviglioso ubicato sottoterra; il più vecchio è stato raccolto nella metà del secolo XIX sul Carso sloveno; nell’attuale Venezia Giulia questo tema si trova in una leggenda di guerra (La Foiba di Selz).

Uso cultuale

Alle sei cavità legate in qualche modo ad un uso cultuale (processioni con candele: 7 VG, 842 VG, 3459 VG, 3461 VG; santi: 235 VG; eremiti: 420 VG) va aggiunta la 3919 VG, grotta nei cui pressi c’è il cimitero da cui per primi sorgeranno i morti il giorno del Giudizio Universale; il gruppo può essere integrato da ulteriori leggende su eremiti vissuti in cavità non meglio definite (Monte Kosten, Colle di San Cilino).

Nuovi temi

Nello studio del folklore delle grotte non ci si limita a raccogliere le favole e le leggende create dall’immaginario collettivo per spiegare fenomeni altrimenti inesplicabili, legate o meno, quindi, a siti e manifestazioni ben definiti. Fanno parte dei temi di studio anche i rapporti fra l’uomo e le grotte, cioè l’impatto sugli abitanti delle regioni carsiche di avvenimenti storici collegati alle grotte, sezione – per qualche cultore della materia – più importante dei racconti di fantasia. Ed in questo contesto si ritiene utile appunto segnalare anche le grotte con denominazioni particolari.

Nomi (Gatti, Cane ecc.)

Oltre alle varie  leggende e tradizioni, riportate nel presente lavoro, si ritiene utile qui di seguito segnalare, sinteticamente (numero di catasto, nome, località presso cui s’apre), pure alcuni toponimi particolari a cui non sono legate (o per lo meno non si è riusciti a trovare il legame) leggende o tradizioni. Forse una ricerca più accurata sul terreno, superata la proverbiale diffidenza del contadino nei confronti del cittadino, potrebbe dare qualche risultato, anche se l’abbandono della campagna – soprattutto la pastorizia a conduzione familiare – da parte di buona percentuale degli abitanti dell’altopiano depone a sfavore di questa speranza.
131 VG – Macjah Lusa (Grotta dei Gatti) Borgo Grotta Gigante
135 VG – Vodnica jama (Grotta dell’Acqua) Ternova Piccola
816 VG – Nemceva jama (Grotta dei Tedeschi) Sgonico
853 VG – Grotta dell’Austriaco Prosecco
2690 VG – Fovea due Sorelle  Prosecco
E’ opportuno ancora rilevare che le grotte segnalate non sono tutte quelle che portano nomi particolari, ma solo quelle le cui denominazioni particolari sono sicuramente ascrivibili agli abitanti del posto: sono state omesse tutte le quelle assegnate dalla fantasia degli speleologi.

Le foibe

Ai temi storici appartengono pure le “foibe”, cioè le grotte usate durante e subito dopo la seconda guerra mondiale quale luogo di sepoltura e occultamento dei cadaveri dei nemici. Il vocabolo “foiba” (da latino “fovea”) è di origine istriana ed indica genericamente una cavità naturale a pozzo. A seguito del ritrovamento in una ventina di grotte dell’Istria di alcune centinaia di salme di istriani gettativi dai partigiani dopo l’otto settembre 1943, il vocabolo è diventato sinonimo di pozzo naturale usato per eliminare gli italiani (fascisti, ma non solo), e come tale è stato usato nella pubblicistica italiana nei cinquant’anni seguenti.
Sul Carso quest’uso improprio ha interessato una quarantina di cavità (Spazzali R., 1990; Rustia G., 2000); secondo uno studioso sloveno (che ha preso in esame tutta la Slovenia, compresa quindi la parte della Venezia Giulia ceduta con il Trattato di Pace del 1947, ma non l’Istria ora facente parte della repubblica di Croazia) dovrebbero aggirarsi sul centinaio, con circa diecimila vittime, la maggior parte delle quali concentrata in mezza dozzina di siti (Mihevc A., 1993).
Moltissime sono le cavità a pozzo conosciute e segnalate dagli abitanti del Carso come “foibe”, anche se non sempre le indicazioni corrispondono al ruolo storico effettivamente sostenuto dalle singole cavità. La credenza dell’utilizzo delle voragini quali sbrigative e comode fosse comuni non è però peculiare esclusivamente della Venezia Giulia, né legata soltanto agli avvenimenti della seconda guerra mondiale. Anche dopo il primo grande conflitto era diffusa l’opinione fra i contadini del Carso che alcune cavità puteiformi fossero state usate per l’eliminazione di cadaveri (Gariboldi I., 1925: 52) e almeno in un caso anche di soldati feriti (Catasto SAG), opinione che ha trovato poi in parte successiva conferma (Mihevc A., 1993: 381). L’impatto di questi avvenimenti sulla popolazione della regione è stato notevole, soprattutto nei primi decenni del dopoguerra, dando origine a centinaia di libri e opuscoli ed a migliaia di articoli di giornali: per moltissima gente della Venezia Giulia (ma non solo) nella seconda metà degli anni quaranta del XX secolo la grotta, soprattutto se iniziante con un pozzo, veniva vista come luogo di morte e di dolore, anche se con diverso profilo, a seconda del credo politico o dello status sociale.
Ancorché gli oltre cinquant’anni trascorsi dall’ultima guerra mondiale abbiano permesso di far decantare abbastanza le tensioni che il vocabolo “foiba” suscitava, relegando i fatti in un mondo lontano in cui amici e nemici, vittime e carnefici si accavallano e confondono mentre le storie tragiche si stemperano in racconti riguardanti un tempo ormai a noi estraneo, non si ritiene sia ancora giunto il momento di inserire nel folklore morti che vengono tuttora pianti da qualcuno. Il compito dello studioso di folklore potrà iniziare quando saranno veramente finite le polemiche ed i riscontri emozionali sull’argomento.

Cerimonie religiose e profane

Anche se per tutt’altra motivazione non si reputa il caso, almeno per il momento, di inserire nella voce folklore – limitandoci a segnalarli per futura memoria dell’eventuale ricercatore di domani – alcuni utilizzi contemporanei ed attuali di grotte da parte di speleologi e non. Ci si riferisce in particolare alle cerimonie religiose in grotta, quali le sante messe organizzate da gruppi speleologici, in quanto trattasi di manifestazioni non spontanee e tuttora ristrette agli speleo di un determinato gruppo, e quindi ad un “universo” troppo specialistico e circoscritto. Molte sono le grotte teatro di queste manifestazioni; lo Speleo Club Bertarelli di Gorizia ha iniziato con l’utilizzare la Grotta dell’Artiglieria, 4505 VG, per passare poi alla Grotta due Piani, 4253 VG e finire quindi nell’Antro di Casali Neri (- -, 1970; 1990: 39; 1991: 48; Turus E., 1968: 11); altri Gruppi speleologici hanno fatto celebrare funzioni religiose nella Grotta Cella, 3854 VG (Cervo M., Cucinato F., 2000: 83).
Ben maggior impatto, sia numerico che geografico, lo hanno i “Likoff”, feste grottistiche gastronomico-canore a tasso altamente alcolico che non solo vengono organizzate ora anche da consorterie non speleologiche (feste studentesche, addii al celibato, lauree ecc.), ma che nella loro versione originale richiamano nelle grotte ormai classiche deputate a questa funzione (Grotta Caterina, 239 VG; Lesa Pecina, 237 VG; Grotta Azzurra, 257 VG; Grotta dell’Orso, 7 VG) speleologi di parecchie regioni dell’alta Italia. Questo particolare uso delle grotte, già affrontato nella stampa speleologica (Guidi P., 1990: 7), pur presentando indubbiamente un aspetto di rilevanza folklorica non si ritiene abbia, per il momento almeno, le caratteristiche che permettano il suo inserimento nel novero dei temi trattati.
Le grotte del Carso sono state utilizzate in qualche caso quali sedi di matrimoni: si possono ricordare a questo proposito le nozze Rinaldo Saunig – Laura Gregorig, svoltesi alla Grotta Gigante, 2 VG, il 22 settembre 1963, le nozze Gabriele Rossi Osmida – Elisa Sperandio, celebrate il 9 giugno 1968 nella Grotta delle Torri di Slivia, 39 VG e le nozze Boris Franceschini – Renata Ossani che hanno avuto luogo il 18 aprile 1964 nella grotta Cella, 3854 VG.

Limiti

Ogni lavoro ha dei limiti, più o meno precisi, e neppure il presente contributo si sottrae a questa regola. L’ostacolo maggiore è rappresentato indubbiamente dalla barriera linguistica: un’approfondita analisi delle credenze delle genti del Carso non può essere fatta conoscendo male o ignorando lo sloveno. Una maggior conoscenza della lingua slovena avrebbe almeno reso possibile indagare a fondo la letteratura popolare e la novellistica delle genti di confine. Questa limitazione non ha consentito di definire la diffusione areale dei singoli temi – uno per tutti: l’apertura improvvisa di una grotta durante l’aratura con la scomparsa e successiva riapparizione alle risorgive del Timavo dei finimenti degli animali – presenti su tutto il Carso Classico. Comunque anche la perfetta padronanza della lingua non aiuta più di tanto il ricercatore cittadino: nella monografia sulle credenze delle genti di confine del professor Pavle Merkù, intellettuale di spicco della comunità slovena di Trieste, l’A. è riuscito a raccogliere pochissimo materiale sulle grotte, di cui pure il Carso è ricco (Merkù P., 1976). Inoltre oggi purtroppo la buona volontà del raccoglitore è spesso vanificata dalla mancanza di interlocutori: l’abbandono della campagna, soprattutto della pastorizia a conduzione famigliare, ha staccato notevolmente l’abitante dei borghi carsici dalla sua terra, I vecchi che oggi si incontrano sul Carso sono gli ultimi che da bambini, negli anni ’50, portavano le mucche al pascolo; oggi certe leggende i bambini le apprendono alla scuola materna – assieme ad altre fiabe e racconti – e non più dai loro vecchi in riferimento alle particolarità del territorio.
Un altro limite è dato da una mancata indagine bibliografica approfondita del materiale conservato presso le biblioteche italiane: quest’indagine, senz’altro possibile, richiede tempi molto lunghi, che lo scrivente non ritiene disponibili. In sostanza questo lavoro può essere considerato la presentazione di quanto la speleologia giuliana conosce sul folklore delle sue grotte: un punto di partenza per ricerche più approfondite.
                                                                                               Pino Guidi

PARTE I – LEGGENDE SUL TERRITORIO E SU CAVITÀ NON NOTE

A) Personaggi Mitici

Coboldi, folletti, ondine, skrat, vile

Mailly A., 1922, 1986 – Babudri F., 1926 – Predonzani E., 1950 – Gorlato A., 1961 – Gorlato A., 1978 -Garobbio A., 1980 – Gherlizza M., 1989 – Brandolin S., 1991
Si chiamano “Jame” i numerosi burroni del Carso nei cui abissi abita lo Skrat (tedesco: Schrat). Ha la statura di un nano, indossa una giacca verde ed un berretto rosso con una lunga nappa. Nel suo regno misterioso sta seduto e, da una scodella di coccio, mangia la polenta di grano saraceno. Chi getti un sasso nella “Jama” e colpisca la scodella, verrà portato via dallo Skrat. Spesso, dopo averlo gettato, non si sente il tonfo del sasso. Allora si dice che lo Skrat l’ha acchiappato al volo o il diavolo ha portato via il rumore dello schianto.
Se un contadino si azzardasse ad entrare nella voragine alla ricerca di una mucca caduta dentro o di un animale delle caverne lo Skrat gli spegnerebbe la torcia o la lanterna.
Allora il malcapitato si salverebbe solo se avesse con sé un rosario o un santino.
Mailly A., (1922) 1986: 78
Fantasmi delle grotte: le ninfe danno la fosforescenza delle acque sotterranee; le anime dannate rendono i sussurri del sottosuolo; le ondine vagano negli spazi delle grotte carsiche; i diavoletti prendono forma di pipistrelli.
Babudri F., 1926: 114
I coboldi sono degli esseri somiglianti a nanetti piccini piccini, e come questi, portano sul capo un cappuccetto rosso che ha la forza magica di renderli invisibili all’uomo. Non sono cattivi, né dispettosi e amano gli uomini, particolarmente i minatori, costretti a vivere per gran parte del giorno nelle buie gallerie. Si dice sono anche golosi e chi può dare loro qualche confetto ne ha in cambio un pezzettino d’oro.
Ma non è così facile potersi incontrare con un coboldo così gentile e generoso!
Gorlato A., 1961: 965-966
Secondo le credenze degli abitanti del Carso, nelle ampie e buie grotte carsiche vivono i coboldi, esseri capricciosi che nei confronti degli uomini si dimostrano a volte malvagi, a volte benevoli. Sulle rive delle acque sotterranee poi, si fanno vedere le ondine, mentre nei meandri sotterranei guizzano i fuochi fatui, anime in pena in cerca di redenzione. Spesso le ondine si avventurano alla luce del giorno e cercano di attirare con il loro canto gli uomini nelle grotte.
Nelle caverne più belle vivono le “Vile”, graziose e gentili fate carsoline, sempre pronte ad aiutare chi ha bisogno della loro magia. Nelle acque delle grotte, invece, vivono dei pesci ciechi e neri a cui si attribuiscono poteri magici. Naturalmente non poche volte, questi esseri fatati sono custodi di tesori favolosi, che gli uomini hanno cercato invano di sottrarre dalle loro spelonche.
Gherlizza M., 1989: 89

Il Ghiro

Mailly A., 1922, 1986 – Garobbio A., 1980
Una volta nel Carso un uomo cadde in un precipizio e non riuscì più ad uscirne. In fondo alla voragine trovò dei ghiri che svernavano. Finì per rassegnarsi al suo destino e cercò di sopravvivere leccando nella caverna una «pietra che era salata e dolce allo stesso tempo», come facevano i suoi compagni. Finalmente in primavera, quando gli animaletti si preparavano ad uscire, l’uomo appiccicò sulla pelliccia di alcuni di essi qualche brandello del suo abito. Questi brandelli furono riconosciuti dai suoi parenti che si misero a seguire i ghiri fino alla grotta. Da lì poterono trarre in salvo il poveraccio.
Mailly A., (1922) 1986: 114-115

 Streghe

Predonzani E., 1950 – Gorlato A., – Predonzani E., 1956
Al tempo in cui si dice nascesse il Carso per uno scherzo giocato dal Maligno all’arcangelo Gabriele, la pietraia della Venezia Giulia fu proclamata dal Signoriddio «maledizione del diavolo».
Nel suo antro di fuoco il Maligno ghignò per queste parole di Dio. Pensava che tutto era buono per lui quel che il Creatore dichiarava maledetto. Anzi, perché la maledizione del Carso fosse più completa, chiamò a sé le Streghe:
«Qua, deliziosi sgorbi dell’inferno! Qua, sapientissima cattiveria del mio impero! Ascoltate. Adesso avrete un regno anche voi. Andate sul Carso e governatelo. Siate felici!»
Col sibilo dell’uragano esse uscirono dall’inferno. In pochi istanti furono sulla pietraia dove imboccarono le più nere caverne e vi si precipitarono prendendovi dimora.
Gorlato A., Predonzani E., 1956: 61

B) Aspetti geografici e fenomeni carsici superficiali

 Dolina dello Sterpacevo

Alle spalle di Basovizza si trova una dolina che presenta un curioso adattamento. All’interno sono stati costruiti a semicerchio tre gradini massicci e alcuni grossi blocchi sembrano delle colonne che circondano l’anfiteatro. Un lato presenta un lungo ripiano artificiale coperto di terra, sotto il quale c’è una sala a cui si accede per un breve corridoio, ma non si è mai scoperto perché sia stato costruito.
Gherlizza M., 1989 – Cannarella D., 1996

Su questa strana dolina esiste solo una leggenda, che indica come costruttore dell’anfiteatro un uomo dalla forza erculea, chiamato, “Sterpacevo”, cioè “Zappatore”. Dovete sapere che, molto tempo fa, viveva in questi luoghi una persona molto ricca che aveva un servo di nome Sterpacevo. Era, costui, un uomo enorme, di statura gigantesca e dotato di una forza sovraumana.
Un giorno il padrone, avendo saputo dell’arrivo di una banda di briganti, chiamò Sterpacevo e gli consegnò tutte le sue ricchezze, ordinandogli di nasconderle in un posto sicuro. Il gigante prese il tesoro e andò in mezzo ad un bosco. Lavorando tutta la notte, scolpì con i pugni le rocce a forma di enormi gradini, sollevò enormi pietre e le piantò simili a colonne. Poi, dopo aver livellato il terreno al centro, scavò nella roccia una stanza sotterranea nel cui interno seppellì il tesoro. All’alba il lavoro era finito! … Da allora, per molto tempo, nessuno osò andare in quello strano luogo che si era trasformato, come per magia, in una sola notte.
Gherlizza M., 1989: 83

