Storie della vecchia CGEB

 

ANCHE QUESTA È STORIA. MALEFATTE DELLA VECCHIA COMMISSIONE GROTTE

Non sempre l’autocarro (dalle gomme piene) tiene le curve: i grottisti sì.

Pubblicato su PROGRESSIONE 100 – ANNO 1983

Agosto 1924 – Bus de la Lum

Siamo a tavola in attesa dell’arrivo del Pre­sidente del T.C.I., Bertarelli, che inaugurerà la campagna. Egli ci osserva ad uno ad uno, osserva le pareti della sala da pranzo dell’albergo, ci riguarda e con un mezzo sorriso sotto i baffi (bianchi) ci fa cenno di sedere: forse intuisce quanto è avvenuto. In precedenza ci era stata servita della ricotta, risultata acida e poco gradita per cui venne usata quale munizione per una vera battaglia di cui i muri parlavano eloquentemente. Siamo sulla via del ritorno da una delle tante uscite domenicali; é notte e l’illumina­zione del 15 Ter era allora a carburo (e quindi un po’ scarsa). Un violento cozzo fa arrestare l’autocarro: scendiamo per vedere cosa sia suc­cesso e ci accorgiamo di aver tamponato un carro di villici. Il conducente è ferito e sanguina alla testa e si provvede subito con una pennel­lata di tintura di iodio ed una massiccia fascia­tura. Ripariamo alla meglio le stanghe che tengono attaccato il cavallo, consegnamo al contadino una bottiglia ed un pacco di ovatta e garze e quindi con una buona pedata sul culo lo rimettiamo a cassetta: «Un’altra volta, mona, impiza el feràl!».
Arrivati in sede esaminiamo la nostra far­macia: cosa abbiamo mai dato a quel disgra­ziato? Acqua distillata. Meno male.
 Campagna di Visignano (Istria)
Una domenica pomeriggio ci prendiamo una mezza giornata di riposo facendoci portare dall’autocarro a Parenzo per una mangiata di pesce. Trovato, lungo le rive, un locale e presi gli accordi per l’ora della mangeria, ci si mette a far i turisti. Al molo qualcuno si accorge che sono un po’ sporco: credo bene! Indosso ancora la tuta d’esplorazione. Non sentono ragioni e con «belle maniere» mi pigliano e mi buttano in acqua. Fortuna che nonostante i pesanti scarponi ferrati riesco a tornare a galla. Mi ripescano e, visto che ero bagnato, mi spo­gliano di tutto e con una gara di generosità veramente speleologica mi rivestono: chi mi presta i calzini, chi le mutande, chi una magliet­ta; infine uno che sotto “alla tuta ha anche i calzoni me li presta. Non solo, ma mi offrono anche il pranzo. Matti come sempre, ma gene­rosi.

 1928 – Abisso della Baisnizza

Siamo da tempo che si lavora nella zona; è l’ora di mangiare qualcosa e ci rivolgiamo all’u­nica osteria per ottenere almeno una pasta asciutta. Dopo lunga contrattazione si riesce a ottenere una semplice pasta asciutta, ma senza condimento. Allora con un piatto nella mano e con un randello nell’altra giro il paese alla ricerca di un po’ di burro; ne trovo in abbon­danza – e gratis -. Torno all’osteria col prezioso carico e in attesa della bollitura della pasta riesco a recuperare anche un po’ di lardo. Poco dopo la pasta è pronta, il burro ed il lardo sciolti vengono versati sopra assieme a qualche uovo semifritto. Ognuno ha la sua razione: poche volte abbiamo avuto un pasto così squisito.
Che sia stata la nostra camicia a produrre l’effetto?
Bruno Boegan

PROSEGUONO LE MALEFATTE

1921: La Commissione Grottein visita turistica alle R.R. grotte di Postumia

In tutta prossimità del compiersi i 100 anni dalla fondazione, richiesto di rispolverare i ricordi di mia militanza più attiva (1923-1935) al fine di attestare quello spirito particolare che ha informato e informa tuttora coloro che parteci­pano all’attività esplorativa della Commissione Grotte E. Boegan, ritengo che tale intento non sia tanto facile a conseguirsi.
Questo spirito, fondamentalmente cordia­le, che sembra superficiale, spensierato, iro­nico, un tantino irrispettoso, ma amante dell’i­gnoto e pronto a diventare freddo e deciso e quanto mai forte nelle occasioni particolari in cui può essere in gioco la vita di un compagno, può esser forse desunto dai tanti episodi che possono essere raccontati, ma la loro essenza fatta di poche parole, di ammiccamenti e, per­chè no, di silenzi eloquenti non sembra possa essere riproposta a sole parole.
Principi, Eccellenze, generali e semplici soldati, studiosi o abitatori locali, sono stati avvicinati sempre con rispetto, ma con una disposizione d’animo a cogliere la benchè mini­ma possibilità di afferrare al volo la comicità che la situazione poteva ingenerare in modo da dar adito a una conseguente bonaria canzonatura.
1923-1924 anni in quasi tutta prossimità della I grande guerra per cui alle volte non veniva disdegnata la prova della specifica capa­cità di chi vi aveva partecipato, specialmente se si trattava di un ufficiale che casualmente si era accompagnato agli esploratori. Bersaglio inno­cuo, ma probante, una bottiglia, il mancato centro della quale, sia pure per la limitata super­ficie offerta, portava a veder sciorinato davanti al malcapitato in tutta serietà (ma con quali sguardi d’ironia) un giornale spiegato su en­trambe le pagine, con l’invito a praticarvi «almeno» un foro.
E il malcapitato direttore di gita, che si era azzardato a farsi prelevare di fronte all’abitazione, nella tema di non svegliarsi, sudò poi freddo nel doversi scusare di fronte ai suoi coinquilini, destati bruscamente dal suono lu­gubre della sirena (di quelle in dotazione al fronte per preavvisare un attacco con gas asfis­sianti) azionata per il suo richiamo.
Nè più felice esito ebbero le raccomandazioni fatte dal capogita per presentarsi urbana­ente al sindaco di un paese che aveva solleci­tato un sopralluogo speleologico. Senza che se ne fosse accorto, ovviamente, il suo berretto, era stato collegato alla centina dell’autocarro provocandone la rimozione non appena, chi lo indossava, si era alzato, non senza un atteggiamento di circostanza, per formulare il saluto d’omaggio.
Ma la stessa autorità, che aveva dimo­strata la più piena comprensione per il guastato ossequio, ebbe a pentirsi lei stessa subito dopo. Dimostrando fiducia verso quegli strani ospiti, ne incaricò uno a prelevare nella propria can­tina delle bottiglie per il brindisi di prammatica. Naturalmente non aveva immaginato che l’in­viato passasse in rassegna tutte le bottiglie. Queste però erano datate e quindi la scelta fu data a quelle più stagionate. Anche questa volta il sindaco dovette mostrarsi all’altezza della situazione, sfoggiando un radioso agro sorriso di fronte ai rallegramenti per la bontà del pro­dotto «offerto».

