L’abisso III di Gropada

 

L’ABISSO III DI GROPADA

Pubblicato sul n. 20 di PROGRESSIONE – Anno 1989
Dopo il 1945, quando timidamente ripren­deva l’attività speleologica su quella striscia di Carso rimasta al di qua del confine, riprendeva anche quella caccia alle grotte che si sperava fossero collegate con il Timavo sotterraneo. Vennero consultati tutti i lavori e relazioni rima­sti in sospeso da prima della guerra e, nel volu­me “Il Timavo” di E. Boegan, pubblicato nel 1938, c’era una grotta, l’Abisso III di Gropada, N” 2287 VG, che nel rilievo e nella relazione indicava che al suo fondo a 93 metri, c’era una fessura che mandava fuori una grande quantità d’aria e che il pozzo sottostante, inesplorato, poteva avere una profondità di 60 od 80 metri. La grotta che era stata esplorata nel dicembre 1924 dagli speleologi dell’Associazione XXX Ottobre e rilevata dal Prez, si trovava ai piedi del M. Gaia in direzione di Basovizza.
Negli anni ’50 vi fu una vera e propria caccia da parte di tutti i gruppi grotte triestini per ritrovare la posizione di questa cavità. Ma sul luogo indicato non v’era traccia di abisso veruno. Errore di posizionamento topografico? Non lo si è mai saputo. Eppure una grotta profonda 93 metri non poteva scomparire, qualche indicazione doveva pur esserci! I din­torni della presunta posizione furono letteral­mente setacciati dagli speleologi, con risultato nullo, la grotta non si trovava e si sospettò perfino che fosse oltre il confine. Si passò allora alle ricognizioni delle memorie degli eventuali superstiti che nel 1924 la avevano trovata e rilevata. Quale punto di riferimento venne indi­cata – dal rilevatore che risultava pure l’unico superstite – la posizione di una targa sistemata nei pressi in memoria di un abitante, credo di Gropada, morto da quelle parti in circostanze misteriose. Della targa non c’era l’ombra ma su di un masso si potevano ancora osservare tracce di fori e di scalpellature per la sistema­zione della targa stessa. Come nei romanzi d’avventura si diceva che l’abisso doveva tro­varsi a tanti metri in una certa direzione, ma… anche questa indicazione si dimostrò fasulla. Allora si passò ai… “fiori di Mornig”. Si trattava di un affioramento roccioso su cui vi erano incise delle strane figure; una testa umana con un elmo di tipo spagnolo ed un vaso da fiori con una specie di pianta di margherite. Si diceva che tali disegni fossero stati fatti dal Mornig, uno speleologo di quei tempi, per abbreviare il tempo di attesa ‘dei compagni che stavano esplorando l’abisso, quindi nei pressi! Ma… nulla di nulla; furono scoperte altre grotte che non avevano però le caratteristiche indicate dal rilievo.
Mi si racconta, ma non so se è vero, che furono fatte anche delle sedute spiritiche per farsi indicare la posizione da quelli che avevano esplorato l’Abisso III di Gropada nel 1924 e che nel frattempo erano morti! Non si può dire che non si ricorse a tutti i mezzi naturali e sopranna­turali, il risultato però è ancora oggi lo stesso. La grotta N” 2287 VG, chiamata anche Abisso III di Gropada, sembra che sia svanita nel nulla! Che sia, come ha scritto vent’anni fa il curatore del Catasto “finita così la grottesca vicenda di questa cavità, assurta nell’ambiente speleolo­gico triestino a simbolo scherzoso di cosa fan­tastica ed introvabile?”.
                                                                                           Fabio Forti

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