 Le Porte di Ferro

A nord-est della Trieste medioevale si apre una valle che scende dal valico di Chiusa ed è delimitata a Nord dai declivi del Carso (Monte Spaccato e Monte Calvo) in cui è chiaramente osservabile il contatto fra le rocce carbonatiche ed il Flysch, a Sud dal Colle del Farneto, formazione flyschioide non carsificabile. Sul versante del Carso prospiciente la città si aprono poche grotte, la più profonda delle quali è l’Abisso dei Morti; nel XVIII secolo, una cinquantina d’anni dopo le cronache di Ireneo della Croce, nelle formazioni arenacee ai piedi del monte vennero scavate delle gallerie di raccolta d’acqua (le “Wassergalerien”) che alimentarono l’Acquedotto Teresiano, utilizzato poi per oltre un secolo. Ora la valle è diventata il popoloso rione di San Giovanni le cui case sono ormai contigue alla località di Longera.
Ireneo Della Croce, 1698 – Agapito G., 1826, 1972 – Kandler P., 1851, 1863 – Generini E., 1884 – Caprin G., 1895 – Medeot S. L., 1965 – Ruaro Loseri L., 1992 – Bernabei T., 1992 – Zubini F., 1996 – Galli M., 1999 – Galli M., 2000
Appoggiati altri alle congetture, e traditione de’ Vecchi successivamente trasmessa ne’ posteri asseriscono come infallibile, ed indubitato, che nella Possessione de’ Signori Bonomi, situata sotto li Monti del Carso, vicino à quello di Starebrech, lontana tre miglia incirca dalla Città verso Levante, fatte dagli antichi racchiuso l’adito ad un Fiumicello, che da quei monti impetuosamente sboccava nell’accennata Valle, con triplicate Porte di ferro, framezzate di larghissime, e fortissime Muraglie dall’una all’altra; l’ultima delle quali estendevasi un pezzo dalle parti, & indietro, per ovviare alle rovine, e rotture, che l’Acqua precipitosa, e furibonda dal cader alto, apportava col suo corso alla Valle. Prova di ciò è un forte muro fabbricato con Malta, ritrovato anni sono ivi vicino dal Signor Canonico D. Giovanni Ustia nella sua Possessione posta sopra l’accennata de’ Signori Bonomi, e contigua a’ Sassi del Carso, mentre nel far scavare alcuni fossi, da piantare le Viti, fù scoperta dagli Operarj una Muraglia in forma di controscarpa, che nel frangerla si vide Zampillare Acqua: Onde timoroso di qualche rovina, fè subito rinchiuder il buco, e riporre, come prima, la Terra.
Ireneo Della Croce, 1698: 262
Il P. Ireneo della Croce narra qualmente al tempo de’ Romani nella valle di S. Pelagio appiè del monte Starebrech, sovrabbondando le acque perenni, mediante delle cateratte furono ritenute e rinchiuse per servire agli spettacoli militari di naumachìa; ma che in seguito onde impedire il loro sgorgo dalle vene del monte i Triestini si trovarono obbligati a chiuderle con triplici porte di ferro. Mancano i dati per determinare qual fondamento aver possa quest’asserzione dello storico Triestino; quello ch’è certo si è che presentemente le dette porte non sono più reperibili.
Agapito G., (1826) 1972: 160
Antica è la fama in Trieste, che, per la valle che dicono di S. Giovanni, corresse anticamente un fiume, sgorgante dal monte, che i romani ne avessero tratto profitto per formare bacino da naumachie, sbarrando la valle con forte muraglia tuttor sussistente; poi, per timore di rovine, chiudessero l’emissario di questo fiume sotterraneo con porte di ferro, che lo tolsero per sempre alla città. E queste tradizioni venivano raccolte dal Manarutta, e consegnate alle stampe; durano tuttora nel popolo, che mostra in comprovazione le ghiaje di ciottoli calcarei arrotondati, che formano strato inferiore nella vallata…
Kandler P., 1863: 239-240
… mentre in Trieste farneticavasi sulle Porte di ferro che impedivano l’uscita a cielo del fiume, e non comprendevasi come la parte inferiore della vallata di S. Giovanni potesse venir colmata con ghiaja calcare a tante tese di profondità.
Kandler P., 1864: 24
… Antica è infatti la fama, che per la valle di S. Giovanni corresse in remota epoca un fiume sgorgante dal monte e che i romani ne avessero tratto profitto per formare un ampio bacino da naumachia sbarrando tutta la valle con forte muraglia che dal colle di Farneto andava in sino all’altro di Guardiella. Gran parte di questa muraglia sussisteva ancora ai tempi dell’Ireneo, che la descrive nel vol. I, libro III della sua Storia di Trieste (edizione G. Balestra 1878), al capitolo che tratta degli antichi acquedotti.
Generini E., 1884: 194
Si credeva infine che il Timavo rompesse e sbucasse improvvisamente, allagando il paese ora dall’una ora dall’altra parte; la tradizione durò sino al 1840, in cui si affermava che avessero esistito tre porte di ferro all’acquedotto di San Giovanni presso Trieste, per chiuder ed incarcerare l’improvvisa comparsa e le ingrate sorprese di quell’onda insidiosa.
Caprin G., 1895: 115
… E a nessuno è sembrato strano, durante la grande siccità del 1828, che il “fontaniere civico” Giacomo Svetina si impegnasse negli scavi alla ricerca delle leggendarie Porte di ferro, anticamente costruite e intercalate con poderose murature – si racconta – per ostruire lo sbocco di un fiume carsico ed impedirne le piene rovinose che danneggiavano la vallata e le saline in riva la mare.
Galli M., 2000: 25

 Nascita del Carso

Nell’immaginario popolare – e non solo – il Carso è un territorio arido, sassoso, cribrato di doline e anfratti sui cui la bora soffia con veemenza e in cui la vita si svolge stentata – magri pascoli e, sul fondo delle doline, piccoli campi coltivati a patate o mais. In effetti era così sino alla fine dell’Ottocento, ma i rimboschimenti iniziati in quel secolo e il progressivo abbandono delle campagne che ha caratterizzato la seconda metà del secolo seguente ne hanno notevolmente mutata la fisionomia: Ora ad agglomerati di case e ville sempre più numerosi fanno riscontro la landa carsica e zone inselvatichite: tracce di quel panorama si trovano soltanto in alcuni dei tratti del Carso martoriati dalla prima guerra mondiale.
– -, 1974
Cendon A., Dilena L., Turci G., 2000
Moltissime leggende circondano il nostro Carso. La più bella e suggestiva narra che alla fine della creazione il buon Dio si trovò con un immenso ammasso di pietre che gli avanzavano. In un primo momento non sapeva che farsene e dove metterle. Poi vide un angolo della terra verde di boschi vicino al mare, e lasciò cadere le pietre dall’alto in quella zona. Si crearono così profonde cavità e grandi mucchi di sassi frammisti ad alberi e sterpi: era nato così il Carso. [Testo anche in sloveno]
– -, 1974

 Nascita del Carso. Dispetto del Diavolo

Vernaleken T., 1859 – Rutar S., 1892 – Caprin G., 1895 – Gorlato A., 1925 – Babudri F., 1926 – Mailly A., 1922, 1986  -, 1931 -. Sironic V., 1945 – Predonzani E., 1950 – Gorlato A.,  – Predonzani E., 1956  -Gorlato A., 1961 – Cannarella D., 1971 -Coloni M., 1974 – Gorlato A., 1978 – Macor C., 1984  -Maticetov M., 1986 – Cannarella D., 1986 – Gherlizza M., 1989 – Colombo D., 1992 – Cannarella D., 1996
Iddio, dopo creato il mondo, trovò che gli era rimasta ancora una grande quantità di sassi, e non sapendo in che modo distribuirli sulla terra, li chiuse in un sacco enorme, con l’intenzione di gettarli in mare. Il diavolo, accortosi della cosa, s’appiattò presso alla riva, e di nascosto fece un buco nel sacco, per modo che le pietre uscirono dal rotto ed accumulandosi formarono il Carso.
Caprin G., 1895: 110-111
Quando Dio ebbe terminata la creazione del mondo gli avanzò un mucchio di sassi ed allora ordinò all’angelo Gabriele di spaccarli e di buttarli in mare. L’Arcangelo si mise al lavoro, riempì un sacco con tutti quei sassi frantumati e portò via il pesante fardello. Il diavolo lo vide mentre passava sopra l’altopiano del Carso, l’inseguì di soppiatto e tagliò le cuciture del sacco. Tutta la gran massa dei sassi rotolò fuori e ricoprì l’intera zona fino al mare. Il Signore però ebbe pietà della povera gente del Carso e fece nascere sul quel terreno roccioso la vite che dà il vino migliore di questa terra
Mailly A., (1922) 1986: 151
Non esiste, credo, altro luogo del Carso dove possa venir in mente lo scherzo barbino che il diavolo giuocò all’arcangelo Michele quando sulla terra incominciava ad albeggiare il primo giorno.
Portata a termine la fatica di costruire il mondo, nel cantiere erano rimasti mucchi enormi di sassi, per cui il Signore diede ordine all’arcangelo di ripulire il luogo, mettere i sassi in un sacco e portarli nel profondo mare. Mentre Dio si godeva il meritato riposo, Michele si mise al lavoro e ripulito il cantiere, con il grande sacco sulle spalle, volava nel cielo, contemplando l’opera meravigliosa che, in sei giorni di dura fatica, aveva costruito il Signore. L’arcangelo di Dio volava basso sulla terra e aveva il cuore in festa e dalla gioia si mise a cantare le laudi al Signore per cui non potè sentire il rumore del volo del diavolo, che avvicinatosi, con un grande coltello tagliò, di un sol colpo, il sacco e le pietre rovinarono sulla terra del Carso.
Iddio vide lo scempio che era stato fatto all’opera sua e cacciato lontano il demonio ordinò a Michele di mettere ordine sulla terra sommersa dai sassi e di benedirla regalandole i fiori e i profumi più belli del mondo.
Coloni M., 1974: 50-51
Una vecchia leggenda narra che quando Dio ebbe portato a termine la creazione del mondo si avvide che c’erano troppe pietre sparse qua e là. Diede allora incarico ad un angelo di andare a raccoglierle e di gettarle in mare. L’angelo prese un sacco ed incominciò la raccolta e, quando il sacco fu pieno, volò in direzione del mare. Ma proprio quando era vicino alla meta e stava sorvolando una terra bellissima tutta ricoperta di boschi, fu visto dal diavolo che qui aveva la sua dimora. Questi, vedendo il sacco e pensando che contenesse un tesoro che l’angelo portava in cielo, tagliò il sacco per vederne il contenuto; ma con sua grande meraviglia da esso uscì una cascata di pietre senza fine, che, cadendo, ricoprì tutta la terra sottostante seppellendo completamente i suoi boschi ed i prati pieni di fiori.
L’angelo si disperò per il danno combinato e chiese al Signore se doveva raccoglierle nuovamente e gettarle in mare. Ma Iddio condannò questa terra a restare una landa sassosa, per punire i suoi abitanti che avevano permesso al Diavolo di prendervi dimora.

Nacque così il Carso

Gherlizza M., 1989: 81
… il Carso Triestino è opera del Maligno che, in uno dei sei giorni della Creazione, per occuparsi di chissà quali altre diavolerie, lasciò cadere, dalle parti dell’odierna Trieste, un sacco di massi. Una bruttura. Tanto che il Creatore diede ordine all’Arcangelo San Michele di minimizzare l’inestetismo con cespugli, erbe e fiori.
Colombo D., 1992: 3

 Nascita del Carso. Furto dell’asinello – Paniere del Signore

Cannarella D., 1971 – Cannarella D., 1986, – Cannarella D., 1996
Un’altra leggenda sulla natura del Carso, dice che un giorno Gesù decise di scendere sulla Terra per visitare gli uomini.
Era accompagnato da S. Pietro che trascinava un asinello carico di un cesto colmo di provviste. Dopo aver girato un bel po’, arrivarono in una terra ridente piena di boschi e prati e stanchi del viaggio pensarono di riposarsi all’ombra di un albero e si addormentarono. Passò di là un contadino che, vedendo i due pellegrini dormire della grossa, rubò l’asinello con tutte le provviste.
Al risveglio Gesù, non trovando più l’animale, decise che la perfidia degli abitanti di quel luogo così bello doveva essere punita. Cosicché quando il contadino aprì il paniere trovò un mucchio di pietre che cominciarono a rotolare dappertutto, coprendo ogni cosa .
Da allora, il contadino del Carso è costretto a pulire faticosamente i suoi campi dalle pietre, che tendono sempre a franare e a ricoprire nuovamente i campi.
Cannarella D., 1986: 18

Nascita del Carso. Prosciutto del Signore

C. S., 1890 – Mailly A., 1922, 1986 – Vidoni R., 1935 – Rosamani E., 1948 – Gorlato A., 1961 – Gorlato A., 1978 – Colleoni a., 1984  – Cannarella D., 1986b – Maticetov M., 1986 – Gherlizza M., 1989 –
Cannarella D., 1996
Una volta Cristo volle visitare in compagnia di Pietro i villaggi del Carso. Pietro nella sua previdenza procurò un asinello e di nascosto acquistò anche un grosso prosciutto. Il Signore montò in groppa all’asinello senza accorgersi che Pietro aveva appeso il prosciutto alla sella. Quando, dopo un lungo percorso, si concedettero finalmente una sosta, Pietro aiutò il Signore a scendere, gli cercò un posto all’ombra di un noce e poi volle tirar fuori il prosciutto. Nel frattempo, però, un carsolino s’era avvicinato furtivamente e l’aveva rubato. Così il Signore dovette accontentarsi di un po’ d’insalata, ma a punizione del furto ordinò che tutte le acque del Carso sparissero. Allora s’asciugarono tutti i laghi e quel rigoglioso paese diventò brullo e desolato. Da allora per placare la loro sete gli abitanti devono faticosamente raccogliere in recipienti l’acqua piovana.
Mailly A., (1922) 1986: 151

 Nascita del Carso. Ribellione di Lucifero

Battaglia R., 1925 – Babudri F., 1926
Nel pensiero semplice e pio dei contadini, il Carso arido e triste, non poteva essere stato creato da Dio. Doveva essere l’opera del demonio, della potenza del male; doveva esser l’effetto della maledizione divina. Ed ecco una interessante leggenda – raccolta dal Babudri a Doberdò – a darci la chiave del problema: “Quando che Dio ga creà i angiuli, una stiera de questi, col su capo Lucifaro, ga volesto esser più del Signor Idio. I se ga ribelà e i voleva meter sul trono del Signor el su capo. E in alora xe nata una granda lota tra i angiuli cativi e i angiuli boni. De una parte Lucifaro, e de l’altra san Micel. Ma ga vinto i angiuli boni. E san Micel dandoghe un gran colpo cò la su spada de fogo, el ga ribaltà Lucifaro zo del siel. Guel grando corpo, diventò tut’in’un negro come la calizine (fuligine), ga fato quattro scassoni par aria e po’ ‘l xe piombà sunt’un paese, che prima iera bel come el paradiso terestre. Lucifaro cascando el ga petà el muso par tera, e quel paese se ga cambià int’un inferno. I tochi de la crepa (teschio) ga coverto el teren scambiadi (mutati) in grandi sassi de tute le qualità – (cte crepa – masso, roccia, cranio in valsuganado e dialetti veneti) -: i altri ossi, cascando, ga fato nasser grote e foibe el caldo de quela carne e de quei ossi de demonio ga sugà tuto, anche le acque, anche le erbe, anca el mus’cio: no se ga sintù (udito) che acque de sototera: e quele xe le ‘agrime che piansi Lucifaro col muso in pentindose del mal che ga fato”.
Battaglia R., 1925: 66-67

Nascita del Carso e della Bora

Maticetov m., 1986
… il diavolo con una zappa praticava dei buchi nei sacchi – carichi di pietre – che dalla montagne del Goriziano volavano verso il mare, lanciati da Dio. Questi però scorse per tempo il guastamestieri e con un sacco ben centrato lo seppellì sotto le pietre. «Così rimasero sul Carso le pietre e sotto di esse il diavolo. Ancora oggigiorno egli urla e fischia in inverno – da qui la bora del Carso».
Maticetov M., 1986: 229

Orma della Madonna

Il colle di Monrupino, quota 418, da cui lo sguardo spazia su tutto l’altopiano carsico, è stato sede di un castelliere protostorico e successivamente di una base fortificata romana. Negli ultimi decenni del secolo XV la Rocca venne strutturata a “Tabor” (voce slava che significa campo fortificato) per la difesa contro i turchi, la cu prima incursione sul Carso avvenne nel 1484. La chiesa, elevata a parrocchia nel 1856, è stata edificata nel 1512 al posto di una cappella eretta nel 1316. Sul piazzale della Rocca, presso l’ingresso della chiesa, c’è un affioramento calcareo con una piccola vasca di corrosione avente la forma di una scarpetta.
Mailly A., 1922, 1986 –  Gorlato A., 1958 – Gorlato A., 1978 – Garobbio A., 1980 – Cannarella D., 1985b – Gherlizza M., 1989  – Cannarella D., 1991 – Cannarella D., 1996
A nord-ovest di Trieste, tra le alture carsiche, sorge l’antica rocca di Monrupino. Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sulla rupe di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bell’e finita.
Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora pose il piede su una roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa, costruita nel Cinquecento al posto dell’antica cappella.
Mailly A., (1922) 1986: 136
C’era un pastore che pascolava i suoi animali sui versanti della collina. Gli apparve una donna vestita di bianco e gli disse di costruire sulla cima una casetta. Egli lo fece, ma poi pensò che non aveva senso avere una casetta lì sulla cima e cominciò a demolirla. Tornato il giorno dopo per continuare il lavoro, trovò che la casetta era nuovamente in piedi, costruita più di quanto avesse demolito il giorno prima. Questo fatto lo fece riflettere sul prodigio e invece di fare una casetta costruì la prima cappella.
Cannarella D., 1996: 64
Gli abitanti di Rupingrande volevano costruire una chiesa e scelsero la collina posta tra Zolla e Monrupino. Ma quello che costruivano, il giorno dopo lo trovavano demolito. Così decisero di costruire la chiesa sull’altura di fronte e al mattino trovavano costruito più di quanto avessero fatto il giorno precedente.
Cannarella D., 1996: 64
Gli abitanti del luogo scoprirono sulla cima della collina, impressa nella pietra, l’orma di un piede, e pensando fosse quella della Madonna, accanto, costruirono la chiesa.
Cannarella D., 1996: 64
Avvenne che i contadini e pastori, dopo un lungo periodo di siccità seguito da improvvisi temporali, che finirono con il distruggere quel poco ancora rimasto sui campi e nelle vigne, si rivolsero ad un vecchio saggio per chiedere consiglio.
– Volete la protezione divina?- chiese loro il saggio. – E come pensate di ottenerla se tra di voi numerosi sono ancora coloro che adorano le divinità pagane di un tempo? – Tutti promisero che d’ora in avanti avrebbero venerato e pregato soltanto Gesù Cristo, il Dio Padre Celeste, La Vergine Maria e tutti i Santi del Cielo.
– Questo vi aiuterà, ma dove andrete a pregare se non avete mai pensato di costruire una chiesa, seppure piccola, dove poter pregare e celebrare i servizi divini?
Allora i capifamiglia si riunirono in consiglio e decisero di costruire la chiesa proprio sulla cima della collina che si alzava isolata sopra la strada, perché da quel luogo si dominava all’intorno tutto il territorio, con le case, i campi, i prati, i boschi e tutto ciò che aveva bisogno di essere protetto.
Lieti, gli uomini cominciarono la costruzione della chiesa, ma su quella cima in un profondo anfratto della pietra, dimorava proprio il Diavolo, che decise di intervenire subito perché non aveva nessuna intenzione di abbandonare quel luogo. Cominciò a soffiare con forza per abbattere muri e impalcature e provocare incidenti. Faceva piovere per ostacolare i lavori, mandava vipere, scorpioni e altri animali schifosi che si nascondevano sotto le pietre per pungere gli operai; così quanto veniva demolito era più di quanto venisse fatto. Esasperati, gli uomini tornarono nuovamente dal saggio per sentire il suo consiglio.
– Tutto ciò è opera del Diavolo che non vuole la costruzione della chiesa. Pregate la Vergine Maria, la madre di nostro Signore Gesù Cristo e Lei vi aiuterà a liberarvi da quella maligna presenza.
Gli uomini tornarono sulla cima della collina, con le mogli e i figli e insieme si misero a pregare, invocando la Madre Santa. Improvvisamente un lampo repentino accese il cielo di un bagliore di fuoco e una bianca figura di donna si materializzò su un masso lì vicino. La luce aveva accecato quasi tutti i presenti e pochi riuscirono a vedere il gesto imperioso del suo braccio con il quale intimò al demonio di andarsene; impotente di fronte a quella potenza divina il Diavolo, con un guizzo nero e puzzolente, uscì dal suo nascondiglio sulla cima della collina e urlando la sua rabbia si allontanò dileguandosi.
Anche la Vergine Maria, dopo aver guardato per un momento quella povera gente attonita e aver loro sorriso, disparve come risucchiata da un raggio di luce intensa e sul luogo rimase soltanto un intenso profumi di rose. Poi qualcuno si accorse che sulla superficie del masso era rimasta impressa l’impronta del suo piccolo piede.
Tutti gridarono al miracolo e venne deciso di costruire la chiesa in onore della Vergine Maria perché continuasse a proteggerli dalle avversità e dai mali. Così è stato e da allora la Chiesa di Monrupino è diventata il Santuario Mariano del Carso.