La base di partenza e d’arrivo della Commissione degli anni ’20, 30 (e ’40, ’50 ecc.).

Professori illustri, cultori di entomologia, non furono risparmiati da una satira bonaria. E’ il caso di un entomologo che durante l’esplora­zione del «Bus de la lum» fu invitato a pronunciarsi sulla natura di un coleottero che gli era stato presentato contenuto in acconcia pro­vetta. Dopo attento e ripetuto esame senten­ziò, quasi non credendo a se stesso, che si trattava di un «bacolo» (blatta) e che non poteva rendersi conto come potesse trovarsi in una grotta del Cansiglio. L’enigma gli fu subito chiarito in quanto si trattava di un gentile pen­siero maturato a suo riguardo ancora a Trieste, nel magazzino delle attrezzature.
Nel predetto magazzino sito sopra l’im­bocco della galleria di S. Vito, l’attesa dell’auto­carro veniva ingannata con delle partite di pallone. Era un pallone alquanto pesante per­chè anziché esser munito di camera d’aria era riempito con dello spago o dei residui di corde in disuso. Immaginarsi la faccia di un passante che ebbe a prendersi una pallonata; era furi­bondo, ma tutto finì in una cordiale risata di fronte alla ingenua richiesta di uno dei giocatori al malcapitato se sapesse che il campo di gioco vada o meno attraversato durante le partite.
Durante la campagna speleologica nell’I­stria non mancò quasi mai l’attestazione della più semplice, aperta ospitalità offerta dagli abi­ tanti delle zone esplorate che si concretava nell’offrire ottimo vino casalingo. E poichè que­sto veniva ripartito tra i partecipanti, fu pensato anche di darne parte all’autocarro che si ebbe il suo bel fiasco versato nel radiatore.
Nè mancava l’osservanza di norme igieni­che durante le esplorazioni: vale il caso della più scrupolosa lavata di mani da parte dell’esplora­tore che aveva rispettosamente raccolte le ossa di un villico, precipitato 5 anni innanzi nel pozzo. Solo che tale accorta e vigorosa azione è stata scrupolosamente eseguita dopo che l’esploratore ebbe fatta colazione, non avendo prima potuto sottrarsi ai morsi di un pungente appetito.

Dal libro delle uscite degli anni 30

 

 

 

 

 

 

Il mare può essere, si sa, talvolta perico­loso forse più che le grotte e in una gustosa parodia, tale pensiero portò alla creazione di una cordata in mare tra quegli esploratori che, nei pressi di Parenzo, pensarono di farsi un bel bagno. E poichè ogni conquista va opportuna­mente solennizzata, non mancò la presenza del gagliardetto sociale, baldanzosamente impu­gnato dal capocordata.
Ma usciti dal bagno, sotto l’euforia della meta raggiunta, altra fu la vittima di una succes­siva satira. Era allora funzionante il treno a scartamento ridotto Trieste-Parenzo con velo­cità limitata di proposito per le strette e spesse curve, se non addirittura giravolte intere, disse­minate lungo il percorso. Nel tratto rettilineo, sovrastante il sito ove era stato fatto il bagno, l’autocarro, pur del modello allora in uso (15 Ter), risultava più veloce del treno. Al macchi­nista allora fu generosamente offerto un cavo a rimorchio, offerta che lo spiritoso macchinista rifiutò alzando le braccia al cielo in segno di desolato sconforto.
Alla violenza della bora, pur di non rinun­ciare all’esplorazione, è stato fatto fronte con vero coraggio: è stato tolto il telone all’auto­carro, per presentare al vento una minor presa. Va da sé che ci guadagnavano le osterie lungo il percorso con l’erogazione dell’immancabile bicchierino di grappa.
Dovrebbe esser noto che l’autocarro a dis­posizione negli anni ’20 era fornito dall’Esercito (5° Autocentro) e quindi di proprietà statale. Con questa premessa risulterà più facile comprendere quel che accadde dopo superata la sommità di una delle salite che portano a Buie. Rottasi la lama della balestra principale, fortu­natamente in tutta prossimità dell’attacco del biscottino, impossibilitati così a ritornare a casa, ma desiderosi anzi di proseguire, si partì alla ricerca di materiale per una riparazione di emergenza. Il materiale ritenuto occorrente c’era ed era rappresentato dal fil di ferro doppio che reggeva un palo telefonico. Il telefono appartiene pur esso allo Stato e quindi si è ritenuta lieve irregolarità prelevarne un singolo pezzo di filo, lasciando che uno solo reggesse il palo. Così riparato il guasto l’autocarro ritornò all’autocentro a notte inoltrata ed a esplora­zione compiuta.

 

Dal libro delle uscite degli anni 30.