Opicina (Opcina)

Opicina è una frazione del comune di Trieste; inizialmente sita lungo la strada che porta a Sesana, Postumia e quindi Lubiana (l’attuale Via Nazionale), nella valle fra la catena dei Vena e quella più interna del Carso (Monte Franco – Monte Orsario), si è ingrandita notevolmente negli ultimi decenni sia lungo la strada principale che lungo la Provinciale del Carso (dall’abitato di Banne verso Borgo Grotta Gigante). Collegata, da oltre un secolo, con la città tramite una tramvia parzialmente a cremagliera, è stata per decenni il punto obbligato d’arrivo dei contadini del Carso che portavano le loro derrate in città.
Burton R., 1881, 1882  – Trampus A., 1984
… del villaggio di Opicina. Questa Sopra – grotta (o-pcina – sopra il buco) è così appellata, perché sotto di essa corre, come ho detto, il sotterraneo “Recca-Timavo.” Il nome fu latinizzato in Opicina da quelli che trovano dappertutto vestigi dell’Impero Romano.
Burton R., 1882: 20
Altra interpretazione del nome «Opicina», abbastanza in voga nel secolo scorso, era quella secondo cui esso derivasse dallo sloveno «u pecinah», «inter rupes».
Trampus A., 1984: 74

Terme di Monfalcone

Note e utilizzate ai tempi dell’antica Roma, furono abbandonate dopo la caduta di Aquileia. Distrutte e riattate in varie riprese (1433, 1590, 1615, 1797, 1899) vennero infine pressoché cancellate durante la prima guerra mondiale; riedificate negli anni 1939-1940 (22 camerini, salone d’aspetto, gabinetti medici, uffici, abitazione del custode) vennero lasciate cadere in rovina dopo la seconda guerra mondiale. Site nella zona industriale di Monfalcone (via del Timavo 74), l’edificio inaugurato nel 1940 è in completo abbandono, con i muri sbrecciati e i locali invasi dalla vegetazione.
Constavano di alcune vasche alimentate da una vena d’acqua salso sulfurea avente una temperatura (nel XIX secolo) di 38-40 °C; misurazioni effettuate nel 1965 hanno dato 34 °C.
Kandler P., 1864 – Calligaris R., 1990
La credenza volgare propagata per tradizione, attribuisce origine arcana, diabolica a quell’aqua, e fu tentato di giungervi per caverne…
Kandler P., 1864: 34-35
… Questo primo lotto fu effettivamente realizzato ed inaugurato il 9 maggio 1940. Solo un mese dopo scoppiava la seconda guerra mondiale, destinata a portare nuova distruzione anche alle Terme ed a far sorgere nel popolo una credenza che collega ogni ripristino di quei bagni termali al conseguente scoppio di tremendi eventi bellici.
Calligaris R., 1990: 60

Torrente Rosandra

La Val Rosandra è un ampia incisione dall’aspetto alpestre che divide il Carso triestino da quello istriano; dall’aspetto alpino, è scavata nei calcari ed ha una morfologia condizionata da una serie di faglie e di pieghe tettoniche. Lunga poco più di due chilometri è percorsa dal torrente omonimo e sui suoi fianchi si aprono numerose cavità, per lo più a sviluppo orizzontale.
Predonzani E., 1950 –  Gorlato A.,  – Predonzani E., 1956  – Cannarella D., 1970 – Cannarella D., 1971 – Gorlato A., 1978 – Garobbio A., 1980 – Cannarella D., 1985° – Gherlizza M., 1989 – Cannarella D., 2001 – Cannarella D., 1996
Rosandra era prigioniera di un mago. Un cavaliere proda la libera ma con sé non la porta. – Tornerò – promette; nella vana attesa la bella consuma nel pianto. Dalle lagrime nasce un torrente dalla chiare acque verdi. Piaceva ai tempi romantici la triste storia.
Garobbio A., 1980: 170
La principessa Rosandra, prigioniera di un mago, venne liberata da un valoroso cavaliere. Innamoratasi, venne il giorno in cui egli dovette partire per compiere una impresa e non fece più ritorno.
Grande fu il dolore di Rosandra che iniziò un pianto senza fine, finché una fata impietosita la tramutò in sasso, ma le sue lacrime continuarono a sgorgare copiose e si tramutarono nel torrente che porta il suo nome.
Cannarella D., 1985a: IV [14]

Valico del Monte Spaccato (Valico Romano)

Tratto sommatale della ripida strada, ora ridotta a pedonale scarsamente frequentata, che congiungeva Trieste con l’altopiano; era stata migliorata dai Romani all’epoca di Augusto, che sul valico hanno allargato a colpi di mazza una frattura del calcare, l’attuale Valico del Monte Spaccato o Valico Romano. Sembra servisse anticamente per una comunicazione diretta con il Norico e la Pannonia. E’ stata utilizzata sino agli anni ’50 del secolo scorso quale via più breve per raggiungere i borghi carsici.
Mailly A., 1922, 1986 – Rosamani E., 1948  – Predonzani E., 1950 – Gorlato A., –  Predonzani E., 1956 –  Gorlato A., 1978 – Di Giacomo N., 1979 – Garobbio A., 1980 – Gherlizza M., 1989
Una volta in una valle presso Trieste un contadino scommise col diavolo che avrebbe fatto prima ad arrivare all’altra parte del dorsale carsico.
Quando il diavolo se lo vide correre già molto in avanti, pieno di rabbia, diede un tal colpo di pugno sul dorsale del monte che rimase un’enorme spaccatura, attraverso la quale potè raggiungere la valle al di là del dorsale carsico. Ma quando vi arrivò, il contadino già lo attendeva. Da quel tempo la montagna così divisa è chiamata il Monte Spacà.
Mailly A., (1922) 1986: 99

C) Fenomeni carsici ipogei

 Caverna della Bora

La bora è un vento freddo che soffia da Est Nord Est con raffiche che talvolta hanno superato i 180 chilometri orari. In genere dura pochi giorni (la voce popolare dice tre, che possono in alcuni casi passare a nove) e pur non essendo un vento prettamente locale – interessa un’area che va dal Quarnaro alla pianura friulana – è un po’ la caratteristica del Carso e di Trieste, città in cui sui muraglioni e sulle case delle vie più battute dalle sue  raffiche sono sistemati dei passamano fissi di ferro mentre e le piazze più esposte venivano attrezzate dal Comune con corde, sempre in funzione di passamano.
Mailly A., 1922, 1986 – Battaglia R., 1924 – Babudri F., 1926   – Rosamani E., 1948  – Predonzani E., 1950 – Pinguentini g., 1953  – Gorlato A., Predonzani E., 1956  – Gorlato A., 1961 – Gorlato A., 1978 – Garobbio A., 1980 – Margie B. R., 1984 – Gherlizza M., 1989 – Cannarella D., 1996 – Cannarella D., 2001
Secondo la tradizione popolare il famigerato vento carsico, la Bora, che non segue una direzione precisa è una vecchissima strega con un figlio, il Borino. Ambedue abiterebbero in una caverna con l’apertura sbarrata da un grosso masso. Spesso la Bora sguscia fuori e deve essere spinta dentro nuovamente. Infuria per tre, nove o perfino quindici giorni. …. Su molte alture del Carso la gente mostra le “caverne della Bora”. E’ nota una presso Trieste …
Mailly A., (1922) 1986: 90
Co sufia la bora zo del Carso, xe segno che la striga se ga rabià con calchidun. La Bora no la xe un vento come che xe i altri:gnidun la capissi, che xe la furi a de ‘na striga: se non, no la saria cussì tremenda, de ribaltar camini, de butar zo persone, de s’ciantar albori e de mazzar gente.
E difati la xe una striga, che la sta de casa ora int’una ora intun’altra de le foibe e de le grote del Carso. La ga un fio che se ciama «borin», che ‘l xe dispettoso, ma assai più bon de ela, perché el porta bel tempo, e el porta anca tempo ciaro, senza mazzar gnissun. Ma ela!…
La su’ grota la xe serada de una grossa piera; e del sforzo che la fa per butarla via, la sufia che fa paura.
De giorno la manda refoli e la ziga per le strade, sul mar, nel Quarnèr la fa strage, e no ghe vol che le strade quiete de Trieste, che noi ciamemo «le fodre», che le salva la gente, cme le fodre dei vistiti e dei capei. Ma de note la urla, la sbraia, la fa ‘l demonio. E perché?
Perché de ‘na parte se meti a sbarufar le anime dei morti contro i su’ nimizi; de l’altra xe la batalia de le strighe cagnoline e le le strighe furlane.
Le cagnoline le zerca sempre de sbrufar insieme co la tramontana in ste nostre tere; ma ghe va contro col maistral le furlane e le cadorine. De ‘na parte cori come mate furiose le une, de st’altra vien come soldai a cora de bersaliere le seconde. E alora, sufia la striga carsulina, sufia le do che se fa guera, e su trieste vien zo sti urli, sti zighi, stilamenti, che fa insieme quel che se ciama «la bora».
Babudri F., 1926: 304
… Caratteristiche le superstizioni concernenti la bora ed il vento in generale. La bora viene impersonificata in una strega che abita in una caverna del Carso e che dimostra la sua ira soffiando. Essa soffia con più veemenza quando qualcuno s’impicca o viene impiccato od, anche, quando un massone vende l’anima al diavolo.
Pinguentini G., 1953: 34
Le Streghe non amano la primavera fiorita; meno ancora l’estate ricca di messi. Non apprezzano l’autunno donatore di frutti. Esse godono quando il gelo dà morte alla natura, perché sentono nel freddo invernale qualche cosa di paragonabile al ghiaccio del loro cuore. Allora si dànno alle scorribande infuriate e sollevano l’aria con il vortice di un ballo infernale. Scatenano così la bora, rabbioso indizio di ogni loro uscita dalle buie caverne del Carso.
Gorlato A., Predonzani E., 1956: 62
Non è certo un piacere trovarsi all’aperto quando la “bora” soffia a 120 km e più all’ora. Le sue raffiche sono, alle volte, così forti da rovesciare le persone, da capovolgere i velieri e da scoperchiare anche le case. Il popolino la crede opera delle streghe, che si nascondono nelle caverne dell’Altopiano carsico. Quando queste anime dannate iniziano la loro ridda infernale, allora si scatena anche la “bora”.
Gorlato A., 1978: 62
Secondo una tradizione popolare, il famigerato vento carsico, la Bora, che non segue mai una direzione precisa, è una vecchissima strega che ha anche un figlio, il Borino. Ambedue abiterebbero in una caverna con l’apertura bloccata da un grosso masso. Spesso la Bora sguscia fuori e deve essere spinta nuovamente nella grotta. Infuria per tre, nove o perfino quindici giorni.. Quando la vecchia strega soffia per nove giorni, la gente dice: «In tre giorni la nassi, in tre giorni la cressi, in tre giorni la crepa».
Una versione più recente narra che la Bora era una ninfa dei boschi, che soffiava dolcemente durante le calde estati per portare refrigerio agli uomini. Ma i guerrieri che vennero in questa terra e costruirono i castellieri scacciarono il dio Taranis, di cui la Bora era innamorata. La ninfa per vendetta si mise a soffiare con violenza, con l’intenzione di scacciare gli uomini; ma essi si difesero dalle sue raffiche di vento, come ancora continuano a difendersi oggi.
Gherlizza M., 1989: 85
Una leggenda dice che la Bora sia una strega che sta nascosta in una grotta e lascia il suo nascondiglio per soffiare irosa e impazzita mentre scorre sul Carso e si abbatte sul golfo e la città. I contadini hanno cercato inutilmente di chiudere la grotta con massi e pietre per impedire alla strega di uscire ma ogni loro sforzo è vanificato dalla furia di Bora, che uscendo con forza dal suo nascondiglio, scaglia lontano qualsiasi cosa la ostacoli.
Cannarella D., 2001: 93

 Caverna del Cavalcante

Gorlato A., Predonzani E., 1956  – Gorlato A., 1978 – Faraone E., Guidi P., 1982 – Gherlizza F., -Monaco L., 2001
Le Streghe hanno una predilezione speciale per quei giorni che la superstizione chiama nefasti, il martedì e il venerdì. E’ in essi che si sentono in vena di cercare fra gli uomini l’amoroso. E li tentano. E siccome il mondo dei mortali e vario assai, così ci sono gli uomini che osano entrare in dimestichezza con le Streghe. Li dicono Cavalcanti, perché avendo fatto connubio con le verziere, cavalcano per l’aria nel vortice diabolico con esse. Ogni Cavalcante è segnato a fuoco. Porta sulla spalla sinistra l’impronta di un ferro di cavallo.
Gorlato A., Predonzani E., 1956: 78
Un tempo nei pressi del Santuario carsico di Monrupino si trovava un antro oscuro, detto “La Caverna del Cavalcante”, nella quale viveva un essere maligno che dal popolino veniva segnalato col nome di strigo (stregone).
Di giorno prendeva forma umana e lo si poteva riconoscere da quel codino di capelli, che gli usciva dal suo nero cappellaccio e gli cadeva sulla nuca, nonché da uno sperone d’osso che gli spuntava dalla parte inferiore della schiena e che lui nascondeva sotto il suo nero mantello. C’è chi dice che portava ancora sulla spalla sinistra l’impronta di un ferro di cavallo, che gli era stata fissata dal diavolo al momento della sua nascita, per cui veniva detto il cavalcante.
Gorlato A., 1978: 66-67

Caverna dell’Eremita del Kosten

Alto 410 metri, il monte Kosten (o Coste) si erge a ridosso del confine con la Slovenia; poco servito da strade e sentieri, i suoi versanti hanno un carattere selvaggio. Vi si aprono diverse cavità, per lo più ad andamento verticale mentre sulla sua cima si trovano i ruderi di un castelliere.
Coloni M., 1974
Sul Kosten dicono siano state sepolte, in una buca profonda, le vecchie carte di un vaticinante eremita che conosceva la virtù delle erbe e aveva dato, alla gente del luogo, aiuto e conforto. In una giornata d’estate, una donna aveva lasciato sull’alba il paese e portando in braccio un bambino bruciato dal fuoco ardente di una febbre tremenda, aveva sperato di trovare lassù l’erba che avrebbe dovuto ridare la gioia di correre al suo piccolo. Dopo aver camminato di buon passo lungo il sentiero che portava alla vetta senza sentire affanno, stanchezza, era arrivata piena di speranza alla grotta del vecchio, ma venne accolta soltanto da un immenso silenzio: con le labbra pronte alla preghiera, varcò timorosa la soglia, ma il sangue le divenne di ghiaccio quando vide la testa del vecchio curva su una panca di legno, senza segni di vita. Mise il bambino sopra un mucchietto di carte ingiallite dal tempo, dall’uso, e corse al paese per dare l’allarme e la gente salì sul monte dove trovò il piccolo prodigiosamente guarito.
La morte non faceva paura, era una creatura conosciuta sul Carso, ma tutte quelle vecchie carte bianchicce, che avevano ridato la salute al piccolo Ivan, erano cose misteriose, sconosciute, per cui i vecchi del paese decisero di seppellire il saggio eremita nella grotta accanto alle sue vecchie carte e cancellarono ogni traccia di strada, ogni sentiero, e il monte prese il nome da quelle vecchie carte e ancora oggi, sulla vetta del Kosten, arrivi attraverso salti di sassi e profumo di fiori.
Coloni M., 1974: 101-102

Caverna dell’Eremita di San Cilino

San Cilino, dosso collinare arenaceo, già sede di un bosco ricco d’acque sorgive, di coltivazioni e di mandrie, oggi è parte del popoloso rione di San Giovanni. Su questi terreni il commerciante e appassionato botanico N. Bottacin creò nell’Ottocento un grande parco botanico che includeva pure una grotta artificiale. L’unica cavità naturale che si conosca nella zona e da cui si possa vedere il colle di Farneto, è il cavernone sopra Longera, 134 VG che è però ubicata alcuni chilometri più ad est.
Mailly A., 1922, 1986 – Zubini F., 1996 – Ruaro Loseri L., 1992
Secondo la leggenda il vescovo triestino Primo, il suo diacono Mario ed i loro proseliti Giasone e Celiano (Celino) subirono il martirio sotto Adriano nel 139. Per un certo periodo questi quattro martiri della fede avevano trovato rifugio su una collina nei pressi di Trieste. Secondo le descrizioni tale collina potrebbe essersi trovata dalle parti del Boschetto. Infatti il cronista Padre Ireneo racconta che già al suo tempo, nel diciassettesimo secolo, un’altura era chiamata San Cilino … A questa leggenda potrebbe anche riferirsi quella dell’eremita che sarebbe vissuto in una delle caverne di questa collina. Si dice che egli sostasse spesso sullo «scoglio rosso» per godersi la vista della rigogliosa vegetazione del colle di Farneto e per ringraziare il Signore per quell’abbondanza.
Mailly A., (1922) 1986: 145
… una leggenda tramanda che in questo luogo tranquillo viveva un santo uomo in eremitaggio sotto uno sperone di roccia, chiamato Scoglio rosso.
Zubini F., 1996: 16

Foibe, nascita delle

Il termine foiba – dal latino fovea – sta ad indicare genericamente una cavità ad andamento verticale; più usato in Istria che non sul Carso ove prevale il termine sloveno “jama”.
Babudri F., 1926 – Predonzani E., 1950 – Scotti G., 1980
Le nostre tere le ga una quantità granda de busi, che i va sototera driti, storti, per sbighés. Questi i xe stadi fati de zerti spiriti con longhe e forte trivele. Se la trivela andava drita, alora la foiba ogi la va zo drita, se la trivela se storzeva, alora la foiba andava zo storta.
Babudri F., 1926: 305
E’ stato il diavolo a scavare grotte, foibe e voragini del Carso istriano e triestino … A proposito delle voragini carsiche, si afferma che il demonio si serviva, nel trapanarle, della sua «verigola». «Inverigolava» la pietra quando, in preda alla smania, non aveva una bella strega a portata di mano.
Scotti G., 1980: 1440

Foibe e tesori nascosti

Babudri F., 1926  – m d [Marini D.], 1984
La drento sti spiriti i se gà portà i tesori che i gaveva, e i li tien de ocio, che gnissun ghe li porti via. I spiriti i magna pipistrei, colombi selvadighi, rane, i bevi l’acqua piovana.
Babudri F., 1926: 305
I spiriti tante volte i tira verso de lori i cari de manzi, che dopo i vien gomitadi in mar.
Babudri F., 1926: 305
Sul Carso sono nascosti molti tesori. Qualche volta i turchi seppellivano nelle caverne o nei boschi parte del loro bottino per riprenderlo al ritorno, poi non venivano più, catturati o uccisi in altri luoghi e l’oro restava sotterra. Altre volte erano i briganti da strada a nascondere il frutto delle loro ruberie …
m d [Marini D.], 1984: 33

Foiba di Selz

Zorzut D., 1931 – Faraone E., 1986
Durante la guerra [1915-1918] un idillio d’amore nacque tra una paesana e un Fante. Ma un giorno il Fante dovette raggiungere il suo reggimento, che combatteva valorosamente sul Sei Busi, e da quel giorno la povera donna non ebbe più notizie del giovane.
Essa però diveniva madre di un bimbo grazioso. Nel dopoguerra essa, che viveva nell’indigenza, mandava il figlio a raccogliere del «pestenale» (ombrellifere che vengono mangiate dalla povera gente) nei pressi di Selz. Egli ne aveva raccolto un bel fascio, quando strappando una «pestenala» più bella, udiva un gemito; il fanciullo spaventato gridò: «Ahimè»; a quel grido gli si presentava dinanzi un uomo, nella divisa di Fante, insanguinata, che gli diceva: – Bimbo caro, tu cerchi queste misere piante per cibarti? Non temere, vieni con me!
Il fanciullo obbediva ed era condotto in una delle tante «foibe» del Carso: nella foiba di Selz. Entravano ed il fanciullo si trovava in mezzo a una sala meravigliosa: specchi e cristalli dalle pareti mandavano mille riflessi; una tavola imbandita d’ogni ben di Dio lo invitava a cibarsi. Ma l’uomo misterioso spariva, non senza avergli raccomandato di fare una buona provvista per la mamma.
Saziato, il fanciullo era preso dalla curiosità di visitare da solo quel luogo strano. Esaminate le pareti vi trovava i ritratti del Re, del Duca d’Aosta e di altri Condottieri. Contento e felice con il sacco pieno di cibi per la mamma, cercò allora la via d’uscita. Ma prova e riprova, gira e rigira, non ne veniva a capo. Preso dalla disperazione, si dava a piangere e chiamare aiuto. Nessuno gli rispondeva. Infine cadendo a terra sospirò «Ahimè!». A quella parola riapparve il Fante amico che accarezzandoli gli diceva:
– Non temere, io sono tuo padre, morto in guerra da Eroe. Dì alla mammina che venga a trovarmi nel cimitero degli Eroi di Redipuglia dove sono sepolto.
E presolo per mano lo conduceva all’aria aperta.
Ed ora la donna ogni domenica si reca nel cimitero di Redipuglia e adorna di fiori il sito indicatole dal marito.
Zorzut D., 1931: 827-828

Grotta di Gropada

Gropada è una frazione del comune di Trieste posta a ridosso del confine con la Slovenia; nei suoi dintorni si aprono numerose cavità, per lo più ad andamento verticale. Non è conosciuta nessuna cavità chiamata” del diavolo”. L’usanza di mettere dietro alla porta di casa una pietra di grotta per evitare il “Vedomec”(cioè l’incubo, il çhalçhut) trova riscontro in quanto scritto da Ireneo della Croce nel 1698 (pagg. 409-410) relativamente alla Grotta di San Servolo, ora in Slovenia, un tempo meta di pellegrinaggi dei triestini: «che non ardisse [il Demonio] infestare quelle Case. ò luoghi, ove le sole pietre della sua sacra Spelonca, sono trasferite e riposte: A qual fine, e devozione, ne portano seco molti pezzetti, quelli che visitano la sua Santa Grotta».
Arch. SAG  – Merku P., 1976 – Faraone E., Guidi P., 1982  – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Nei libri dei verbali della Commissione Grotte di fine ‘800 si trova scritto che il 6 dicembre 1886 i signori Jancich, Morpurgo e Bonazza stabilirono di visitare la grotta detta “del Diavolo” nei pressi di Gropada.
Arch. SAG, TM 0240
Gropàjci – zàjci,
Sivarji, bivarji,
Boga na postéljo lovili,
zludja nad jamo disili.
Abitanti di Gropada – conigli,
cucitori, …
hanno cacciato Dio a letto,
hanno soffocato il diavolo
su una grotta.
Merku P., 1976: 70
Dietro alla porta appendevamo una chiave, una grande chiave era appesa. Dietro la porta, acciocchè non venisse il védomec (l’incubo), e una pietra della grotta, dove andavamo (a giocare).
Merku P., 1976: 70

Galleria di Moccò – Grotta dietro l’altare della chiesa di Moccò

Sul colle calcareo di Moccò (già monte Barbasso, quota 243), in posizione che domina la Val Rosandra (ad Est) e il vallone di Zaule (ad Ovest), nel 1110 era stato eretto un castello – attualmente scomparso – che veniva riedificato in posizione meno esposta nel 17° secolo. Passato di proprietà innumerevoli volte, dalla fine dell’Ottocento venne adibito ad alloggio estivo e trattoria. E’ stato distrutto da un incendio nel 1945. Non si possiedono dati sulla grotta dietro l’altare della chiesa di Moccò, un nucleo di poche case che ha una sua chiesa; la chiesa  più vicina è quella di S. Antonio in Bosco (che si trova nel paese e su terreno arenaceo).
Gherlizza F., Monaco L., 2001
Radacich M., 1990
Gli abitanti della zona raccontano addirittura che esso venne incendiato dal proprietario affinché non cadesse in mano ai partigiani jugoslavi, mentre qualcun altro asserisce al contrario che il castello era un ricovero di partigiani, i quali vi entravano di notte attraverso una galleria segreta che si apriva lungo un fianco dell’altura di Moccò.
Radacich M., 1990

Grotta di Carlo Magno

Coloni M., 1974 – Cannarella D., 1971 – Cannarella D., 1985a  – Colombo D., 1992 – Cannarella D., 1996  – Cannarella D., 2001
… dove, nella profondità della terra, si apre una grotta che da secoli protegge il sonno di Carlo Magno. Il grande imperatore dei Franchi che con la spada aveva dato pace all’Europa, giunto alla fine del suo lungo terreno cammino, stanco di guerre, di lotte, obbedendo alla parola dell’angelo di Dio, abbandonò Aquisgrana e intraprese il suo ultimo viaggio alla ricerca di una valle chiamata Rosandra. Il viaggio fu lungo, faticoso, ma lo guidava la voce dell’angelo e in un giorno d’estate arrivò nella piana dove oggi sorge il villaggio di Bagnoli. Il luogo era deserto, selvaggio, ma limpida era l’acqua del torrente che scendeva dai monti coperti di querce e l’imperatore, fermato il passo del suo cavallo, diede ordine di preparare il campo perché sentiva di essere giunto alla fine della sua lunga giornata.
Nella notte, l’angelo di Dio venne a dirgli che al mattino sarebbe venuto al campo un ragazzo dai lunghi capelli, che conosceva tutti i segreti della valle chiamata Rosandra e lo avrebbe portato nella grotta che custodiva un grande trono di pietra dove egli avrebbe trovato riposo. E sorse splendido il sole e venne al campo il ragazzo dai biondi capelli che l’imperatore dei Franchi attendeva e lo guidò alla grotta del trono.
Carlo Magno riposa sereno sul trono di pietra e da qui salirà al cielo il giorno in cui nel mondo gli uomini si saranno dati la pace che egli aveva sempre sognato di dare alla terra. In quel giorno si aprirà la grande conca coperta da mille pagliuzze d’oro e una giovanetta dai biondi capelli ritroverà la strada che porta alla grotta.
Coloni M., 1974
Due leggende sono di origine trovatorica. nella prima si narra che Carlomagno, seguendo le istruzioni di un angelo, sia venuto a morire in Val Rosandra dove esiste una grotta nella quale il sovrano, tramutato in pietra, attende il giorno del Giudizio Universale. … Nella seconda si parla della principessa Rosandra – quindi il luogo è sempre lo stesso – tramutata anch’essa in pietra che piange il suo perduto amore e le sue lacrime, uscendo da uno speco, formano il torrente omonimo che solca la Valle.
Cannarella D., 2001: 93

Grotta di Zolla

Zolla è una frazione del comune di Monrupino ubicata su di una piccola displuviate; molte delle sue case (datate 18° e 19° secolo) sono di stile arcaico, con i tetti coperti da lastre di pietra. Nei suoi i si trovano le celebri cave di pietra di Monrupino.
Marini D., 1978
A Zolla si dice che sullo stesso colle della Rocca è nascosta roba preziosa in una grotta murata in tempi lontani. Lungamente si cercò sui ripiani, dove grandi lastre di pietra vennero alzate con leve, mentre altre troppo pesanti furono addirittura forate, ma senza trovare nulla.
Marini D., 1978: 73

Lago di Jamiano

Le leggende e le tradizioni, spesso legate a fatti realmente accaduti (anche se talvolta male interpretati), non sono riferite solo alle grotte, ma anche all’idrologia carsica; la seguente – relativa al lago di Jamiano (lago di Doberdò) ne è un chiaro esempio.
Kandler P., 1850
Raccolsi indicazioni che scavatasi presso Rubbia una vasca, in cert’anno di siccità, per raccogliere acque, queste passarono nel lago di Jamiano, che alzò il suo livello…
Kandler P., 1850: 257

Origine delle stalattiti, ondine pietrificate

Predonzani, 1950 – Gorlato A., Predonzani E., 1956 – Gorlato A., 1961
E che diremo delle ondine? Non par vero, ma esse vivono ancora nella fantasia di molti pastori carsolini. Ci vengono descritte come bellissime fanciulle, tutte avvolte in un candidissimo velo. Abitano lungo le fresche sorgenti sotterranee e sono occupate nella gran parte della notte a tessere con i loro lunghissimi capelli biondi una fittissima e invisibile rete, che serve loro per pigliare i malcapitati visitatori. Si dice che queste fanciulle escano spesso all’aperto per allettare con il loro dolcissimo canto i giovani pastori. Ma povero quel giovane che dovesse venir preso nella rete di un’ondina, difficilmente se ne libererebbe. Se poi egli, con qualche stratagemma riuscisse a sfuggirle, l’ondina, delusa e straziata dal dolore, verrebbe pietrificata e continuerebbe a piangere per l’eternità il suo perduto amore.
Le grotte famose del Carso sono piene di queste curiose figure di fanciulle dalle vesti e dai veli trapunti di brillanti. Chi avrà l’occasione di potersi inoltrare nelle tortuose e smaglianti gallerie potrà ammirare centinaia di figure di infelici ondine in atteggiamenti diversi e strani, alle volte anche impressionanti, come la natura ha voluto eternarle nel bianco calcare piangente.
Gorlato A., 1961: 965-966

Pozzo presso quota 126

Zorzut D., 1931 – Faraone E., 1986
Due Fanti, amici sin dall’infanzia, dovevano uscire in perlustrazione verso i reticolati nemici, che tagliavano la quota 126 del Carso: uno pio, timorato di Dio; l’altro, bestemmiatore, anima dannata. Si avviavano cauti, poiché nera era la notte. Improvvisamente, in mezzo a una sterpaglia, un muoversi strano li faceva sussultare. Erano in procinto di far fuoco, quando dalla siepe sbucò un agnello nero che si accovacciò ai piedi del Fante senza fede in Dio.
– Portiamolo nella nostra trincea, chè domani avremo di buone porzioni – disse costui.
– Va bene; prendilo tu sulle spalle – consigliò l’altro.
E l’agnello lasciava fare.
– Ma come è pesante; non ne posso più – esclamò il Fante – neanche fosse il diavolo! –
– Rebutà (credilo pure) – gridò l’agnello che con uno strappo si liberava per gettarsi a capofitto contro la pietraia carsica, che appena toccata si apriva: l’agnello per quella voragine, che vomitava fuoco e fiamme, scomparve. Il Fante cattivo cadeva a terra, come tramortito.
L’indomani i commilitoni, saputa la cosa, con i due, ritornati sul posto, vi trovarono un pozzo: attorno l’erba era bruciacchiata. Vollero colmarlo con della sabbia, ma sempre invano.
Il pozzo esiste tuttora; l’erba non vi cresce e per quanta acqua tu vi getti dentro, tu non potrai mai riempirlo.
Zorzut D., 1931: 823

PARTE II – STORIE SU CAVITÀ CONOSCIUTE

Di ogni cavità vengono forniti numero di catasto, nome ufficiale, sinonimi e una breve descrizione (testo in corsivo); seguono quindi l’elenco, in ordine cronologico, degli Autori che hanno fatto riferimento alla leggenda o alla tradizione, il testo della stessa (in tondo) ed in calce l’indicazione della fonte da cui è tratta (Autore, anno, pagina).

2 VG – Grotta Gigante

(Jama Briskova, Brisckova Jama, Brisce, Jama Briskovska, Jama pri Briscikih, Brisckovske, Brskovska, Giant Cave, Grotta/caverna di Brisciachi, Grotta di Briscichi, Grotta dei Giganti, Pecina v Gmajni, Riesengrotte, Velika jama na Gmainci, Velika pecina pri Mainci)
Cavità con tre ingressi, profonda 120 metri e lunga oltre 600, attrezzata per la visita del turista sin dal 1908, famosa per l’ampia caverna centrale; esplorata compiutamente alla fine del XIX secolo è attualmente illuminata elettricamente, aperta tutto l’anno e sede di varie manifestazioni (concerti, presepio ligneo, calata della Befana, Cronotraversata del Maestro).
Gorlato A., 1961, 1978 – Cannarella D., 1985c
Nelle grotte più belle, più ampie e più interessanti, come in quella di Trebiciano, profonda 318 m e nella Grotta del Gigante, lunga più di 300 m nelle quali lo stillicidio ha creato imponenti colonnati e superbi drappeggi, la leggenda popolare ha collocato la dimora dei coboldi e delle ondine.
Gorlato A., 1961: 962-963

 6 VG – Grotta Ercole

(Grotta delle tre Colonne, Grotta di Gabrovizza, Pecina Gabrovska, Pecina na Bloki [Na Bloku], Velika Pecina, Herkulesgrotte, Jama od Cile)
Ampia galleria in accentuata discesa il cui ingresso, in parte ostruito da un grosso masso, si apre sul fondo di una vasta dolina; al suo termine una serie di piccoli salti portano ad un pozzo di una ventina di metri che conduce nella caverna finale.
Arch SAG – Cannarella D., 2001
… mentre l’intervento di Ercole è visto in un’altra grotta dove il forzuto semidio ha scagliato un grosso masso che è andato a incastrarsi sull’ingresso.
Cannarella D., 2001: 93

 7 VG – Grotta dell’Orso

(Bärengrotte, Bärenhöhle, Caverna degli Orsi, Caverna presso Gabrovizza, von Gabrovizza Erosionhöhle, Gabrovska Pecina, Jama Pytina, Pecina na Hrbci, Na Hrbici, Pod Muzarji, Salles Höhlenspalt)
Questa imponente galleria, lunga quasi duecento metri, si apre sul fondo di una dolina a non grande distanza dalla grotta precedente; pressoché orizzontale, è stata abitata in epoca preistorica e, per decenni, oggetto di visite di comitive scolastiche.
Mailly A., 1922, 1986 – Gorlato A., 1961 – Garobbio A., 1980
Alcune caverne del Carso hanno denominazioni mitologiche, come le caverne di “Vila” e “Vilenica” presso Corgnale (Lokev), dove si dice abbiano dimora le “vile”, le note fate carsoline. Uguale fama ha la “Grotta dell’Orso” ad ovest di Monrupino (Repentabor), dove si fecero preziosi ritrovamenti preistorici. In primavera i ragazzi vi si recano per “cacciar fuori l’orso”, simbolo dell’inverno.
Mailly A., (1922) 1986: 71
Ci è stato narrato che in una caverna poco lontana dall’abitato di Rupinpiccolo vive il demonio. La caverna è detta Grotta dell’Orso, perché il diavolo, ogni inverno, suole prendere le sembianze dell’orso e si affaccia sulla porta dell’antro per gettare fuori il Freddo, che poi durerà per tutta la stagione
Gorlato A., 1961: 962