San Canziano, quanti ricordi e, attual­mente, quanti rimpianti! Constatata allora la necessità di far sventolare la bandiera nazio­nale in occasione delle illuminazioni, si pensò di collocarla su quello stretto diaframma di roccia che separa la Piccola Dolina dalla Grande Dolina (allora chiamato «Portale Italia») issata su di un’antenna alta 16 metri. Con la consueta bravura le guide provvidero alla bisogna, di­menticando un lieve particolare: l’infilare cioè la sagola nella carrucola fissata all’estremità del palo. Con tutta la convinzione che poteva avere chi aveva effettuato scalate nelle Giulie (direttissima del Montasio, gola Nord-Est del Jòf Fuart, percorsi vari sul Tricorno) si accinse a scalare il palo con l’ausilio degli appositi arpioni. Ma a metà altezza, il vibrare del palo e l’insolita sensazione di sentirsi tutto attorno circondato da rispettabili precipizi sconsigliò il proseguimento. Ci fu però chi volle salvare il prestigio di fronte alle guide pronte a riabbassare il palo. A impresa finita però fu raccoman­dato caldamente a tener ben annodate le estremità della sagola, perchè nessuno avrebbe più ritentato l’impresa.
Pur non facendo parte della Commissione Grotte, ma certamente permeato dello spirito che la animava, il Capo-guida Cerquenik non ne fu da meno in una straordinaria occasione. Di fronte a lui si era piazzato un signore che lo invitava a pronunciarsi sulla sua identità. Im­perturbabile il Capo-guida rispose di non sape­re proprio chi era: ebbene, quel signore era il Presidente Generale del C.A.I. dell’epoca!
Premessa la preferenza al vino, ma ci fu chi, preoccupato della necessità di disporre acqua pulita per i fanali o da berne in giornate particolarmente torride stando alla manovra delle funi, durante la quale non si ricorreva mai al vino, pensò di adottare particolari filtri che gli erano stati offerti. Trovando però scarsa acco­glienza alla sua idea volle darne una prova dimostrativa. In un bicchiere da birra versò quanto di più stomachevole aveva presente, cenere di sigarette inclusa. L’esperimento però naufragò fra l’ilarità generale dei presenti: c’era stato chi, eludendo l’attenzione dell’interes­sato, aveva opportunamente forato i filtri, pro­vocando nel malcapitato un violento senso di vomito, accompagnato da una smorfia ben poco attraente.
Una volta, di Pasqua, la meta era Postu­mia. Per guadagnare tempo la partenza era fissata alle cinque. L’autiere, felice di passare due giorni con una allegra brigata di borghesi, predispone l’autocarro in maniera ineccepibile: tutto quello che è di ottone, radiatore, fanali e tromba, luccica a dovere. Non manca nem­meno il carburo ai fari. Se non che alla curva Faccanoni un fracasso d’inferno e il motore, fusa una bronzina, si ferma. A casa non si vuol ritornare, si volta l’autocarro che a ruota libera arriva in via di Cologna ove (o tempi fortunati!) è aperta un’officina di riparazioni. Ovviamente l’attesa non è delle più silenziose, tanto che poco dopo le otto qualcuno si affaccia a curio­sare. «E’ da tanto che siete partiti?» s’informa, «dalle cinque». «Ma allora venite da lontano?». Subita la risposta «Dai Portici di Chiozza»: bisognava vedere la faccia dell’insonnolito in­terlocutore!
Per lo più i villici raccontano di tesori nascosti nelle grotte, asserzioni alle quali per l’esperienza fatta non si dà alcun peso. Durante la campagna nella Selva di Ternova però veniva formulata altra supposizione e cioè la presenza di grossi cannoni fatti precipitare, dalle truppe in ritirata, nei pozzi più profondi. In uno di questi (oltre 100 metri) chi scese per primo, soffermandosi su una piazzola, ebbe la sensa­zione che sul fondo ci fosse il tanto presunto cannone. Chiamato un compagno a continuare l’esplorazione, sceso quest’ultimo sul fondo ebbe a chiarire che purtroppo il cannone era raffigurato da un grosso tronco incastrato tra le pareti. Mentre chi era sceso al fondo conti­nuava l’esplorazione, colui ch’era rimasto sui ripiano, pensò’ di sistemarsi meglio scalzando delle pietre. Ma da queste emerse non il can­none, bensì un suo cospicuo accessorio: una capace granata da 380, chissà per quale combi­nazione rimasta inesplosa. La consapevolezza del pericolo e delle conseguenze che uno scop­pio avrebbe potuto determinare sia per chi era alla base nonchè quelli presenti all’imbocca­tura, fece scegliere a mente fredda la decisione di conservare quella indesiderata compagnia, con l’avvertenza più ansiosa di evitare ogni caduta di pietre sull’ordigno, evitando ogni movimento nella tema di far franare quell’innaturale, pericoloso terrazzino. L’episodio fini fortunatamente senza conseguenze, eccetto una generosa sorsata di vino, a superficie esterna riguadagnata, da entrambi gli esploratori.

Eugenio Boegan

Solitamente era difficile che il numero dei bicchieri di vino, costituenti l’abituale assaggio, portasse alla perdita delle piene facoltà mentali. Ogni regola però ha le sue eccezioni ed ecco che, finita l’esplorazione di una grotta nei pressi di Obrovo, ritirate le scale, si ebbe la sensa­zione che qualcosa non andasse per il senso migliore, sembrava che non tutti coloro che avevano preso parte all’esplorazione si trovas­sero presenti all’atto della partenza dell’auto­carro. Pronta decisione: calate nuovamente le scale, si ridiscese e si trova addormentato, in fondo alla grotta, quello che per quel giorno ha configurato l’eccezione.
Il ben noto prof. Feruglio, da poco scom­parso, fu pure fatto oggetto di una garbata presa in giro. Da scrupoloso scienziato, per ricavare la più precisa indicazione della temperatura delle grotte esplorate, infilato uno spago nell’occhiello, a ciò predisposto, del termome­tro di precisione, lo faceva ruotare alquanto prima di rilevare la temperatura da esso indi­cata. Ne seguì che, per qualche tempo, tutto ciò che poteva venir fatto ruotare – ramoscelli, piccoli attrezzi, cordini – subivano uno strano movimento rotatorio all’approssimarsi di detto professore che era poi il primo a riderne.
E da ritenersi ben noto che allorchè la sede dell’Alpina si trovava ai Portici di Chiozza il via vai dei passanti, di entrambi i sessi, era piutto­sto notevole anche nelle ore più avanzate della sera. Di ritorno da una esplorazione, mentre si stava scaricando il materiale, l’autiere si stava fumando una brava sigaretta interessandosi ai passanti di sesso femminile. Non si accorse, ahimè, di un sottotenentino che passava omet­tendo il rituale saluto. Il sottotenentino, in vena di farsi notare dalle passanti redarguì l’autiere invitandolo «a togliersi la sigaretta da quella brutta boccaccia!». Però non s’era accorto che nel frattempo era stato circondato da tutti gli speleologi che intonato un coro «Uh tenente» lo fecero pentire dall’essersi esposto troppo pre­sto e fuori posto.
Non è mancato nemmeno il giorno in cui dal momento della più spensierata allegria, quale reazione alla fatica sostenuta per aver portato le pesanti scale a corda e i dannati 100 metri di corda di sicurezza da 18 m/m fin sotto, una cima del Monte Taiano, giocondamente scherzando su chi e con chi scendeva nel pozzo, un grido di dolore e la mancata risposta ai ripetuti richiami, l’atmosfera cambia del tutto. Si fa silenzio, pensoso silenzio, si avanza subito chi andrà a prestar soccorso e tutti gli astanti si dispongono per fronteggiare consapevolmente e nel miglior modo anche la peggiore eventua­lità che avesse a verificarsi. Una seconda scala, la cassetta del pronto soccorso, cordiali e viveri di pronta assimilazione vengono disposti attor­no all’orifizio del pozzo. Fortunatamente l’al­larme è finito presto, trattandosi di un breve svenimento del compagno che, riprendendosi, da solo ritorna in superficie! Un sasso caduto dall’alto ne aveva colpito il capo attraverso la fessura sottostante al cimiero dell’elmetto che non si trovava al posto precipuo. La spensiera­tezza iniziale di tale episodio era stata subito sostituita da una prova di forza materiale e morale che forse qualcuno, all’inizio, non a­vrebbe sospettato.
E in senso inverso, e proprio a Raspo, chi aveva costituito il validissimo sostegno morale dei compagni di quella fortunosa avventura, ormai sulla via del ritorno, ebbe a confidarsi, con chi gli era accanto, che dopo quanto era avvenuto sarebbe stato più saggio parere desi­stere dalle esplorazioni. Ben presto però ritro­vò se stesso e alla ripresa dell’attività esplorati­va fu il primo a parteciparvi e, forse, con maggiore impegno e assiduità di prima, Le grotte sono troppo affascinanti!
E per terminare, non sono mancate le inve­stiture solenni: una è rappresentata dall’imposi­zione di un copricapo speciale. A chi poteva essere imposto? Ovviamente al nostro Capo di sempre, al cav. Boegan. E un cappello di alpino gli fu imposto a San Canziano, un cappello tutto particolare che ostentava la tradizionale penna, ma issata su un cappello a cilindro!
Ado Steffè