 10 VG – Grotta Clementina

(Drnjackova Jama, Grotta Jancich, Kalic, v Kalicu, Klementinen Grotte)
Trattasi una cavità orizzontale aprentesi sul fondo di un’ampia dolina al centro del paese di Opicina (sobborgo di Trieste); negli ultimi anni del XIX secolo era stata attrezzata dalla Società Alpina delle Giulie per la visita dei turisti.
Arch SAG – Boegan E., 1920 – Bertarelli L.V., Boegan E., 1926 – Vremec A., 1975 – Faraone E., Guidi P., 1982  – Marini D., 1984 – Benedetti G., 1984  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Durante la guerra [1914-1918] servì per deposito di munizioni poi di rifugio a miseri prigionieri russi, che all’occasione, sia pur per bisogno, diventano altrettanti predoni. Tale antro riuscì pure un ottimo asilo per i disertori austriaci i quali non si arrendevano neanche dinanzi alle minacce dei gendarmi. Il sotterraneo intanto era ben fornito di viveri, frutto di rapine conseguite nei duri anni del 1917-18.
Boegan E., 1920: 18
Kalic è una grotta orizzontale. Subito dopo l’ingresso che si trova sul terreno di E. Daneu-Perko c’è una grande sala che gradualmente si restringe. Un corridoio è lungo e stretto e si dirama, distante, sotto il paese: certuni dicono che giunge fino alla trattoria Malalan, sulla strada di Prosecco. Nell’ultima guerra [1940-1945] la gente di Opicina ha modificato l’ingresso alla grotta adattandolo a rifugio antiaereo. Nel corso della battaglia per Opicina [aprile-maggio 1945] gli abitanti di Opicina sono rimasti chiusi nella grotta cinque giorni e cinque notti.
Vremec A., 1975: 11-12
Kalic veniva usata come rifugio e nascondiglio nell’antichità quando il paese era attaccato dalle bestie feroci e in seguito per sfuggire ai Turchi. La grotta è assai grande: vi è posto per 500-600 persone.
Vremec A., 1975: 11-12
A Opicina vi è la tradizione che Kalic sia stata usata come rifugio fin dai tempi più remoti quando il paese era attaccato dalle bestie feroci o dai turchi; in essa vi erano diramazioni ora chiuse che si spingevano fin sotto la Trattoria Malalan.
Arch SAG, TM 256
… al tempo della seconda Guerra Mondiale nella grotta esisteva un passaggio che conduceva sino alla Posta del paese; il passaggio – non conosciuto dagli speleologi e quindi non inserito nel rilievo in possesso delle truppe germaniche – veniva utilizzato dalla gente che riusciva così a scappare.
Arch SAG, TM 256

 12 VG – Grotta di Padriciano

(Grotta Dodici, Grotta dell’Orso, Grotta dell’Hudoleto, Höhle Eggenhoffners, Jama/pecina na Hudem Letu, Salcer, Salcerju Pecina, Salzer)
Grotta profonda 240 metri e lunga oltre 700 il cui primo tratto è costituito da una spaziosa galleria in discesa facilmente percorribile; si apre non lungi dalla vecchia strada che passando dal valico del Monte Spaccato (Valico Romano) conduceva sull’altopiano.
Arch. SAG  – Catasto
Secondo un contadino di Padriciano, nell’epoca della prima occupazione napoleonica, era stata sepolta una bara piena di monete d’oro, monete nascoste all’ingordigia dei francesi. Per ritrovare il sito preciso era stata disegnata una mappa su cui erano riportati dei segni marcati nella cavità ed indicativi dell’itinerario da seguire per raggiungere il tesoro. Quando venne il momento di recuperare la cassa i segni erano scomparsi, per cui del tesoro non si seppe più nulla.
Arch. SAG, TM 0240

 15 VG – Grotta dei Morti

(Foro della Speranza, Griza, Grotta di Padriciano, Grotta sul monte Spaccato, Jama v Grizi, Jama v Grizi pri Drasci, Schacht der Toten, Todtenschacht)
Cavità profonda 257 metri, sita sul fianco del ciglione carsico, sopra il popoloso rione di San Giovanni. Negli anni 1862-1866 il Comune di Trieste vi condusse, al fine di reperire nuove fonti d’acqua per la città, una campagna di scavi nel tentativo di raggiungere un ramo del fiume sotterraneo che si congetturava vi scorresse. I lavori si conclusero tragicamente con la morte di quattro lavoranti, uccisi dai gas prodotti da una mina fatta brillare sul fondo. Le vittime di quell’antico incidente sul lavoro sono ora ricordate da una piccola targa posta sull’ingresso del pozzo d’accesso.
Mailly A., 1922, 1986 – Galli M., 1975 – Faraone E., Guidi P., 1982  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., –  Monaco L., 2001
Simili apparizioni notturne [schiere di fantasmi aleggianti sulle pietraie] si riferiscono alla “grotta dei morti” una caverna al piede del monte Spacà presso Trieste. Questo nome venne dato perché, nel 1866, vi perirono alcuni operai per l’esalazione di gas tossici. Pare che le loro anime vi si aggirino tuttora.
Mailly A., (1922) 1986: 71

 17 VG – Grotta di Trebiciano

(Caverna di Trebich, Jama Hrovatin, Jama Hrovatinova, Labodnica, Labodnika, Lindnerhöhle, Trebenska Jama, Trebich-Grotte)
Complessa cavità, profonda 329 metri, resa agibile nel 1841 con parecchi mesi di lavoro tendenti a pervenire al fiume sotterraneo Recca – Timavo dal quale si sperava di poter alimentare un acquedotto per la città di Trieste. Al termine di una successione di pozzi che portano alla profondità di 270 metri si apre una grande caverna occupata da una collina di sabbia e sul cui fondo scorre il fiume.
Arch SAG  – Catasto – Gorlato A., 1961, 1978 – Medeot L. S., 1973 – Faraone E., 1992
Così nel fondo della caverna, in un momento di silenzio, sentimmo un rotolare di sassi spostati dalla loro inerzia che dai superstiziosi minatori fu interpretato per la presenza dello spettro folletto, geloso custode dei tesori ivi riuniti.
Medeot L. S., 1973: 118
Nelle grotte più belle, più ampie e più interessanti, come in quella di Trebiciano, profonda 318 m e nella Grotta del Gigante, lunga più di 300 m nelle quali lo stillicidio ha creato imponenti colonnati e superbi drappeggi, la leggenda popolare ha collocato la dimora dei coboldi e delle ondine.
Gorlato A., 1961: 962-963
… I rilievi durarono tre giorni e nella caverna Lindner si accesero fuochi di Bengala per esaminare la volta, mettendo in fuga – secondo i lavoranti – gli spiriti folletti che custodivano i tesori.
Arch SAG, TM 256

 18 VG – Grotta del Bosco dei Pini

(v Gabrijah, Grotta dei Pipistrelli, Jama na Gabrijeh, Jama na Gmainach, Höhle von Gmainach Mac, Jama na Zupnici, Polizeigrotte)
Si apre a fianco della strada che da Trieste conduce a Basovizza ed è costituita da una serie di gallerie, nella parte più interna intervallate da piccoli pozzi; è stata oggetto di esplorazioni e scavi da parte degli speleologi già nella seconda metà dell’800 ed era una delle grotte maggiormente visitate – stante la facilità dell’accesso e la vicinanza alla città – dai giovani grottisti triestini.
Arch SAG  – Catasto
… Va ancora ricordato che a Basovizza si credeva un tempo che la grotta si sviluppasse fin sotto il cimitero del paese, distante 1500 metri …
Arch SAG, TM 0256

 23 VG – Grotta Plutone

(Grotta presso il Cimitero di Basovizza, Jama Dol, Plutonschlund)
Un pozzo di oltre cento metri conduce ad una bella galleria in accentuata discesa; la vicinanza con la strada Basovizza – Gropada e Basovizza – Sesana ed il suo ingresso, ampio e tetro posto al fondo di una dolina, ne hanno fatto la sede di fatti tragici (infoibamenti nel 1945, suicidi, disgrazie mortali).
Petritsch F., 1894 – Kraus M., 1981 – Arch SAG – Cannarella D., 2001
I paesani raccontano che in questa grotta, molti anni fa, cadde dentro un carro con due buoi ed una ragazza, e che un anno più tardi le onde del Timavo avrebbero gettato fuori il carro con i buoi. Questo in quanto alla leggenda sulla grotta.
Petritsch F., 1894: 14-15
L’immaginazione dei primi esploratori è stata usata anche per dare il nome alla Grotta Plutone, sul cui fondo, a 160 metri di profondità una tozza stalagmite, a forma di trono, pare pronta ad accogliere il dio degli abissi…
Cannarella D., 2001: 93

 37 VG – Grotta a SE di Padriciano

(Grotta dell’Orto, Grotta presso Padriciano, Grotta degli Scheletri, Grotta nell’ex Campo Profughi, Höhle im Garten, Jama na Vrtu, Jama v Vrtacu, Kaptanova Pecina)
Uno stretto ingresso dà su di una ripida china detritica che conduce ad una lunga e bella galleria; verso la fine del secolo XX verso la metà della stessa è stato aperto un passaggio che con una serie di pozzi e sale porta la profondità complessiva a 237 metri.
Arch SAG – Catasto
… Ovviamente la grotta era nota da sempre alla gente del luogo, che l’ha usata come rifugio in varie occasioni ed in particolare durante la seconda guerra mondiale per sottrarre i partigiani ai rastrellamenti delle truppe germaniche come avvenne per la n° 3978 situata nella stessa zona.
Arch SAG, TM 0240

 56 VG – Abisso del Diavolo

(Abisso sotto il Monte Concusso, Grotta sotto il Kokus, Schlund am Berge Kokus)
La cavità è costituita da un pozzo profondo 121 metri sui cui fianchi alcune finestre portano ad una serie di ambienti concrezionati; alla base del pozzo una breve china detritica scende ancora per pochi metri. Nell’agosto del 1910 vi perse la vita un giovane soldato nel tentativo di scendervi soltanto con l’impiego di funi.
Faraone E., Guidi P., 1982 – Faraone E., 1986 – Arch SAG  – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Non si conosce l’origine del nome.
Faraone E., 1986

 93 VG – Grotta presso Gabrovizza

(Grotta del Carro)
Galleria lunga una quarantina di metri il cui accesso è chiuso da una porta; la parte iniziale della cavità è tuttora adibita a deposito di attrezzi agricoli.
Bertarelli L. V., Boegan E., 1926 – Arch SAG
In questa caverna trovarono ricetto, durante la guerra [1915-1918], parte degli abitanti della vicina Gabrovizza timorosi di bombardamenti aerei.
Bertarelli L. V., Boegan E., 1926: 208

 102 VG – Grotta presso Prosecco

(Felshöhle Staro Selo, Grotta presso la Strada Napoleone, Grotta del Vecchio Villaggio, Jama na Staro Selo, Jama pri Taicevi Nivi)
Pozzo del diametro di cinque metri e profondo altrettanti, che porta ad una caverna subcircolare larga nove metri; al tempo della prima esplorazione, gli inizi del secolo XX, il pozzo risultava essere molto più profondo.
Arch SAG
Il nome indigeno (Grotta del Vecchio Villaggio) deriva dalla tradizione di un’antica localizzazione del paese di Prosecco, spostato nell’attuale posizione dopo un’epidemia, la cui causa era stata attribuita alla presenza di un grande stagno dal quale si sprigionavano malsane esalazioni; le vittime del morbo sarebbero state gettate nella grotta e bruciate con fascine di ginepro.
Arch SAG, TM 0256

 135 VG – Grotta dell’Acqua

(Grotta di Boriano, Grotta dei Partigiani, Höhle in S von Boriano, Vodnica jama, Vodenica)
Lunga galleria molto concrezionata, nella cui parte più interna si trovano alcune vasche naturali raramente asciutte.
Catasto- Marini D., 1984
E’ una lunga grotta a sviluppo quasi orizzontale che ha nella parte interna grandi vasche d’acqua alle quali gli abitanti del vicino paese di Boriano venivano ad attingere nei periodi di siccità fin da tempi immemorabili.
Marini D., 1984: 29
Nel corso dell’ultima guerra mondiale sembra sia stata usata dai partigiani.
Catasto

 140 VG – Caverna di Basovizza

(Borst Pecina, Caverna delle Selci, Grotta del Bosco Bazzoni, Pecina, Grotta dei Lebbrosi, Grotta dei Morti, Grotta Nera, Grotta sopra Sant’Antonio)
Galleria lunga una sessantina di metri, in accentuata discesa e interrotta da due piccoli pozzi interni; abitata in epoca preistorica si apre con un ampio portale al fondo di una piccola depressione.
Arch SAG – Catasto – Radacich M., 1982  – Osualdini E., Radacich M., Sfregola P., 1988  – Gherlizza F., Halupca E., 1988 – Cannarella D., 1993
Narra una leggenda che nel passato essa ospitasse un lazzaretto: ai lebbrosi ivi relegati veniva dato da mangiare attraverso il camino che fora la volta della grotta. Da qui l’appellativo di Caverna di Lebbrosi.
Osualdini E. et al., 1988
… la cavità era stata denominata “Caverna delle Selci”, mentre la voce popolare sosteneva – non si sa in base a quali prove – che in epoca medioevale era stata usata come luogo di isolamento degli appestati, ai quali il cibo veniva calato dal camino.
Arch SAG, TM 0256

 163 VG – Grotta del Diavolo

(Grotta tra Gabrovizza e Sgonico, Jama pri Jeplenki, Jablenza Jama; Teufelschlund)
Bella cavità, il cui imbocco si apre presso la strada Gabrovizza-Sgonico, cui si accede per un ampio pozzo profondo una quarantina di metri. Esplorata dal Club dei Touristi Triestini nel 1897 e dagli uomini dell’Alpina delle Giulie nel 1922; in ambedue le occasioni i rilevatori (G. A. Perko e quindi R. Battelini) raccolsero dagli abitanti del vicino paese il testo della leggenda.
Arch SAG  – Catasto – Perko G. A, 1897 – Faraone E., Guidi P., 1982  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., 1982  – Gherlizza F., Monaco L., 1999 – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Intanto che gli altri caricavano il materiale e gli utensili sul carro, m’avvicinai ad un pastorello, che poco lunge sorvegliava delle mucche, e gli chiesi se sapesse qualcosa circa a questa caverna. Ecco ciò che mi raccontò: “In epoca molto remota si era accampata nei pressi della grotta una tribù di zingari; durante una notte oscura, mentre il fuoco stava per spegnersi, una bella fanciulla della tribù s’avvicinò alla caverna per raccogliere delle legna per ravvivarlo. Giunta al margine fu afferrata da mani invisibili e travolta giù nell’abisso. Potè solo gettare un grido straziante ed acuto inteso dal suo amante, il quale accorso tosto in suo aiuto, venne a sua volta afferrato e trascinato in fondo all’abisso!”
Perko G. A, 1897: 47
Domenica 2 luglio 1922, muniti degli attrezzi necessari lo scrivente [Rodolfo Battelini] con gli amici Boegan Bruno e Juretich Antonio decisero di visitare e rilevare questo pozzo, la cui profondità secondo di villici dei paesetti circostanti, raggiungeva diverse centinaia di metri comunicando con fiumi sotterranei sboccanti al Timavo soprano. Avvaloravano ciò col fatto – dicevano essi – che una mucca con la pastorella caddero molti anni addietro in questo abbisso ed i loro resti vennero raccolti nelle vicinanze di Monfalcone.
Catasto

 174 VG – Grotta del Francese

(Französengrotte, Französenhöhle, Pozzo presso Trebiciano)
Si tratta di una cavità profonda una quarantina di metri e costituita da due pozzi; quello d’accesso è profondo 18 metri.
Arch SAG  – Trevisan G., 1898 – Bertarelli L.V., Boegan E., 1926 – Scotti P., 1958  – Faraone E., Guidi P., 1982  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Monaco L., 1999
Così nomata, dice la tradizione, da rinvenimento del cadavere di un milite francese, in pieno assetto di guerra, gettatovi al tempo dell’invasione napoleonica.
Trevisan G., 1898: 6

 205 VG – Grotta presso Fernetti

(Bärenhöhle von Opcine, Grotta Revolver, Kleine Höhle bei Fernetich, Skuretova Pecina)
Ampia cavità, ormai obliterata dai rifiuti urbani scaricati negli anni ’50; risultava profonda 20 metri e lunga 80 ed aveva un notevole interesse archeologico per la presenza, nella sua parte iniziale, di due muri di origine preistorica.
Arch SAG – Catasto
… la grotta si chiudeva con un caotico accumulo di massi di crollo, ma la voce popolare vuole che essa continuasse per buon tratto in direzione Est.
Arch SAG, TM 0256

 225 VG – Grotta del Diavolo Zoppo

(Caverna II del monte Sant’Antonio, Grotta del Diàul Zot, Grotta delle Fate, Grotta presso Monfalcone, Teufelshöhle, Vilina Pecina)
Cavità distrutta qualche lustro dopo la fine della prima guerra mondiale dall’industria Solvay; profonda otto metri e lunga 34, era costituita da due caverne concrezionate fra di loro separate da una marcato abbassamento della volta. Relativamente al primo nome della cavità (Grotta delle Fate) lo Sticotti, nel fascicolo 4° del X volume delle Inscriptiones Italiae, da lui curato, fa l’ipotesi che fossero state rinvenute “nello stesso luogo dove si trova la caverna che viene chiamata Grotta delle Fate” una lapide vista dal Valvasone su una casa di San Giovanni in Tuba ed ora scomparsa (FATIS OCTAVIA / SPERATA VOTUM / SOLVIT LIB. MVN.) ed un’aretta la cui iscrizione (FATIS V.S.L.M. /TERTIA) c’è riportata dal Mommsen (C.I.L., V° 8217); tale ipotesi potrebbe spiegaer il nome della grotta
Arch SAG – Delben F., ms – Asquini B., 1741 – Kandler P., 1847 – Kandler P., 1864 –  Kandler P., 1872  – Burton r., 1881 – Pocar G., 1892  – Moser K., 1899 – Boegan E., 1905 – Cobol N., 1909 – Mailly von A., – 1922, 1986 – Perotti R., 1922  – – -, 1928 – Cumin G., 1929 – Gorlato A., Predonzani E., 1956 – Scotti P., 1958  – Del Missier S., 1960  – Bertotti B., 1961  – Gorlato A., 1961 – Faraone E., 1968 – Faraone E., 1969 – Nicolettis P., 1974  – Cuscito G., 1976 – Gorlato A., 1978  – Garobbio A., 1980 – Faraone E., Guidi P., 1982  – Marchiori A., 1982 – Colleoni a., 1984 – Deiuri G., 1986 – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Halupca E., 1988  – Cuscito G., 1989  – Passaro D., 1991  – Faraone E., 1992  – Guidi P., 1992  – Gruppo Speleologico Monfalconese “G. Spangar”, 1996 – Cervo M., Cucinato F., 2000 – Degrassi V., 2001  – Gherlizza F., – Monaco L., 2001
Oltre i suddetti Bagni vi è di memorevole in questa prima Isola una Grotta, che molto tratto si stende sotterra, detta delle Fate, di cui gran fole raccontansi, le quali tutte lascieremo da parte, non essendo alcun fondamento da crederle. Ciò, che troviamo di vero, sono i due seguenti casi dodici anni sono in circa avvenuti.
E’ fama, che in questa grotta da più secoli stia nascosto un Tesoro, dall’avidità di posseder il quale spinti quattro Carsolini, che colà erano stati mandati ad appianare la prossima già mentovata strada, uniti ad Antonio Sborzo Oste de’ Bagni, deliberarono d’introdursi in detta Grotta, e di non escirvi, che molto ricchi. Munitosi perciò ciascuno di loro di una torcia a vento, di quelle, che sogliono i Contadini adoprare in quelle parti, chiamati da loro Falle, animosamente uno dopo l’altro calarono nella medesima. Internatisi alquanto in essa sentirono eccitarsi un grandissimo strepito, che di non poco terrore fu loro cagione. Tuttavia fattisi tra se coraggio, avvanzaronsi ancora alcuni passi, ma venutili incontro alcuni grandi uccelli, li quali essi presero per Diavoli alati, che coll’ale smorzaron le loro torcie e che contro i medesimi grandi strida gittarono; senza più innoltrarsi, risolsero, come fecero, di ritornarsene addietro. Lo spavento, che per ciò concepirono, talmente loro nocque, che postisi tutti cinque a letto, i quattro Carsolini in termine di pochi giorni tutti morirono; e  l’Oste se non dopo lunga infermità potè ristabilirsi in salute. Ciò saputo avendo due Preti, i cui nomi stimiamo ben fatto tacere, giovani, e molto animosi, stimolati anch’essi dalla stessa fame dell’oro, che fa parere ogni pericolo picciolo, ed ogni fatica leggiera; figurandosi forse di avere più coraggio de’ prefati Carsolini, vollero anch’essi tentare di questo tesoro l’acquisto. Scieltasi adunque una notte molto borrascosa, ed oscura per non essere veduti da’ Veneti, da’ quali temevano dover essi venire strubati, per essere Arciducali, si posero in cammino verso questa Grotta insieme con una donna, che conducevano seco, acciocchè servisse al trasporto dell’ambita ricchezza. Giunti, che furono, col beneficio di una lanterna accesa, che ognuno di loro portava, scesero in quella: ed aggiratisi per varj seni della medesima, allafine giunsero ad un passo stretto, frammezzato da un pezzo di macigno, che una colonna sembrava. Mentre preparavansi un dietro l’altro passarlo, si fe loro incontro un grande uccello, il quale avventateseli contro col rostro, ed artigli, e strettamente gracchiando gli empì di tal’orrore, e spavento, che potendosi appena reggere in piedi sen’uscirono da quella Spelonca. Ritornati a casa molto languidi, e mesti, si posero anch’essi a letto, e nello spazio di pochi giorni, tutti e tre parimenti sen passarono all’altra vita. Dopo questi non si sa, che ad altri sia venuto il prurito di andare in cerca di questo tesoro. Questi due avvenimenti sono accaduti, come sopra dicemmo, dodeci anni sono incirca. Se poi gli Uccelli comparuti nell’uno, e nell’altro di loro, fossero veramente tali, o pure Demonj colà destinati alla custodia di quel supposto tesoro, lascieremo, che ciò venga deciso dal saggio Leggitore. Quegli infelici defonti crederono, che fossero veramente Demonj; e lo stesso credono ancora poco meno, che tutti i circonvicini abitanti. Se noi però dovremmo apporvi il nostro sentimento, diremmo, che furono Uccelli del genere de’ notturni, i quali essendo naturalmente nimici della luce, e veggendosi nel proprio oscuro albergo assaliti co’ lumi, non è da stupirsi, che contro medesimi, e contro quelli, che li portavano, s’avventassero con tanto furore. Che se ne moriron quei miseri, ciò addivenne, per lo soverchio spavento, che presero, da cui tocchi gli si versò il sangue; e finiron di vivere.
Asquini B., 1741: 60-64
Anche da noi ci è la Grotta del Diavolo, sull’isola dei Bagni di Monfalcone, della quale fama raccontava di immensi tesori, guardati dal Diavolo in persona. Vi penetrai, che è facile; le stallattiti pendenti, o di cui è coperta, spaventano in vero chi crede alla presenza del Diavolo; un secolo e più addietro, quattro cercatesori, e fra questi due Sacerdoti colli esorcismi, v’erano penetrati; due morirono dallo spavento. Ma i contrabbandieri non hanno del Diavolo tutta quella paura che diffondono fra i Presentini, e quando fa’ maltempo le pecore non hanno paura. Io stetti lungamente fra quei stallattiti, che hanno invero forme da scaldare l’immaginazione. Ma il Diavolo non c’era, o si finse assente, e gli lasciai la mia carta.
Kandler P., 1872: 12-13
Ai 17 gennaio d’ogni anno, in cui ricorre la festa di detto Santo, qui si tiene la benedizione degli animali. I contadini della Desena accorrono numerosi conducendo i loro armenti. Finita la Messa, celebrata dal Rev.do Parroco Decano di Monflacone, questi, accompagnato dal clero e recitando salmodie, esce dalla chiesa e girando fra gli animali schierati sul colle, li cosparge di acqua benedetta.
Se in detto giorno il tempo è calmo e l’aria limpida e dolce, grande è il concorso del popolo. In tale occasione i ragazzi scorazzano pel monticello, appiccando fuoco ai cespugli, che stentatamente vegetano tra i macigni, e gettando grosse pietre nella «Grotta del Diàul zot» o «Grotta delle Fate».
Il popolo nella sua immaginazione tiene questa grotta per una tenebrosa spelonca, per uno spaventevole antro. Dicono che s’estende fin sotto la chiesa di Sant’Antonio, e perciò dovrebbe allungarsi più centinaia di metri, mentre in realtà non s’interna che circa una decina. La fantasia di queglino che in passato, non senza sospetto, la visitarono, immaginò vedere scolpite nei macigni figure di donne coi capelli arruffati, uomini in atto i minacciare e così via; all’incontro, chi la visita oggi nulla vi score. Nel passato secolo furono molti i cercatesori che di notte tempo tentarono d’impadronirsi di somme favolose che, secondo essi, dovevano trovarsi nella Grotta.
V’entravano con fiaccole accese, che furono ben tosto spente dallo sbattere dell’ali di grandi uccelli notturni, là entro annidati, e que’ cercatori paurosi, ritenendo essere in presenza di tanti demonî alati, furono colti da tale spavento che a mala pena poterono uscire alla luce. Arrivati alle loro case, alcuni, pochi giorni dopo, morirono! Fra coloro che fecero sì miseranda fine, nell’anno 1729 si contavano perfino due preti arciducali.
Che simili fatti avvenissero allora, non è punto da stupirsi: poiché molte erano le ubbie e le superstizioni che danzavano nei cervelli dei nostri poveri nonni. Basta citare la seguente leggenda che vive ancora fra il popolo e che io procurai di raccogliere alla meglio possibile:
In tempi remotissimi sul monticello di Sant’Antonio, quand’esso era ancora un’isola, vi fu la continuazione di una grande guerra incominciata in terraferma.
Uno fra i guerrieri aveva fatto, saccheggiando, un bottino tale da empire un gran cassone di monete d’oro. Quand’era sulle mosse per partire col suo tesoro, una freccia nemica lo colpì ed il guerriero cadde moribondo al suolo.
Vedendosi prossimo a morire, testò le sue ricchezze a favore dei poveri, pensando così di placare l’ira di Dio che tremenda gli sovrastava, per punirlo delle ruberie e degli assassini commessi. Appena morto quel tristo, ecco comparire presso il cadavere un angelo sfolgorante di luce ed un orribile demonio. Il primo sosteneva che, in base al testamento del defunto, il tesoro apparteneva ai poveri e ch’egli era incaricato della distribuzione; l’altro intendeva che quelle ricchezze fossero roba sua, perché carpite con saccheggi ed uccisioni.
Dalle parole vennero ai fatti, e dopo un’accanita lotta, vinse il demonio. Ma questi, nella fretta di fuggire, tutto fuori di sé per la riportata vittoria, correndo precipitò in questa grotta trascinandosi dietro il cassone, che gli si rovesciò addosso rompendogli una gamba. Il demonio divenne quindi zoppo, e da ciò «La grotta del diavolo zoppo».
Per questo accidente non potè proseguire il viaggio fino all’inferno e dovette decidersi a fermar qui la sua dimora, se voleva custodire il tesoro.
Molti e molti anni dopo, moriva in Monfalcone, in odore di santità, un tale che per sopranome era chiamato il Moneghetto. Quando la salma di lui stava esporta sulla bara, scoppiò terribile uragano, che sconvolse tutti gli elementi in modo, da parere il finimondo. Durante l’infuriar della bufera, si osservò che solo la casa dove giaceva il defunto veniva danneggiata dal vento impetuoso che orribilmente urlava e che solo in quella casa spalancò tutte le finestre.
Cessata la procella, si andò per levare il cadavere; ma quale non fu lo stupore di tutti i convenuti al funerale, allorchè trovarono la cassa vuota! …
Si consultarono gli spiriti per avere notizia del morto, e dopo ripetute invocazioni essi risposero, che Iddio l’aveva condannato all’inferno in anima ed in corpo per la sua malvagia vita da lui saputa ipocritamente nascondere agli occhi del mondo; e che il principe dei demonî, vedendosi capitare un tal peccatore, nol volle neppur lui in casa sua, e lo condannò nella «Grotta delle Fate» a custodia del tesoro, in sostituzione dell’invecchiato diavolo zoppo; andassero colà e lo troverebbero a cavalcioni del cassone, proprio sotto il coro della chiesa di Sant’Antonio; soggiungendo, che chi avesse avuto il coraggio di sostenere la lotta con lui, dopo accanito combattimento, e dopo aver veduto, con intrepidezza, apparizioni orribili e mostruose, riuscirebbe del certo vincitore e possessore del tesoro.
Pocar G., 1892: 56-59
Si narra che … «tanti e tanti anni fa…» (come dicono i vecchi contadini quando incominciano la narrazione di una di quelle storie che compendiano tutta la loro cultura storica) «abitavano quella grotta un diavolo e un angelo. Benchè fossero entrambi animati dalle migliori intenzioni, pur tuttavia non riuscivano a mettersi d’accordo (proprio come ai giorni nostri è successo fra i delegati delle varie potenze); ed il pomo della discordia era rappresentato da un cassone pieno d’oro che l’angelo voleva donare ai poveri, ma il diavolo (forse pensando alla sua vecchiaia) voleva tenere per sé.
Ne nacque una disputa che degenerò in colluttazione, dalla quale il diavolo uscì vincitore.
Pensò quindi di fuggire col tesoro; ma aveva fatto i conti… senza il peso del cassone, giacchè cadde sotto quell’oro e si ruppe una gamba».
Perotti R., 1922
Si narra che in tempi andati il diavolo, non potendo avere l’anima di un soldato morto in guerra, si impossessò della cassa contenente monete d’oro, che il milite aveva in custodia. Però nel trascinarla nella caverna se la tirò addosso in così malo modo da rompersi una gamba, rimanendo zoppo per qualche tempo.
Gorlato A., 1961: 962
Ingenti tesori stanno nascosti nella caverna ‘del Diavolo zoppo’ a Monfalcone; chi ha osato cercarli è fuggito inseguito da donne spettrali dalle chiome incolte, da uomini dalla lunga barba, da gufi e barbagianni infernali.
Garobbio A., 1980: 169
Per esempio una nota tradizione locale fa riferimento alla presenza, nei pressi della collina delle termali, di una grotta … che era considerata il luogo di abitazione di strane figure femminili chiamate “Fate”.
Marchiori A., 1982: 110
Secondo lo Sticotti, l’altro nome di «Grotta delle Fate» si deve al fraintendimento popolare di due iscrizioni d’epoca romana che si trovavano su di una lapide (FATIS OCTAVIA / SPERATA VOTUM / SOLVITLIB. MUN.) e su una piccola ara (FATIS / V.S.L.M. / TERTIA), rinvenute a San Giovanni di Tuba.
Gherlizza F., Halupca E., 1988: 54
Secondo il popolino vi era stata qui in tempi molto lontani una battaglia, nel corso della quale un guerriero che aveva fatto un bottino consistente in un cassone di monete d’oro, essendo stato ferito a morte aveva disposto che il tesoro fosse dato ai poveri, sperando in tal maniera di esser perdonato dei suoi peccati. Si presentarono allora un angelo ed un diavolo, i quali pretendevano entrambi di aver diritto al lascito e nella lotta che seguì il demonio ebbe la meglio. Se non che fuggendo egli precipitò nella grotta ed il forziere gli cadde addosso storpiandogli una gamba, in modo da costringerlo a rimanere nell’antro a custodire l’oro.
Arch SAG, TM 0256

 235 VG – Caverna di Sant’Antonio

(Caverna di Sant’Antonio, Caverna presso Monfalcone, Caverna III del monte Sant’Antonio)
Caverna lunga una quindicina di metri, di probabile interesse archeologico, distrutta – al pari della 225 VG – negli anni ’20 assieme alla collina di Sant’Antonio alla cui base si apriva.
Catasto
Deve il suo nome ad una cappelletta, sita poco distante e dedicata al Santo.
Catasto

 239 VG – Grotta Caterina

(Brsljanka, Caverna presso la Fornace, Caverna presso la stazione ferroviaria di Nabresina, Felsenhöhle, Jama pri Katrici, Katra Pecina, Pejca pri Novi Jeplenci, Peica pri Frnazi, Taubengrotte)
Ampia caverna che si interna per una settantina di metri in direzione Est; abitata in tempi preistorici, negli ultimi decenni del secolo XX è stata sede di ritrovi conviviali, dapprima solo di grottisti, quindi anche di altre comunità (“likoff” per nozze, lauree ecc.). Dal luglio 2001 l’accesso notturno alla cavità è stato vietato con ordinanza del sindaco del comune di Duino Aurisina.
Cannarella D., Pitti C., 1983 – Faraone E., 1986
Per quanto non esistano prove documentate, è tradizione della gente del posto che la grotta servisse da rifugio e nascondiglio durante le scorrerie dei Turchi, avvenute nei secoli XV e XVI.
Cannarella D., Pitti C., 1983: 11

 260 VG – Grotta del Pettirosso,

(Ajsa, Caverna presso il Viadotto Ferroviario di Aurisina, Caverna presso il Viadotto Ferroviario di Nabresina, Fremdenhöhle, Lasca Jama, Pecina bei Eisenbhan-viaduct von Nabresina, Pejca v Lasci, Pertotova Jama, Rothgartl Höle, Vlaska Jama, Vlaska Pecina)
Caverna lunga una ventina di metri che si apre sul fondo di una dirupata dolina sita al bordo meridonale della superstrada Lisert-Trieste; è stata una delle prime indagate dall’archeologo L. K. Moser nella seconda metà del XIX secolo che ne raccolse la leggenda.
Arch SAG  – Moser K., 1899 – Savini P., 1916 – Faraone E., Guidi P., 1982  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F.,  – Halupca E., 1988  – Gherlizza F.,  – Monaco L., 2001
Secondo i racconti del proprietario Giovanni Pertot di Aurisina corre voce che in questa grotta siano state seppellite una barra d’oro, parecchie armi dell’epoca delle guerre francesi, o anche una croce d’oro; però nulla di tutto ciò è stato rinvenuto.
Moser K., 1899: 51-52

Il proprietario del fondo – Giovanni Pertot di Aurisina – ne aveva coniato il nome dal fatto che in autunno il luogo era frequentato dai pettirossi che venivano a cibarsi dall’evonimo (berretta da prete). Il nome Vlasca Pecina – più vecchio – venne interpretato dal dott. Rutar di Lubiana – ospite del Moser e slavista – come derivante dalla parola Vlasi (plur. di vlah), corrispondente al ted. Wälsche (stranieri in senso spregiativo), giustificata da una reminiscenza di antichi abitatori forestieri.
Arch SAG, TM 0257

 264 VG – Grotta Cotariova

(Caverna presso Sgonico, Cotarjova Pecina, Höhle Jablenza, Jama Pecina, Katra Pecina, Kòtarjeva Pecina, Pecina bei Zgonik)
Bassa e larga caverna, di interesse archeologico, lunga una ventina di metri; si apre in un avvallamento dietro un gruppo di case.
Arch SAG  – Catasto  – Bertarelli L. V., Boegan E., 1926
Servì durante la guerra [1915-1918] di ricovero ai contadini di Sgonico e Gabrovizza di Prosecco, per proteggersi dai bombardamenti aerei e terrestri.
Bertarelli L.V., Boegan E., 1926: 181

 274 VG – Grotta degli Occhiali

(Pozzo di Erosione a Tre ingressi, Pozzo di Erosione presso Santa Croce)
Baratro profondo una decina di metri cui si può accedere anche per un ingresso laterale, in parte adattato con gradini in cemento; ultimamente viene utilizzata quale discarica dagli abitanti delle case presso cui si apre.
Arch SAG  – Catasto
Molto vicina all’abitato di Santa Croce, la cavità venne adattata a ricovero antiaereo durante la prima guerra mondiale, facilitando l’accesso con una gradinata in cemento – ancora in parte esistente – e con scale a pioli; in questa occasione venne levato un grande masso che ostruiva una delle due occhiaie e si costruì una tettoia di frasche per occultare la grotta, la quale pare sia stata usata per scopi bellici anche nella seconda guerra.
Arch SAG, TM 0257