ACQUA, NEVE E CARBURO

San Canziano

Nel 1936 un industriale genovese chiede di essere accompagnato a visitare S. Canziano sino dove possibile; offre spese di viaggio e mangiatoria finale agli accompagnatori. Al solo scopo di fare cosa gradita ad un forestiero accettiamo di buon grado. In osteria da Giombi indossiamo le tute offrendo le più pulite al Mecenate e ad un suo amico, purtroppo triestino, che lo accompagnava vestito con un magnifico knikerboker di lana chiara: «mi no che me meto stà roba fetente, no capiso perchè bisogna vestirse de paiazi per andar in grota!». Giunti alla Vedetta Swida, dopo la ferrata del Rettungsweg, le brache sono completamente marron mentre la giacca è opportunamente rivoltata nella speranza di sporcarne solo la fodera. Qui è necessario guadare il Timavo per procedere lungo l’altra sponda; Carletto gene­rosamente si offre di traghettare il Munifico dato che sarebbe inutile bagnarsi in due. Al chè il biancovestito: «e a mi chi me porta?»; con nostra somma meraviglia Bruno (a morte i siori), tutto serafico «no la se stia preocupar, son quà mi». Caricato l’individuo a «cope de fass» inizia il guado ma, dove l’acqua è più alta, ha un momento di meditazione e quindi catastrofico scivolone con cavaliere in acqua sin sopra i capelli. La gita continua sino ai lago Martel e si conclude con una storica nuotata, della quale Carletto ha già scritto; al ritorno in osteria, dopo circa quattro ore, il biancovestito è ancora in crisi di tremariola e avvolto in coperte: giura che mai più andrà in grotta.
Pasqua 1937, uno sgangherato camion sul­l’altipiano della Bainsizza: nevica a più non posso. Finalmente, in quel deserto, un solitario casolare con ampio fienile dà riparo per la notte agli intirizziti speleologi. Al mattino la situa­zione è grave, bufera di neve e vento, e camion bloccato; gli anziani ricordano che anni prima un gruppo era rimasto isolato per una settimana e cominciano le preoccupazioni per le famiglie in attesa e senza notizie. I soliti quattro, Ciano, Carlo, Bruno ed io ci offriamo di affron­tare le intemperie per scendere a valle. Oppor­tunamente imbottiti col vestiario di ricambio di alcuni compagni («me racomando el maion, portimelo subito in via Milano») partiamo legati in cordata con visibilità quasi zero ed orientan­doci con la bussola. Finalmente dopo ore di cammino il terreno comincia a scendere verso valle e si esce dal «mondo de puina», come lo definirà Carletto, per passare sotto una pioggia battente. A questo punto la tragedia: è già buio, Ciano inciampa, cade rovinosamente urlando: «che mal, che mal, me son roto la gamba». Il primo ad accorrere è Bruno che, senza pen­sarci su, si carica Ciano gemente sulla schiena e se lo porta sino alla non vicina Salcano. Qui l’infortunato, depositato con ogni delicatezza sui gradini della caserma dei carabinieri, si alza di scatto e, dopo aver ripetutamente portato la mano destra sull’avambraccio sinistro: «se un xe furbo trova sempre un mus che lo mena!». Probabilmente fu la presenza della Benemerita che quella volta gli salvò la vita. Come accade per gli innamorati la riconciliazione avvenne a letto, quando fu giocoforza dormire in quattro in due letti accoppiati, ricoperti da un mate­rasso e due coperte, quanto ci poteva offrire l’Arma. Gli altri ritorneranno dopo tre giorni ed il camion dopo dieci.
Sciacca 1957. Poichè la nostra tenuta è costituita da mutandine da bagno, si esce dalla Stufe come statue di fango. In gennaio anche in Sicilia l’acqua è particolarmente fredda per cui lavarsi diventa un problema. Necessità maestra di virtù, un bidone pieno d’acqua messo all’imboccatura della grotta si riscalda in un paio d’ore per cui è possibile, in ordine di anzianità naturalmente, sfangarsi in un liquido piacevol­mente temperato. Il giovanetto Candotti, ovvia­mente per ultimo, si bea nell’improvvisato semicupio quando una carogna si avvicina: «ti gà la schena tuta sporca, speta che te la lavo» ed intanto alcuni chili di carburo cadono nel bidone. Il giovanetto, solleticato nelle parti sue più nobili dal gorgogliante acetilene, schizza, come tappo di spumante fuori dal bidone ed afferrato un ratapalz si mette ad inseguirmi nudo come un verme per il salone delle terme gridandomi l’equivalente triestino di: «Lei è una meretrice anale!». Si dice che fu in quella occa­sione che il suo crine divenne rosso.
                                                                                                         Giulio Perotti

LE «FACCE D’ANGELO»

Vi voglio raccontare una serie di oscuri e poco noti episodi, relativi all’attività della Com­missione Grotte agli inizi degli anni ’50. A quel tempo era segretario Stelio Quarantotto, detto anche TOTTO. Data la sua costituzione un po’ robusta, aveva gradualmente abbandonato l’attività esplorativa. Si era invece dedicato ad un’attività di «capo gruppo accompagnatore» di un gruppetto di giovani nelle esplorazioni sotterranee nei dintorni di Borgo Grotta Gigan­te. Non era infrequente a quel tempo vedere un gruppo di 4-5 ragazzi attrezzati alla «speleo­loga» camminare per il Carso e più indietro di alcune centinaia di metri, Totto sbuffante e sudato, seguirli o guidarli a seconda dei punti di vista. A causa delle… chiamiamole «stranezze» fatte da questi giovani, il Tolto se non impazzì, poco ci mancò. Il curioso era che questi signo­rini, successivamente chiamati «facce d’ange­lo», venivano accompagnati alla sera nella nostra sede di via Milano dalle rispettive madri. Non ho capito bene, per un certo tempo, que­sto affetto «materno». La verità ci venne fornita in seguito da Totto dopo che queste «facce d’angelo» gliene combinarono di tutti i colori. Tra i vari episodi, prendo i più significativi:
—      Una sera al rientro a Opicina, il Totto si accorse che alla mattina era partito con 5 persone ed adesso ritornava con 4. Dato che le «facce d’angelo» non sapevano nulla, il povero Totto si rifece, ormai in ore notturne, una scar­pinata all’indietro di 5 km. Dopo aver a lungo girovagato, nel colmo della notte udì, nella landa carsica, degli ululati inumani. Finalmente trovò lo speleologo mancante nudo, legato ad un albero e cosparso di marmellata. «Indiani?», no! opera degli «amici».
—   In un’altra occasione, una domenica il Totto, sempre accompagnato dalla sua «squadraccia», si presentò alla Trattoria Milic. Il vecchio austrungarico padrone, nello stentato italiano che parlava, lo investì in malo modo; in pratica cacciò dalla trattoria lui e la sua banda. Motivo: la domenica precedente le «facce d’angelo» avevano «pisciato» dentro ad alcune botti (non vuote) nella cantina di Milic.
—   A quel tempo, il paese di Borgo Grotta Gigante era privo di luce elettrica e si stava eseguendo uno scavo sulla strada «principale» per la posa della conduttura dell’acqua. L’im­presa aveva posto delle transenne e i soliti fana­lini rossi. Le «facce d’angelo», una notte, aveva­no tolto fanalini, transenne e coperto lo scavo con delle tele rubate da Milic. Morale, ben tre «villici» si ruppero delle ossa cadendo negli scavi.
— Non sapevo nemmeno che potessero esi­stere dei bastoni da passeggio mascheranti un fucile da caccia. Bene, le nostre «facce d’an­gelo» avevano queste «armi improprie» e sparacchiavano a galline, passeri, comignoli, isola­tori di alta e bassa tensione, ecc.
A questo punto il Totto se non scoppiò fu un miracolo. Ricordo che chiamò all’Alpina le rispettive madri dei suoi terribili ragazzini e disse loro di «tenerseli»! Le signore sospirarono, si scusarono e se li portarono via. Non erano dei brigatisti «ante litteram», solamente dei ragazzini un po’ vivaci, ma il povero Totto non deve averlo capito, o forse temeva per la sua incolumità!?
Finì così la breve e quasi sconosciuta epo­pea delle «facce d’angelo».
                                                                                                           Fabio Forti

UN FENOMENO DEGLI ANNI ’50: LA TAROCCA

Scavi all’Abisso della Cisterna

Sul finire degli anni ’50 e precisamente nel 1958, si formò in seno alla Commissione un «sottogruppo» che venne, per ragioni di cui si è perso il ricordo, denominato «La Tarocca».
I motivi di questo piccolo scisma sono da ricercare nello spirito di ribellione dei soci più giovani nei confronti del pragmatismo della cor­rente conservatrice dei «veci». Oltre all’attività speleologica La Tarocca propugnava teorie edonistiche sul comportamento ideale del grottista (Bacco, Tabacco e Venere oltre al vizio più moderato del canto corale conviviale).
Tant’è vero che in quel periodo (e durò circa tre anni) la Commissione Grotte era divisa tra il gruppo dei «seri» che, quali sacer­doti Mormoni, trascorrevano il loro tempo tra Grotte, mule fisse e casa in monastica castità e La Tarocca che, espletata l’attività speleologica (a mio ricordo non indifferente) utilizzava saggiamente le serate cantando, bevendo e mole­stando i villici del Carso.
Ricordo in particolare le serate a Gropada, in una infima bettola casalinga, ingurgitando incredibili quantità del nuovo miracoloso elisir importato dai cugini Allemanni (vulgo Granpampel, scoperta della Tarocca e successiva­mente entusiasticamente diffusosi fra i non astemi dell’ambiente speleologico ed alpinistico triestino).
Caratteristica della Tarocca è stata anche l’introduzione del «Servis» (corruzione locale di «Service»). Questo titolo veniva assegnato ai «gamei» della Tarocca, che non sempre ne erano entusiasti.
Compito precipuo ed inderogabile dei «Servis» era appunto servire i veci della Tarocca in ogni loro capriccio o necessità per quanto umile o degradante fosse sembrata. Consola­zione e speranza non mancavano tuttavia mai ai Servis in quanto sapevano che dopo il neces­sario ed utile periodo di tirocinio (ma talora durava più del previsto) avrebbero a loro volta goduto dei sacrosanti diritti dei «veci» ed avreb­bero potuto angariare altri «Servis».
Era d’obbligo per i Servis portare un distin­tivo particolare tratto dall’allora famosa pubbli­cità della DREHER che raffigurava un camerie­re volenteroso con un vassoio colmo di bibite che per esigenze di categoria era stato diligen­temente trasformato in grottista con tanto di elmetto, lampada, ecc.
La Tarocca, nonostante il suo entusiasmo nel darsi al bel tempo, effettuò come già detto un’attività non indifferente: preminenti, anche se sfortunati, furono gli scavi nel tentativo di riaprire l’Abisso della Cisterna di Gropada; la scoperta della Grotta Cinquantamila, e di altre cavità, la partecipazione alle spedizioni all’Abisso Polidori (il mostro sacro di quegli anni) oltre alla visita di innumerevoli cavità sul Carso. Membri della stessa, a ricordo di chi scrive, furono: Romano Ballo, Nino Scheriani (Prete), i fratelli Arturo e Giorgio Battaglia, Aldo Bobek, Natale Bone, Giorgio Pertoldi (Filippin), Uccio Parisi, Livio Forti, Gianfranco Tomaselli (Hatom), Dario Mezzini (Tapioca), l’aggregato aggiunto Dario Marini, oltre allo scrivente (Cia­spa), ed altri che un quarto di secolo mi hanno fatto scordare e che spero mi scuseranno.
Poi anche la Tarocca, come tutte le cose terrene, sparì lentamente dal palcoscenico turbolento della speleologia triestina; considero comunque quel periodo come uno dei più felici delle mia breve carriera speleologica ed un episodio da non dimenticare nella storia della Commissione Grotte.
                                                                             Franco Gherbaz