 301 VG – Grotta dei Ladroni

(Caverna dei Ladroni, Caverna sotto Silvian, Grotta presso Silvian, Grotta presso Slivia, Grotta presso Slivno, Rauberhöhle am Jukovec Berge, Räuberloch, Rusa Spilja, Russa Spila, Spelonca dei Briganti)
Era lunga una trentina di metri; aperta sul fianco di un dosso, in posizione soleggiata e dominante, fu probabilmente abitata in ogni epoca; durante la prima guerra mondiale fu adattata a cannoniera e ospitò una batteria austriaca. Indagata dal Moser, cui si deve il cenno sul suo utilizzo.
Arch SAG  – Moser K., 1899 – Savini P., 1916 – Faraone E., Guidi P., 1982  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Halupca E., 1988  – Guidi P., 1992  – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Molte grotte servivano da nascondiglio a ladroni ed a contrabbandieri (Russa Spila presso Nabresina) …
Moser K., 1899: 37

 310 VG – Grotta in Santa Croce

(Grotta sopra le Sorgenti di Aurisina, Jama Seginova)
La cavità, poco profonda e lunga una cinquantina di metri, si apre nel cortile di una casa di Santa Croce e fu adattata a cantina.
Arch SAG  – Boegan E., 1914  – Bertarelli L.V., Boegan E., 1926 – Faraone E., Guidi P., 1982  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Gli abitanti del luogo affermano esservi nella grotta ancora un’altra galleria, della lunghezza di 25 metri – ora ostruita – che sboccava nello stallaggio di proprietà di Krall Giovanni, abitante al No. P. 11, e assicurano pure che in questa, all’epoca dell’occupazione francese, vennero nascosti i tesori della chiesa e i preziosi dei villici stessi.
Boegan E., 1914: 110

 360 VG – Pozzo presso Jamiano

(Barièt)
Pozzo naturale profondo nove metri utilizzato, sino alla costruzione dell’acquedotto, dagli abitanti di Jamiano per attingere l’acqua; attualmente il suo fondo – un tempo occupato da un bacino d’acqua perenne – è intasato da una gran quantità di macerie.
Arch SAG – Catasto
In paese si racconta di una donna recatasi ad attingere l’acqua, alla quale cadde il cercine nel pozzo; esso riapparve il giorno seguente nel lago di Doberdò.
Catasto

 366 VG – Grotta II presso l’ex stazione di Duino

(Aleksander Höhle, Alexander Höhle, Grotta del Frastuono, Grotta II presso la Fermata Ferroviaria Duino-Timavo, Jama pri Strazi, Grotta tonante presso Ceroglie, Ouhnica)
Cavità che si sviluppa su vari piani sovrapposti, collegati da brevi salti, che aprentesi con due ingressi (di cui uno a pozzo) non lungi dall’ex stazione ferroviaria Duino-Timavo; è stata oggetto di lavori di adattamento durante la prima guerra mondiale.
Arch SAG – Moser K., 1899 – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Importante ed estesa cavità, nota fin da tempi remoti alla gente del luogo che la chiamava “grotta del frastuono”, in quanto a volte si udiva provenire dal suo interno un fragoroso rumore.
Arch SAG, TM 0257

 420 VG – Grotta delle Gallerie

(Botaska Pecina, Felshöhle von Draga, Grotta delle Finestre, Grotta dei Camini, Grotta presso Draga Sant’Elia, Höhle des Tunnels, Pecina pod Steno, Pred Jama)
Complessa cavità, i cui due ingressi si aprono sul fianco destro della Val Rosandra, che inizia con un ampio vestibolo cui fanno seguito ambienti meno spaziosi che si esauriscono ad ovest con una serie di cunicoli; nel ramo orientale si incontra un pozzo di tredici metri oltrepassato il quale la cavità prosegue ancora con una galleria concrezionata. Importante stazione preistorica, è stata indagata sin dalla fine dell’Ottocento.
Radacich 1984 – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Halupca E., 1988  – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Durante uno scavo per disostruire il pozzo interno della cavità, lavoro svolto da un gruppo speleologico locale, vennero rinvenuti tra l’altro, alcuni pezzi di legno rettangolari che davano l’impressione di formare delle rozze croci di legno, che “sicuramente” (?) appartenevano a qualche gruppo di eremiti dimoranti nella cavità. Ormai molte persone sono convinte dell’esistenza passata dell’eremo, anche se documentazioni attendibili non se ne sono trovate e la gente del posto non le annovera fra le loro tradizioni.
Radacich 1984: 65

 425 VG – Grotta del Tasso

(Caverna presso Bottaccio, Caverna Sepolcrale, Caverna del Turco, Caverna in Val Rosandra, Grotta dei Morti, Jama Sinterska, Modasica, Pecina Pri Rakniku)
Piccola caverna sita sul fianco della Val Rosandra, una ventina di metri sotto il tracciato dell’ex ferrovia, in cui nel 1913 il Battaglia scoprì i resti di un inumato non in connessione anatomica a causa di scavi disordinati effettuati da sconosciuti, forse alla ricerca di tesori.
Arch SAG  – Battaglia R., 1920b – Cannarella D., 1959 – Marini D., 1978° – Faraone E., Guidi P., 1982
Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Halupca E., 1988  – Gherlizza F., Monaco L., 2001
… In quella poi del «Tasso», la gente del luogo tutt’ora racconta che c’era sepolto un capitano turco alto quasi due metri, e sul cui cranio stava una tegola scritta in una strana e indecifrabile scrittura.
cannarella D., 1959: 133
La grotta è conosciuta come Caverna del Turco, in quanto i locali preferiscono credere che le ossa appartenevano ad un saraceno ucciso durante una scorreria nella zona e qui seppellito assieme al suo bottino. E’ probabile che la tomba sia stata sconvolta proprio da chi cercava oggetti preziosi.
Marini D., 1978a: 116

 450 VG – Antro di Casali Neri

(Caverna presso Cernici, Caverna ricovero degli Honved, Grotta Gradisca, Grotta sul monte San Michele, Grotta dell’Orco, Pecina)
Si apre al fondo di una di un’ampia dolina circolare del diametro massimo di 30 metri e profonda 15; l’ingresso si trova ai piedi di una parete rocciosa che scende verticalmente. La cavità, lunga una sessantina di metri e profonda 26, è formata da due caverne ed è stata utilizzata, durante la prima guerra mondiale, quale dormitorio per 1200 soldati. Negli ultimi anni viene saltuariamente utilizzata dal CAI di Gorizia  per celebrarvi funzioni religiose.
Arch. SAG- Catasto – Barbana L., 1995
La Pecina (nome con cui la cavità è nota sul posto) aveva fama di essere lunghissima, venendo a sboccare nuovamente all’aperto in un sito fra il cimitero e la chiesa di San Martino.
Arch. SAG, TM 0240
… In seguito la caverna venne usata come cantina dagli abitanti delle case vicine, che la indicavano con il nome di “caverna dell’Orco”, attribuitole dai soldati italiani.
Arch SAG

521 VG – Caverna presso Monrupino

(Caverna presso Repentabor)
Piccola caverna sita in una avvallamento ad occidente della linea ferroviaria Monrupino – Opicina, non lungi dal sottopassaggio.
Benedetti G., 1984  – Faraone E., 1986
Secondo quanto raccolto dai vecchi di Villa Opicina, la grotta 521 VG (Caverna presso Monrupino) dovrebbe avere uno sviluppo maggiore di ora quanto visibile. Alcune segnalazioni parlano di una quarantina di metri.
Benedetti G., 1984

 765 VG – Abisso di Bonetti

(Grotta a Nord di Jamiano, Grotta 208 Nord, Percancia Jama, Verhancja Jama)
Ampia voragine, profonda una cinquantina di metri, che prosegue al fondo con una galleria sboccante in una larga e bassa caverna.
Arch SAG
Secondo una leggenda raccolta in passato a Jamiano accadde in tempi lontani che due promessi sposi partiti dal paese con il loro carro nuziale precipitarono nel baratro, sembra non per disgrazia ma per una precisa volontà suicida.
Arch SAG, TM 0240

 842 VG – Grotta di Prosecco

(Caverna del Monticello, Caverna dei Soldati, Grotta di Prosecco, Grotta Starc, Kandletova jama, Pecina na Hrbcicu, Pecina na Hrpcicu)
Caverna che si apre nel paese di Prosecco; ha subito degli adattamenti durante la prima guerra mondiale ed è stata usata quindi per la coltivazione dei funghi; negli anni ’80 del XX secolo vi si trovava una statua della Madonna contornata da molti ceri e mozziconi di candele.
Arch SAG  – Catasto
Faraone E., Guidi P., 1982  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Halupca E., 1988  – Gherlizza F., Monaco L., 2001
… l’archivio della SAG conserva una fotografia fatta all’interno nel secolo scorso [XIX], nella quale si vedono varie persone del paese, dove un tempo si credeva che la grotta si sviluppasse sotto l’abitato fino ad uno sbocco vicino alla Chiesetta di Santa Maria della Salvia, distante 450 m; per trovare il passaggio vennero fatti scavi in vari punti, senza risultato. Durante la prima Guerra Mondiale gli austriaci decisero di adattarla a ricovero militare ed a tale scopo vennero eseguite alcune opere di cui si dirà più avanti; l’ambiente era provvisto di illuminazione elettrica, ma come altre grotte lontane dalla zona di operazioni essa non venne mai utilizzata. Da allora è conosciuta come Caverna dei Soldati ed anche nella guerra successiva le truppe germaniche ne presero possesso, eseguendovi altri lavori per mezzo della TODT.

Nell’ambito delle usanze di un tempo va ricordato che in questa grotta – come nella 3459 e certo in altre – nel giorno della Candelora [2 febbraio] i ragazzi del paese facevano il giro della caverna tenendo in mano piccoli ceri od altri lumi, pratica cessata negli anni ’40, ripresa dopo il 1988 e definitivamente cessata nel 2000.
Arch SAG, TM 0257

 843 VG – Grotta nell’Orto Skabar

(Grotta dei Camini, Grotta a Nord di Prosecco, Grotta presso Gadna Grisa, Kaminhöhle, Pecina na Vrtu)
Cavernetta, il cui portale d’accesso è consolidato da opere in muratura, che si apre in una dolina coltivata presso la casa della famiglia Skabar di Prosecco.
Arch SAG – Catasto  – Bertarelli L. V., Boegan E., 1926 – Gherlizza F., Halupca E., 1988
Veniva utilizzata quale ricovero per gli abitanti, in tempo di guerra [1915-1918] durante le incursioni d’aeroplani.
Bertarelli L.V., Boegan E., 1926: 227

 939 VG – Grotta Teresiana

(Grotta presso Duino, Fuchsloch von Duino, Grotta Fioravante, Grotta del Principe Hohenloe, Grotta Teresa, Terezijna jama, Theresien Höhle)
Era una caverna profonda 18 metri e larga 45, accessibile  per mezzo di una scalinata; il suo deposito archeologico era stato indagato da L. K. Moser negli anni 1885-1886. Usata come discarica dalla truppe anglo americane, il cui comando era insediato nel vicino castello di Duino, nel periodo di occupazione (1945-1954) ora risulta completamente riempita. La leggenda è stata raccolta da R. Battelini nel 1925. Maggiori notizie sulla leggenda si trovano in Faraone & Guidi, 1982.
Arch SAG  – Catasto – Bertarelli L.V., Boegan E., 1926  – Faraone E., Guidi P., 1982  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Halupca E., 1988  – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Nella tenuta di caccia della proprietà Thurms-Taxis tra Duino e S. Giovanni, a sinistra della strada che conduce a Monfalcone, trovasi questa cavità. I racconti fantastici dei terrazzani sulla grotta raddoppiarono la curiosità dell’esploratore.
Una villica incontrata nelle immediate adiacenze ci raccontò, con una parlantina facile dalla quale trapella l’origine veneta, come il prode Fioravante entrato in questa cavità riuscì a penetrare di sorpresa nella Rocca di Monfalcone conquistandola. Non solo essa era convinta della verità di questa leggenda ma molti altri abitanti di Duino e dintorni ne parlano, anzi ci assicurano che la spada di Fioravante si trova sotterrata nelle fondamenta del vecchio castello di Duino, e alcuni di essi lavorarono diversi giorni per scoprire il prezioso cimelio.
Catasto
Una leggenda del prode Fioravante, sparsa tra i villici, spiega il nome. Utilizzata per usi privati e chiusa, fu adoperata durante guerra per rifugio degli ufficiali austro-tedeschi che si trovavano nelle immediate vicinanze al comando delle batterie.
Bertarelli L.V., Boegan E., 1926: 288
… E’ probabile che i proprietari abbiano attribuito il nome di Theresien Höhle in omaggio all’imperatrice d’Austria Maria Teresa.
Arch SAG, TM 0257

 1063 VG – Caverna Vergine

(Caverna presso Monfalcone)
Scoperta durante la prima guerra mondiale nel corso dello scavo di una trincea; è formata da un breve sistema di gallerie che conducono in una sala; utilizzata, nella seconda metà del XX secolo, dall’Associazione del Fante di Monfalcone per celebrarvi messe in suffragio dei caduti in guerra.
Arch. SAG  – Catasto
Si narra che, durante la prima guerra mondiale, gli austriaci vi rinchiusero un disertore il quale durante la notte cominciò a gridare terrorizzato dalla presenza di un serpente / mostro uscito dalle viscere della terra. Al mattino i soldati di guardia trovarono il corpo dello sventurato completamente dilaniato.
Arch. SAG, TM 0240

 1479 VG – Grotta Milich

Cavernetta concrezionata, dall’ingresso largo un metro nascosto dagli arbusti; vi si accede scendendo (facilmente, in arrampicata) un pozzetto di tre metri.
Catasto  – Bertarelli L. V., Boegan E., 1926
… In essa a quanto ci riferì il Sindaco del luogo, furono dopo non poche e difficoltose ricerche da parte dell’autorità, rinvenute una rilevante quantità di merci diverse, frutto di azioni ladresche, commesse da individui in precedenza arrestati.
Catasto
La cavità serve di deposito a pastori e servì anche di deposito di merci rubate.
Bertarelli L.V., Boegan E., 1926: 207

 1491 VG – Caverna presso Aurisina

(Caverna ad Est del monte Babca o Babica, Caverna presso il bivio Trieste – Aurisina – Comeno)
Ampia galleria, ubicata nel paese di Aurisina, presso l’incrocio fra la strada che porta al sanatorio e la superstrada, presentante all’ingresso delle opere di adattamento; attualmente risulta ostruita da una casa portante il numero civico 193 di Aurisina .
Arch. SAG  – Catasto
Da testimonianze orali raccolte sul posto, durante la ricerca del suo ingresso, risulta che la grotta era stata usata dagli abitanti del luogo, durante la seconda Guerra Mondiale, quale ricovero antiaereo.
Arch. SAG, TM 240

 1492 VG – Pozzo del Cimitero Militare

(Caverna presso San Pelagio, Pozzo Plavidou, Plavi Dol)
Pozzo il cui ampio imbocco si apre presso la strada che porta la confine di stato; al primo salto, di pochi metri, ne segue uno di 30 che sbocca in una caverna di forma allungata.
Arch SAG  – Catasto – Gariboldi I., 1925
All’epoca della prima esplorazione del 1924 gli abitanti di Prepotto riferirono che durante la guerra mondiale nel pozzo venivano scaricate le salme dei caduti che non si faceva in tempo a seppellire dopo le battaglie più cruente. i corpi venivano portati con dei camion e tra essi vi erano soldati che avevano subito gravi mutilazioni e che non erano ancora morti. La gendarmeria austriaca, avvertita, aveva fatto cessare l’orrenda pratica. Molti anni prima un contadino era stato calato nel pozzo, che sarebbe stato allora ben più profondo, e costui aveva narrato che sul fondo scorreva un ruscello.
Arch SAG, TM 0240

1756 VG – Grotta dei Tesori

Era costituita, al momento della prima esplorazione, da un’ampia galleria inclinata avente una lunghezza di 36 metri con una profondità di 25; attualmente, a causa dello scarico dei detriti di una vicina cava, non supera i sei metri di sviluppo su una profondità di quattro.
Arch SAG  – Wallach G., 1897 – Faraone E., Guidi P., 1982  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Monaco L., 2001
… Sotto la parete N.-O. trovansi traccie di scavi fatti, al dire dei contadini, dai cercatesori … e quest’è la ragione che mi spinse a darle la suddetta denominazione.
Wallach G., 1897: 100

 2156 VG – Grotta presso Zolla

(Grotta Skariza, Skarjica, Pozzo Rosica)
Pozzo di 17 metri dalla bocca allungata che si apre in un prato a nord di Zolla; negli anni ’60 vennero aperti dei passaggi che hanno portato la profondità totale della grotta agli attuali 68 metri.
Arch SAG  – Catasto
La sua ubicazione in mezzo a terreni coltivati e pascolativi – un tempo molto frequentati dai contadini – le dava una particolare notorietà, alla quale si deve la leggenda secondo la quale essa si sarebbe aperta durante l’aratura di un campo; l’aratro ed i buoi precipitarono nella voragine e qualche mese dopo solo il primo riapparve alle risorgenti del Timavo.
Arch SAG, TM 0257

 2689 VG – Grotta del Carbone

(Grotta dei Cani, Grotta preso gli stagni di Pese, Grotta a Sud del Monte Concusso, Grotta a Nord della Val Rosandra, Schacht mit Höhle im S von Pese)
Pozzo inclinato di una quindicina di metri che sbocca in un’ampia sala; negli anni ’90 brevi lavori di allargamento di uno stretto passaggio hanno permesso di raggiungere un sistema di gallerie che ne aumenta notevolmente la profondità.
Arch SAG  – Catasto
Ingresso coperto da ramaglie. Usata come rifugio nell’ultima guerra.
Arch SAG, TM 0257

 2716 VG – Grotta di Crogole

(Grotta di Crogle, Kogljanska Jama)
Bella cavità, conosciuta e visitata dagli abitanti del sottostante paese (sulle pareti varie firme, la più vecchia delle quali risale al 1828), accessibile attraverso un piccolo pozzo o una breve galleria resa praticabile da alcuni paesani di Dolina nei primi anni del ‘900; i due ingressi portano ad un’ampia sala centrale da cui si diparte una galleria in salita lunga una sessantina di metri.
Catasto  – Marini D., 1978a
La stradina [che passa presso la grotta] è stata tracciata dalla milizia nel 1940, in quanto sul monte vi era una batteria contraerea e durante la guerra la gente di S. Dorligo usava rifugiarsi nella grotta quando arrivavano i bombardieri.
Marini D., 1978a: 122