AMARCORD DA SANTO DOMINGO

Da una lettera di Ciano senza autorizzazione dell’autore.

 ricordi quando, giunto quasi in fondo, dopo che ti misi il cadavere di una «bisa» sui gradini, credendo si trattasse di una vipera, battesti tutti i record di risalita in libera facen­doti il pozzo da 60 della Stoikovich in un tempo quasi impossibile, oppure quando Bruno, nella stessa, per aver orinato nel fanale fu arso per un ritorno di fiamma nelle parti più nobili e subito da noi curato con impacchi di argilla. A proposito, che titolo aveva quel libro giallo che ti eri portato per leggere sul secondo salto del Carlini quando rimanesti al buio per ore dato che ti fregai la lampada? Se ricordo al buio non riuscivi a trovare il capo della corda di manovra perchè vi eri seduto sopra ed a causa del rela­tivo groppo questa ti trasse fuori con la testa in giù. E quanti scherzi con Bruno; a S. Canziano lui, più avanti, viene richiamato da grida di aiuto, Carletto per terra è rantolante con la faccia sporca di sangue che mi era uscito da una ferita alla mano, Bruno è con le lacrime agli occhi, Carlo apre uno dei suoi e chiede la sua ultima sigaretta che Bruno dà subito (era pro­prio l’ultima). Per avere via libera dico a Bruno di andare a prendere dei fanali che avevamo lasciato indietro e poi di corsa sino alla caverna Schmidl inseguiti da Bruno urlante con in mano una «manera». Nella caverna, per sfuggire al forsennato, ci arrampichiamo sino alla galleria vicino alle vecchie lapidi e da li respingiamo con lanci di sabbia gli assalti del Bruno che sempre con la «manera» in mano tenta l’arrampicata. Quando però scopre che sul sottostante tavo­lo, dove il buon Bongardi vendeva le cartoline, vi erano i nostri zaini con le provviste, sempre con l’arma a portata di mano, si mette a mandu­care lasciandoci, è vero illesi, ma anche morti di fame nella nostra imprendibile ridotta
Santo Domingo 8 novembre 1983
                                                                                          Luciano Saverio Medeot

NOI, GROTTESCHI GROTTISTI

L’Atlante a – 500

Una sera, mentre mi aggiravo incauta­mente nei corridoi della nostra vetusta sede, mi capitò di vedere un curioso assembramento di facce note, le quali, con presunto interesse, osservavano silenziose la carismatica imma­gine di Giuseppe Guidi detto Pino. L’eclettica sua figura stava cercando di infondere nelle menti di alcuni scapestrati redattori di questa rivista un po’ d’ordine e di direttive. Mentre stavo ascoltando le sue argute argomentazioni, notai che il suo accattivante sguardo si era maliziosamente posato su di me, ed improvvisamente, con voce volitiva, mi propose un arti­colo che avrei dovuto scrivere.
Sebbene non incline alla grafomania ascol­tai attentamente con puerile curiosità l’incom­benza che voleva propormi: in poche parole egli mi suggeriva la stesura di un articolo che avrebbe dovuto raccontare i misfatti perpetrati in questi ultimi dieci anni dagli scellerati giovani della Commissione. Fatti, aneddoti curiosi e divertenti, dietro quella che può essere la fac­ciata austera della nostra Società, il tutto rac­contato ovviamente nei limiti del cosiddetto «comune senso del pudore».

E’ così che si combatte l’umido della grotta

Rimasi alquanto perplesso da tali arditi proponimenti; non ebbi nemmeno il tempo di risollevarmi dallo stupore che sentii la petulante voce di quell’intrigante istro-semita di Louis apoggiare con solerzia tale proposta.
Ma chi aveva il coraggio di rendere pubbli­che le malefatte di tanti scellerati e sciagurati grottisti?
A nulla valsero i miei queruli tentativi per cercare di sottrarmi a così pesanti responsabi­lità. Alla fine, assillato dalle pressioni, dovetti, mio malgrado, accettare tale pericoloso e deli­cato incarico.
Orbene, miei giovani lettori, la nostra Società che ormai da innumerevoli lustri vanta una non indifferente attività in campo speleolo­gico, in questi ultimi anni ha subito all’interno della sua struttura una profonda scissione, determinata da quello che con termine speci­fico possiamo definire «conflitto generazionale». Apologi di quel «68», le nuove ed insofferenti generazioni si trovarono inevitabilmente in pro­fondo attrito nei confronti dei vecchi elementi risaputamente legati ad una ferrea ed intransi­gente tradizione.
Il vecchio ed il nuovo ancora una volta si scontravano provocando una netta frattura: quei giovani ed inquieti spiriti, tesi alla ricerca di altri e ben diversi valori, si allontanavano dalle direttive di coloro che, con un po’ di umiltà e meno presunzione li avrebbero potuti recuperare.
Primo fra tutti ad accorgersi di tale stato di cose fu l’incommensurabile figura del «mae­stro» Finocchiaro il quale, da profondo conosci­tore degli animi umani, cercò con saggezza e diplomazia di mediare le due posizioni antiteti­che. Questi giovani, pur vivendo momenti sto­rici molto diversi, si amalgamarono in quella che può essere definita «la tradizione dello spi­rito speleologico», recuperandone il clima ed il folklore goliardico che hanno sempre contrad­distinto l’ambiente speleologico triestino.
Il grottista già per natura poco incline alla normalita, ha sempre cercato nella maniera più smodata di operare, all’interno della sua atti­vità, con le più incredibili manifestazioni di com­portamento scellerato, antirnorale e blasfemo che si possano riconoscere in natura. Ogni generazione di speleologi ha i propri codici di comportamento all’interno della struttura stes­sa del gruppo, codici che cambiano di genera­zione in generazione, ma che sostanzialmente recuperano sempre qualcosa da quella prece­dente. Cambiano le mode, le tecniche, le men­talità, ma fondamentalmente il grottista rimane tale nella sua più intima struttura: il grezzo all’in­verosimile, esteriormente privo di ritegno, a­mante del vino ed incline ad ogni sorta di comportamenti triviali e goliardici, ma sostanzialmente sempre quello, anche se i tempi cam­biano.

Grotta Caterina. Il «likoff»

Quando, giovane imberbe, capitai a far parte della C.G.E.B., erano trascorsi un paio d’anni dalla frattura interna che questa aveva subito. Apparentemente il clima che si respi­rava era tutt’altro che teso, e l’attività ferveva attraverso le nuove esplorazioni sul Canin, nel vicino Friuli, sugli Alburni ed in Veneto, alla scoperta di nuove cavità. Ancora una volta i mezzi militari, messi a disposizione dall’eser­cito, facilitavano gli spostamenti dei numerosi squattrinati grottisti di allora che non potevano certo permettersi il lusso della macchina. Si viaggiava assieme, gomito a gomito, per ore ed ore sempre con l’immancabile «succo d’uva» a portata di mano. Tra cantici, scherzi ed ame­nità varie si entrava in qualche gelido orifizio; si esplorava, si rilevava, poi – ritornati all’aperto – ci si metteva sulla via del ritorno, stanchi, ma con tanta voglia di vivere.
In questo stare insieme, di episodi diver­tenti non ne mancarono.
Un conto salato, presentato da qualche pinguo gestore di ristorante, può essere cosa normale, però talvolta può provocare delle con­seguenze alquanto spiacevoli soprattutto se esibito a degli spiantati ed irascibili grottisti.
Una vecchia storia triestina narra che alcuni giovani di belle speranze, dopo essersi rifocillati in uno dei tanti posti di ristoro siti nell’entroterra friulano, si videro presentare un conto che – secondo il loro giudizio – era di gran lunga superiore alle consumazioni effettuate. L’euforia etilica che aveva già ottenebrato la loro «ratio», prese il sopravvento: fu all’unani­mità deciso di presentare immantinente un «controconto», che a loro avviso doveva rappresentare in maniera equa le consumazioni realmente avvenute. Il cicciuto oste, appellan­dosi al suo insindacabile giudizio, non volle accogliere le rimostranze presentate. Bastò un’occhiata di intesa generale: mentre all’esterno il motore del camion ruggiva impaziente, mani infangate depositavano sulla tavolata i soldi di quel fatidico controconto. Contemporaneamente i soliti ignoti, gettavano veruni rotoli di carta igienica nella sudicia tazza della latrina, lasciandovi cadere (forse) un mozzicone di sigaretta accesa. Per fatale combinazione quella dozzinale carta prese fuoco provocando subito un acre ed intenso fumo. In men che non si dica veloci gambe raggiunsero il mezzo che fu lan­ciato a velocità sostenuta verso lidi ignoti, men­tre rabbiose contumelie si udivano ormai sem­pre più fievoli e lontane.

Carlo Kekez non pensare alla moto

Si racconta, ma credo che le fonti sia false e tendenziose, di un tale, probabilmente un autoctono friulano, che mentre tornava di sera alla sua magione in bicicletta fu affrontato da un villoso troglodita ubriaco che, brandendo mi­nacciosamente un nodoso bastone, gli si parò davanti urlando con voce gutturale. Le inten­zioni di questo Primate non erano certamente violente, ma il villico non conoscendole fu preso da così tale panico che perse il controllo del mezzo rovinando nel vicino fossato.
Non è una novità se dico che il vino ha sempre rappresentato uno dei simboli più signi­ficativi della nostra speleologia. Sembra incredi­bile come questo liquido abbia potuto avere una tale importanza nel creare un saldo legame socializzante tra gli individui, portando nei loro cuori l’euforia e l’allegrezza.
Dicono che la storia è scritta col sangue, ma quella della Boegan è scritta anche col vino.., e ditemi che non è vero!
L’inebriante Bacca, se preso in quantità un po’ eccessive, può oltre alla momentanea per­dita del senno (si badi bene alla grafia) far nascere anche delle curiose circostanze. Molti furono coloro che in preda ai fumi del vino e ormai privi di freni inibitori, sono stati protago­nisti di episodi incredibili e spettacolari: avete mai fatto un pasto a base di gerani, evacuato sotto i tavoli, nei sacchi a pelo, sulla gente, lordato con il vomito appartamenti, orinato nelle bottiglie di vino offrendolo poi ai vostri simili? Vi è mai successo di addormenatarvi sul manto stradale dopo aver lasciato la vostra macchina, o di calarvi dai balconi dei condo­mini? Chissà se qualcuno avrà mai importunato orrende meretrici dalle fattezze suine adulan­dole per la loro beltà o abbandonato qualche amico completamente ubriaco fuori dalla porta di casa? Beh, da queste parti è successo.

M. Gherbaz (a mollo) e C. Cocevar sperimentano un nuovo modo di attraversare i laghi.

Una delle storie più strampalate e diver­tenti successe recentemente (forse) a causa di qualche eccesso alcoolico, fu quella della «Ma­donna di Flatima» (così scherzosamente definita).
L’episodio ebbe luogo sul Col delle Erbe nel nostro bivacco speleologico, e tutt’ora crea enorme ilarità in chi la rimembra.
Una sera alcuni grottisti si stavano raccon­tando le solite storie di fantasmi, streghe e orchi che secondo la tradizione popolavano quella zone. Probabilmente si voleva creare la consueta strana atmosfera che avrebbe dovuto – come sempre – spaventare i più giovani.
Quella voluta e tetra situazione fu interrotta da un ingenuo e sempliciotto giovane che era tediato da forti stimolazioni corporali, normali dopo un’abbondante bevuta.
Trovò il coraggio di uscire dal bivacco, poi dopo alcuni passi, cercò lestamente di orinare. Di colpo una strana immagine eterea apparve davanti a lui: aveva le sembianze umane (o per lo meno tali gli apparivano). – «Sembrava la Madonna» – aggiungerà più tardi. Lentamente questa strana figura scivolò verso il basso fer­mandosi su di un pino mugo, per poi scompa­rire definitivamente verso la sottostante vallata.
Lo spavento fu tale che egli non si era reso conto che l’orina gli aveva completamente umettato la tuta ginnica. Seppur ostacolato da una forte crisi psicomotoria, raggiunse il bivac­co, aperse con difficoltà la porta e con sorriso isterico – quasi inginocchiandosi – raccontò a mani giunte lo stravagante episodio. Fu accolto da un cachinno generale e naturalmente non fu creduto, sia perchè fortemente miope di natura ma soprattutto perché notoriamente dedito all’uso ed abuso di sostanze alcooliche.