 2945 VG – Grotta del Monte dei Pini

(Jama Marizu, grotta sul Moncalvo di Gropada)
Complessa cavità, attualmente profonda m 130 con uno sviluppo di m 472, che dopo un primo pozzo, scavato in frana per sei metri prosegue con un pozzo profondo m 13 e largo in media cinque.
Catasto – Boegan E., 1938
Ma l’abisso che si trova quasi sulla vetta è il più importante ed ha la sua storia. L’ingresso è stato chiuso, a quanto raccontano quei villici, circa cent’anni or sono, per cause imprecisabili, ma principalmente perché nei pressi, passava una strada maestra (?) e quindi si volevano evitare pericoli. Come al  solito, secondo loro, l’interno della voragine doveva contenere ingenti quantità di merci contrabbandate.
I più anziani infine avevano udito narrare dai loro parenti come un turista triestino, ne avesse in quei tempi tentata l’esplorazione; ma che, calatosi nel baratro, invano avesse scrutato con potenti lumi (!) le pareti: l’enorme vastità e profondità del burrone lo avevano fatto desistere dall’impresa temeraria.
Boegan E., 1938: 213

 3459 VG – Cav. I ad Est di Basovizza

Cavernetta con due ingressi, lunga una ventina di metri e profonda poco più di due, che presentava alcuni adattamenti interni (muretti di contenimento); ora è introvabile, ostruita dalle immondizie.
Arch SAG  – Catasto
Nell’ambito delle usanze di un tempo va ricordato che in questa grotta – come nella 3459 e certo in altre – nel giorno della Candelora i ragazzi del paese facevano il giro della caverna tenendo in mano piccoli ceri od altri lumi, pratica cessata negli anni ’40.
Marini D., 1978a: 122

 3461 VG – Cav. III ad Est di Basovizza

(Caverna dei Pipistrelli)
Si apre a breve distanza dalla precedente; lunga un centinaio di metri e profonda nove era graziosamente concrezionata; adibita a discarica come le vicine 3459 e 3460 V.G. rischia anch’essa di scomparire.
Catasto  – Radacich M., 1984 – Faraone E., 1986 -Faraone E., 1992  – Gherlizza F., Monaco L., 2001
A questa cavità è legata una tradizione popolare, praticata soprattutto nel periodo tra le due guerre mondiali. In quel tempo nel giorno della Madonna Candelora (2 febbraio), al termine della funzione religiosa i bambini del paese si recavano con delle candele nella Grotta III di Basovizza e con queste “candelete” (termine comunemente usato dagli abitanti del luogo) ne facevano il “giro”. Questo succedeva soprattutto il giorno della Candelora, forse, per la maggior disponibilità di candele.
Radacich 1984: 65
… servì quale rifugio nel corso della seconda guerra mondiale.
Catasto

 3477 VG – Caverna presso Basovizza

(Bac, Caverna delle Faine, Grotta del Labirinto, Grotta dei Partigiani)
Complessa cavità, lunga una quarantina di metri su di una profondità di 10, cui si accede per un ingresso stretto e difficilmente individuabile.
Faraone E., Guidi P., 1982  – Marini D., 1984 – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Monaco L., 2001
La caverna è nota con il nome di Grotta dei Partigiani, essendo stata usata come nascondiglio durante l’ultima guerra.
Faraone E., Guidi P., 1982: 151

 3896 VG – Caverna degli Zingari

(Ciganska Jama, Grotta degli Zingari)
Cavernetta di 11 metri in cui è stato localizzato un interessante deposito preistorico; prima degli scavi archeologici un muro a secco chiudeva quasi completamente l’imbocco.
Catasto – Savini P., 1916 – Faraone E., Guidi P., 1982  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Halupca E., 1988  – Gherlizza F., Monaco L., 2001
L’ingresso, un tempo alquanto ampio, è ora occupato in buona parte da un rozzo muro di maceria, edificato allo scopo di proteggere dalle avversità del tempo coloro che vi si rifugiavano (probabilmente zingari, da cui il nome). … Larghe e comode pietre ad uso di sedile sono addossate alla parete sinistra, coperta da spesse colate di calcite.
catasto

 3919 VG – Risorgive del Timavo – Fonti del Timavo

Grosso sistema di risorgenti ubicate presso San Giovanni di Duino, impostato su tre principali bocche che alimentano il percorso finale del fiume Timavo; sono state esplorate dagli speleosubacquei per quasi due chilometri di sviluppo su di una profondità di oltre 80 metri.
Agapito G., 1823, 1972 – Schmidl A., 1851 – Kandler P., 1864 – Grablovitz G., 1885a, 1885b – Caprin G., 1892  – Caprin G., 1895 – Mailly A., 1922, 1986 – Gorlato A., Predonzani E., 1956  – Bertotti B., 1961  – Tavano S., 1977 – Garobbio A., 1980 – Colleoni a., 1984  – Colombo D., 1992
Il Timavo celebre fino dai tempi eroici riconosce la sua origine dal fiume Recca. … Tanta è la freddezza delle sue acque anche ne’ mesi di luglio e d’agosto che appena si soffre colla mano e spezza ancora i vetri.
Agapito G., (1823) 1972: 263
Come detto è impossibile penetrare all’interno delle fonti del Timavo, ma anche qui è tutto scavato, lo dimostra il seguente fatto: sei anni orsono, la strada che passa a sole poche tese di distanza dietro alle fonti sprofondò in un punto, proprio mentre vi transitava sopra un carro trainato da buoi. Il villico che vi camminava accanto si salvò e uno dei buoi passò sotto le rocce
Schmidl A., 1851: 673
… narravasi che le sorgenti muovessero come le maree; che l’aqua fosse sì fredda da ingenerare la morte; che non potessero vivervi pesci; che nelle aque s’aggirassero crocodilli, alligatori, pacifici e innocui dessi pure …
Kandler P., 1864: 33
Vi sono alcune tradizioni che hanno una tinta piuttosto leggendaria. Si narra di un cane smarrito nell’altipiano e pescato nel Timavo; corre voce in bocca alla gente del luogo d’un bue precipitato in una grotta presso Pliscovizza e trovato fra le ruote dei molini del Timavo …
Grablovitz G., 1885a: 53-54
Noè cent’anni incirca dopo il diluvio mandò una Colonia di Abitatori sotto la condotta di Giafet suo figliolo maggiore, il quale approdato al Timavo, ed ivi stabilita la sua dimora, lasciò dal suo nome quello di Giapidia a tutto il circonvicino paese. Per questo l’antica chiesa di S. Giovanni, la quale fu edificata all’uscita di questo fiume venne, denominata de Tuba, perché essendosi ivi piantata una delle prime colonie dopo il diluvio, nel fine del mondo dee venire colà uno dei quattro Angeli predetti dalle sagre carte ad eccitare con la tromba al Giudizio Universale i Defonti; e per questa ragione molte persone lasciavano negli antichi tempi per testamentaria disposizione di essere in quel luogo sepolti.
Caprin G., 1892
Cent’anni dopo il Diluvio, Noè mandò per il mondo suo figlio Japhet con la famiglia. Dopo lunghe peregrinazioni gli emigranti giunsero al fiume Timavo e Japhet vi fondò un regno.
Siccome questa colonia di Japhetiti fu una delle prime sorte dopo il Diluvio, alla fine del mondo vi comparirà uno dei quattro angeli con la tromba e chiamerà i morti alla resurrezione. E’ per questo che la chiesa sul Timavo si chiama San Giovanni in Tuba.
A suo tempo molti si fecero seppellire nel camposanto sul Timavo per non perdere quella chiamata alla risurrezione.
Mailly A., (1922) 1986: 128

 3978 VG – Grotta a SW di Padriciano

(Grotta delle Bale, Grotta Cinquantamila, Lehti)
Bella e complessa cavità (è profonda 78 metri con uno sviluppo di 300) che presenta tracce di lavori – gradini scavati nella roccia, tacche per la sistemazione di scale rigide – eseguiti probabilmente nella corsa al Timavo nel  XIX secolo; inizia con una galleria in discesa il cui ingresso è stato ostruito dal proprietario del campo in cui s’apre. Risulta visitata in varie riprese, l’ultima delle quali durante la seconda guerra mondiale.
Catasto – Gherbaz F., 1983  – Marini D., 1984
Nella seconda guerra furono i partigiani a scansare i rastrellamenti sparendo in certe cavità fuori mano dall’imbocco tanto esiguo da essere facilmente mascherato con una pianta di ginepro.
Marini D., 1984: 27

 4112 VG – Grotta presso Sagrado

(Grotta dei due Laghi, Grotta del Proteo, Grotta di Castelvecchio di Sagrado)
Si apre sotto una casa di Sagrado ed è formata da una serie di gallerie interessate da bacini d’acqua che in caso di forti precipitazioni si innalzano occupandone buona parte; l’ingresso e la prima parte della galleria sono stati alterati da opere murarie; da uno dei bacini più interni veniva emunta l’acqua.
Arch. SAG  – Catasto
Il primo tratto venne utilizzate durante la seconda Guerra Mondiale quale ricovero antiaereo dalla popolazione locale.
Arch. SAG, TM 0240

 4122 VG – Caverna Rifugio di Aurisina

Breve galleria, in parte sistemata con gradini, che si apre presso il fondo della vasta dolina posta a Sud della pineta di Aurisina Stazione, poco distante dal Sanatorio.
Arch. SAG  – Catasto
E’ localmente conosciuta per essere stata utilizzata quale ricovero per la popolazione civile durante le due guerre mondiali.
Arch. SAG, TM 0240

 4191 VG – Grotta a Sud del Monte Gurca

(Grotta del Fango)
Complessa cavità che si apre nel boscoso canalone che dal Sanatorio scende alla Strada del Friuli; si apre al contatto fra i calcari ed il Flysch e si sviluppa lungo una frattura orientata secondo Est-Ovest. Profonda 36 metri su di uno sviluppo di 50, è costituita da una serie di pozzi fra di loro collegati da brevi ed angusti passaggi.
Catasto – Spinella G., 1982
Questa cavità, da lungo tempo conosciuta alla gente del luogo, secondo dicerie popolari, doveva continuare fino a Prosecco.
Catasto

 4392 VG – Grotta dei Partigiani

Caverna che si apre sul fondo di una dolina e si sviluppa per poco più di venti metri.
Faraone E., Guidi P., 1982  – Marini D., 1984 – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Nella seconda guerra furono i partigiani a scansare i rastrellamenti sparendo in certe cavità fuori mano dall’imbocco tanto esiguo da essere facilmente mascherato con una pianta di ginepro.
marini D., 1984: 27

 4559 VG – Grotta dei Partigiani

Si apre sul declivio di un dosso boscoso con un ingresso difficilmente individuabile a causa delle sue ridotte dimensioni; uno stretto cunicolo porta in una caverna spaziosa e asciutta.
Marini D., 1971 – Marini D., 1984 – Faraone E., Guidi P., 1982  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Nella grotta sono state rinvenute accanto a delle pietre sistemate a semicerchio alcune stoviglie e dei bossoli; da informazioni avute in paese risulta che negli anni attorno al 1944, in essa come in altre cavità della zona si rifugiavano i partigiani. La discesa veniva effettuata con rudimentali scale di legno ed un cespuglio di ginepro tirato sull’imbocco rendeva il nascondiglio praticamente invisibile.
Marini D., 1971: [9]

 4616 VG – Grotta di Nivize

(Grotta sul Castelliere di Nivize)
L’imbocco, quasi ostruito da un macigno, si apre al ciglio di una piccola dolina situata all’interno del Castelliere di Nivize e conduce ad una grotta lunga una settantina di metri e profonda 17 in cui sono stati rinvenuti resti scheletrici di individui probabilmente vissuti nel castelliere.
Marini D., 1978
Esisteva dunque sul colle un castello di banditi che depredavano al valico sotto il Tabor i viaggiatori in transito su una strada proveniente dai Balcani. Quando le autorità si stancarono dei loro misfatti, il maniero venne preso d’assalto ed i grassatori furono trucidati sul posto, ma non venne trovata traccia del frutto delle rapine, che si diceva di enorme valore. Nella affannosa ricerca l’edificio venne diroccato fino alle fondamenta ed appena allora si pensò che il tesoro poteva essere stato riposto in due profondi pozzi esistenti all’interno del castello ed ormai ostruiti dalle macerie del medesimo. Da quel momento iniziarono attorno al colle le apparizioni di spettri inquieti, sicché la gente non osava più andarvi per far legna o pascolare. Il luogo abbandonato inselvatichì e roveti impenetrabili pieni di serpi chiusero le carrarecce che portavano all’altura, sopra la quale i rapaci roteavano in fosche volute. Questo accadeva molto tempo fa.
Verso la fine dell’800 fu nominato parroco di Repentabor un certo Sirca, uomo risoluto cui l’esistenza del posto maledetto parve intollerabile. Così verso le undici di notte egli partiva con il sagrestano munito di una croce ed una lanterna, per far ritorno verso l’alba lacerato dagli spini e stremato dalla lotta con le larve che non volevano abbandonare il monte. Dopo diverse spedizioni esorcistiche i fantasmi furono scacciati e molti corsero a scavare sulla collina, dove all’inizio di questo secolo si vedevano le buche dei cercatesori, i quali, pur delusi nei loro sogni di ricchezza, trovavano conferma della veridicità del racconto dai frammenti di antichi vasi, conservati ancora oggi in certe case come oggetti di origine arcana.
Marini D., 1978: 72-73

 4669 VG – Grotta sotto il Castelliere di Monrupino

La grotta, aperta con lavori di scavo protrattisi per molte giornate, si apre presso la strada che porta al Santuario di Monrupino; è costituita da uno scivolo che conduce ad una piccola caverna col fondo detritico.
Catasto
L’esistenza di questa cavità venne segnalata da un abitante di Monrupino, dove la voce popolare voleva che essa si identificasse con una leggendaria, estesissima caverna nella quale la gente si nascondeva durante le scorrerie dei turchi.
Catasto

 4778 VG – Cavernetta ad Est del Monte Coste

(Grotta ad Ovest del Col dell’Agnello)
Caverna di sei metri per due e mezzo cui si accede scendendo un pozzo di sei metri.
Catasto  – Benedetti G., 1984  – Marini D., 1984 – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Nella seconda guerra furono i partigiani a scansare i rastrellamenti sparendo in certe cavità fuori mano dall’imbocco tanto esiguo da essere facilmente mascherato con una pianta di ginepro.
Marini D., 1984: 27

 5047 VG – Grotta sul versante Ovest del Monte Carso

(Grotta dei Partigiani)
La grotta, profonda metri due e lunga sette, è stata resa praticabile dall’uomo e per la sua posizione sullo scosceso pendio del monte è assai difficilmente individuabile
Catasto – Faraone E., Guidi P., 1982  – Faraone E., 1986 – Faraone E., 1992  – Gherlizza F., Monaco L., 2001
La cavità ci è stata segnalata dal sig. Giovanni Stran di Crogole, ex guardia campestre di quella zona, come rifugio partigiano durante l’ultimo conflitto. A detta di questi, un abitante del luogo fu sottoposto a tortura dalle forze di occupazione per svelarne l’ubicazione.
Faraone E., Guidi P., 1982: 152

 5057 VG – Grotta presso quota 444

(Grotta dei Partigiani)
Un cunicolo, cui si accede scendendo un pozzetto di un metro e mezzo, sbocca in una vasta caverna in cui si aprono varie diramazioni; è situata nel territorio del comune di Sgonico, in un campo carreggiato (campo solcato) sul versante Sud di Q. 444.
Catasto  – Marini D., 1981  – Marini D., 1984 – Benedetti G., 1984  – Faraone E., 1986 – Gherlizza F., Monaco L., 2001
Nella seconda guerra furono i partigiani a scansare i rastrellamenti sparendo in certe cavità fuori mano dall’imbocco tanto esiguo da essere facilmente mascherato con una pianta di ginepro.
Marini D., 1984: 27

 5654 VG – Pozzo presso la cava di Polazzo

Stretto pozzo profondo una ventina di metri che si apre in una casa in rovina presso una cava abbandonata; il suo fondo è occupato da un bacino d’acqua.
Catasto
Si narra che all’inizio del secolo si sia buttata una ragazza e non sia più stata trovata dentro la cavità; portata via dal corso d’acqua che la gente del posto credeva scorresse sul fondo del pozzo, cosa non possibile trattandosi di acqua ferma senza alcuna prosecuzione subacquea.
Catasto

 6192 VG – Grotta dei manzi

Pozzo attualmente profondo una decina di metri aprentesi sul fondo di una dolina non lungi da Marcottini (Comune di Sagrado); prima della guerra 1915-1918 si presentava come una voragine molto profonda, riempita poi dagli austriaci con il materiale di scavo proveniente dalle caverne artificiali adiacenti.
Arch. SAG  – Catasto – Visintin R., 1996 – Lenardon R., 2001
La cavità è stata aperta durante l’aratura del campo: il bove che trainava l’aratro vi cadeva sfracellandosi. Il giorno seguente vi passa vicino un corteo nuziale proveniente da Marcottini e diretto a San Martino: la sposa vi cade (forse gettatavi dallo sposo…) e muore infilzata sulle corna dell’animale.
Arch. SAG, TM 0240
Questa grotta si presentava come un largo e profondo pozzo sul fondo di una dolina, a lato di un campo coltivato. Un giorno, mentre un contadino stava arando quel campo con una coppia di buoi, questi per motivi imprecisati si spaventarono e, nella fuga, precipitarono nella cavità. Da quel giorno essa venne denominata nella tradizione popolare “Grotta dei Manzi”.
Anni dopo, la cavità fu oggetto di un triste episodio: qualcuno gettò la propria moglie dentro la grande voragine. In seguito a ciò venne calato nel pozzo un uomo per il recupero del cadavere, il quale lo trovò sfracellato proprio sopra il cumulo di ossa dei buoi precipitati anni prima. Ma a quel punto l’uomo risalì velocemente e molto spaventato, egli raccontò che dal fondo della grotta provenivano degli strani rumori (tipico di probabile circolazione idrica?).
All’epoca le genti di tradizioni contadine erano parecchio superstiziose e perciò credevano che all’interno della voragine dimorasse nientemeno che il diavolo…
Visintin R., 1996: 1-2

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