STRUMENTO MUSICALE IN GROTTA

Portare uno strumento musicale in grotta seppur di dimensioni limitate, può essere cosa alquanto originale, ma recare una chitarra tipo «Gibson» a —920 in fondo al Gortani, penso sia cosa alquanto spropositata. Molti di voi saran­no certamente curiosi di sapere in quali strane circostanze tale strumento possa essere arri­vato fin laggiù.
Il tutto ebbe inizio una sera, quando un simpatico giovanotto e valente ragazzotto volle aggregarsi ad una spedizione in quell’abisso.
Qualcuno, testardo come un «bue» (o come un «orso») ebbe da ridire sui suoi propositi, in quanto non lo riteneva all’altezza della situazione. Punto nel vivo, il temerario neofita non trovò altro di meglio che ripiegare sulla classica e scontata scommessa: – «Non solo arriverò sul fondo, ma porterò anche con me una chitarra; se fallirò farò sparire la mia folta zazzera, se vincerò allora mi prenderò la tua fluente barba» -.
Attualmente sul fondo del Gortani si può ammirare una chitarra Gibson 6 corde, a testimonianza di tale curioso episodio costato a qualcuno nientemeno che l’onor del mento.
Sempre in Canin, durante alcune esplora­zioni, ci fu un episodio veramente gustoso e divertente: siete scozzesi? genovesi? istriani? giudei? Allora sentite che cosa vi può capitare.
Non molto tempo fa, c’era un grottista notoriamente conosciuto per il suo morboso attaccamento al denaro. Un giorno egli ebbe l’occasione di comprare per un modicissimo prezzo un paio di stivali (probabilmente di quarta mano, anzi piede), che egli considerava una occasione da non perdere. L’unico partico­lare, non propriamente insignificante, stava nel fatto che tali calzature erano di gran lunga supe­riori per numero al suo piede. Avvenne in non so quale grotta, durante delle esplorazioni, una piena improvvisa di una certa potenza proprio durante la risalita, prima di un meandro. Il risul­tato che ne conseguì fu alquanto buffo: la forza dell’acqua strappò dai suoi piedi gli stivali che evidentemente non erano troppo aderenti, e questo signore dovette rassegnarsi, causa la sua spilorceria. a risalire in superficie completa­mente scalzo e dolorante.
Meditate, gente, meditate!… a presto.
                                                                                                    Stefano Zucchi

CRONACHE MINORI DI UNA COMMISSIONE

Ogni organismo vivente – società, persona, struttura – accanto alla storia ufficiale (fatta di glorie e di grandi imprese) che si riporta negli annali, ne ha una minore, fatta di aneddoti, fatterelli, momenti di vita intensi anche se non appariscenti. In cent’anni il mezzo migliaio di soci della Commissione Grotte dell’Alpina di questi momenti ne ha vissuti moltissimi, tristi e felici, drammatici e allegri, alcuni entrati – ormai – nella nostra tradizione orale, altri purtroppo persi per sempre. Sono sprazzi di vita che ne caratterizzano, nel bene come nel male, la fisio­nomia e la cui conoscenza contribuisce a meglio conoscere e capire lo spirito che ani­mava – 60, 40, 20 anni or sono, come forse anima ancor oggi – questi scanzonati vagabondi degli abissi. Si potrà, ad esempio, meglio comprendere (e si ricordi che, come disse lo scrit­tore russo Krasnoff, «comprendere è perdona­re») che uomini fossero i grottisti dell’Alpina degli anni ’20 – in buona parte squadristi, usi a girare per il Carso armati – sapendo che durante la spedizione a Castelcivita un incon­tro a Roma con il duce andò in fumo perchè alle 11.30, ora in cui a Palazzo Venezia l’allora capo del governo doveva ricevere in dono dai grotti­sti triestini una concrezione delle grotte del Carso, gli stessi (in camicia nera con il pipi­strello, naturalmente) si aggiravano estasiati fra le solenni navate di San Pietro; o come al ritorno – negli anni ’30 questa volta – da una spedizione in Istria diedero un passaggio, per un paio di chilometri, sull’autocarro sociale ad un villico un po’ alticcio. Se non che – era notte fonda – tutti s’addormentarono ed il passeggero venne scoperto soltanto al momento di scari­care le scale in magazzino: visto che il conta­dino dormiva ancora venne scaricato, con somma delicatezza, presso la fontana di Piazza Garibaldi (avevano considerato che sarebbe stato un peccato interrompere un sonno così placido). O, ancora, venendo a sapere della sirena sistemata sul tetto dell’autocarro e che veniva azionata scendendo dagli Altipiani a Postumia: una certa signora, allora, allonta­nava dal suo «locale» gli eventuali clienti perchè arrivava «la Commissione» (e, a completamento di questo aneddoto, il fatto che uno dei suoi membri non intendendo di mangiare di quel pane – riusciva ad evitare di entrarci nono­stante gli sforzi congiunti di quattro dei suoi robusti compagni).
Riportare tutti gli episodi noti sarebbe troppo lungo e, forse, anche noioso. La rivista coglie l’occasione di questo centenario per riportarne alcuni, così come ricordati dagli uomini che li vissero. Sarà un tuffo nel passato che speriamo gradito ai vecchi e nuovi soci della Commissione e contemporaneamente – perchè no? – un piccolo contributo alla conoscenza del folklore non delle grotte, ma di quella porzione di umanità che nelle grotte ha trovato una delle sue ragioni d’essere.
                                                                                                      Giulio Perotti

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